Armando Comi

Adventus Antichristi.

Parte 1.

2012 Imprimatur Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Centoquarantaquattromila. Il numero di persone che si salveranno dalla morte eterna. 
Sei sei sei. Il numero della Bestia. 
Milleduecentosessanta. I giorni che dovr trascorrere nel deserto la donna di Sole dopo il parto. 
Sette. I calici di flagelli.Tre. Le porte agli angoli della Gerusalemme Celeste. 
Ventiquattro. Il numero degli anziani che Giovanni vide prostrarsi ai piedi di Dio.
Di tutti questi numeri, l'unico che non era presente nella Bibbia era 1368, quello che Milic aveva scritto su quasi ogni pagina di Daniele e dell'Apocalisse. Il numero che, quella notte, era misteriosamente apparso nella cella del frate.
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Praga, 1363. Dieci caratteri latini compaiono sul muro di un convento, nella cella di un profeta sospettato di eresia. Si tratta di un numero. Un segno che Matthia, discepolo del profeta e studioso di teologia,  chiamato a spiegare all'Inquisizione. Ma, nei mesi trascorsi insieme al maestro, non ha mai sentito parlare di quel numero. In convento  conservata una Bibbia annotata con molte cifre tratte dalla numerologia apocalittica. La prima scoperta  sinistra: il numero  un segno che d inizio a una caccia. I personaggi di una trama doppia e antica si muovono nello stesso convento all'ombra della nascita dell'Anticristo. Matthia e trascinato in una storia pi grande di lui. Roma  senza papa, il Sacro romano impero  all'inizio del suo lungo autunno, lo spettro della fine dei tempi ammanta gli ultimi anni del Medioevo. Come pu una leggenda blasfema trasformarsi in eresia?
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L'Autore.
Armando Comi  esperto di millenarismo, profetismo e simbologia apocalittica, temi al centro del suo dottorato e postdottorato in Storia della filosofia.  autore di una monografa su Jan Hus e ha scritto alcune voci per il Dizionario Storico dell'Inquisizione. Collabora con la casa editrice Zanichelli in qualit di lessicografo.
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1. Praga, 24 dicembre 1363.
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Nessun dolore. La punta delle dita sulla pelle, come una lumaca senza bava, per sentire fin dove avesse lasciato penetrare i ganci. L'inverno si insinuava sotto le unghie, e i polpastrelli diventavano marmo. Allora si arrestavano, si sfregavano le mani, alitavano sulle dita, riprendevano. La pelle sotto la luna assumeva i riflessi bluastri delle squame delle lucertole.
Ne estrassero alcuni. Tra i polpastrelli una sensazione di appiccicoso. Sangue. Era ancora vivo. Ma non salvo, la penitenza dei cilici non aveva cambiato il corso delle cose. Cilici in metallo, quelli di stoffa ruvida non gli erano bastati. I ganci, inghiottiti dalla carne, avevano dato vita a formazioni callose, dure, che si laceravano come uova sode ogni volta che ne veniva asportato uno. Milic non si muoveva, non era l con loro sulle pietre della cella. Da mesi non era pi tra gli uomini.
Sul muro della sua cella, come un occhio, la beffa ai cilici, alla solitudine.
Sollevarono i cappucci dei sai, per risparmiare alle orecchie la nervosa raffica di spilli gelidi dalla finestra. Inspirarono incerti. Primule. Il vento ingannava le narici. Era il 24 dicembre, Dies Natalis Solis invictii.
Matthia non domand nulla e anche gli altri tacquero. Nessuno volle accertarsi di aver fiutato l'odore di quel fiore per non dare ragione al proprio olfatto. Continuarono a estrarre i ganci. La primavera solo una promessa. O un ricordo.
Bastiano sollev lo sguardo sopra le teste degli altri frati.
Fiss il muro, una specie di sfida. Uberto e Goffredo non seppero resistere, lo imitarono.
Cosa significava? Chi lo aveva scritto? Chiuse gli occhi. Rimase cos per un momento. Troppo breve. Li riapr. Torn a tastare il corpo di Milic ma lo sguardo cadde su Matthia rimasto chino ad armeggiare con i cilici. Uno sguardo ferito.
Matthia era l'unico a possedere le chiavi di quella cella. Era stato lui stesso a farne richiesta qualche mese prima. Il cellario non aveva protestato. Il priore neppure. Anzi. E ora? Da chi difendersi per primo? Percepiva gli sguardi di Bastiano e dei compagni su di s. Si sent in colpa, come se sapesse qualcosa in pi degli altri ma non volesse confessarlo.
Alz anche lui gli occhi, ma non sul muro. Segu gli anelli delle catene che dalla parete sembravano rincorrersi fino al corpo steso a terra. I ceppi disserrati. I polsi e le caviglie di Milic liberi, senza alcun segno. Anche se non poteva verificarlo, lo sapeva. Non aveva mai trovato lesioni.
Decisero di metterlo di fianco, per cercare un osso rotto, il segno di un colpo violento. Qualcosa che giustificasse il grido agghiacciante che li aveva svegliati. Un grido che aveva invaso i corridoi del convento, penetrando in ogni cella.
Capire, trovare, tastare.
Niente. Solo i segni dei cilici. Il corpo scheletrico di Milic fu voltato come la pagina di un libro, come le carte che quel giorno di nove mesi prima Milic era andato a sfogliare tra gli archivi della cancelleria imperiale.
Milic sapeva appena leggere e scrivere. Avrebbe potuto chiedere a qualche scrivano di prendere quegli scritti per lui. Non serviva tirare fuori dall'archivio voluminosi incartamenti per dare un consiglio all'imperatore.
Non ricordava neppure cosa fosse andato a cercare.
Solo sensazioni. Il sapore delle pagine, miele. Ma amaro, nelle viscere. Lo stesso sapore delle pagine dell' Apocalisse ingoiate da Giovanni a Patmo: miele, amaro. Quindi il vuoto.
Si era svegliato in convento, con i frati. Tra questi c'era stato persino qualcuno disposto ad ascoltarlo, a credere alla sua storia; qualcuno disposto a prendersi la responsabilit di aprire e chiudere la porta della sua cella.
Passi pesanti dal corridoio. Matthia non si volt. Affanno all'odore di birra e arrosto di maiale. Il priore non era ancora entrato, ma Matthia sentiva quell'alito caldo dietro la nuca. In fretta sganci la chiave dalla cintola e la fece sparire nello scapolare. Vide Goffredo interrompersi e trattenere a fatica le ginocchia pronte a scattare in piedi.
Il priore non dovette attendere che le pupille si abituassero al buio. Il muro sembrava emanare una luce propria, argentea e bluastra. Un barlume che rendeva gli uomini simili alle mosche. Ne fu ammaliato, come gli altri pochi momenti prima.
Matthia continuava a dargli le spalle. Lo immagin paonazzo a squadrare la cella di Milic come un carpentiere che debba rinforzare le fondamenta di un edificio pericolante.
Bastiano aveva il priore di fronte. Fu la sua espressione a far voltare Matthia.
Alle sue spalle, il priore stava come perso davanti al muro. Sembrava che cercasse di imparare a memoria un poema, non i dieci caratteri latini scritti da un autore senza nome. Cosa aspettava a iniziare l'interrogatorio? Non si guardarono. Matthia torn ad armeggiare sul corpo di Milic.
Bastiano continu a osservare. Il priore e il muro sembravano due che si incontrano e si domandano ci siamo gi visti da qualche parte?
L'odore di birra e maiale lasci la cella insieme al priore. Fu in quel momento che a Matthia iniziarono a tremare le mani. Si volt per accertasi che il priore avesse davvero lasciato la cella. In fondo, cosa c'era di strano nel fatto che fosse andato via senza domandare se Milic fosse vivo o morto?
Bastiano rimase invece a fissare la porta, con la stessa espressione di poco prima. Forse pi cupa. Infine si pieg anche lui lasciando che la luna concedesse un poco di luce, quanta bastava a non urtare la testa contro le volte basse.
Il buio fu invece complice di Goffredo. La presenza del priore lo aveva ghiacciato, e nessuno si accorse del suo labbro superiore imperlato di sudore. Riprese a cercare i ganci, ne trov uno e strapp come si fa con l'erbaccia dei campi, con violenza e fastidio. Uberto intervenne, perch la rabbia non martoriasse un corpo innocente. Cerc le mani di Goffredo e le ferm, con delicatezza e decisione. Goffredo lasci cadere il mento sul petto. Strinse gli occhi, per bloccare qualunque cosa volesse scorrere sulle guance.
Quel corpo era carne viva, anche se era il corpo di Milic.
Ciascun cilicio era formato da tre fasce di anelli a mezzo cerchio, dentellati alle estremit. Le estremit poggiavano sulla pelle, e i cilici erano stati stretti al punto da penetrare la carne, alcuni in profondit.
La scodella per il cibo giaceva rovesciata in un angolo. Fungeva da base a un piccolo crocefisso in legno. Un guanciale di paglia, assalito dall'umidit, completava l'arredamento della cella.
Tutto ci che Milic aveva voluto era nella propria cella.
Fino a quella notte.
I quattro frati sapevano di lottare contro il maestro. Se Milic avesse desiderato una vita senza catene ai polsi o senza cilici l'avrebbe avuta. L'aveva gi quando stava a corte. E l'aveva barattata per le mura del convento, per quel 24 dicembre.
La riga di dieci caratteri latini sulla parete, era come un giullare che durante un banchetto sta appollaiato su una colonna a scommettere sul primo che rovescer il bicchiere. Era quella riga il proposito di Milic? Il suo voto a Dio?
Quando l'ultimo gancio fu estratto, il torace sembrava la mappa di un pezzo di mondo sconosciuto attraversato da strade rosse e umide. La geometria dei mesi di mortificazione della carne segnava un cerchio irregolare dal petto fin dietro la schiena, per riprendere pi in basso intorno alle gambe.
Una lunga cicatrice malamente rimarginata tagliava la coscia sinistra dal ginocchio fin quasi al bacino. Un ricordo della vita di corte che ben si confaceva ai pi recenti fori regolari dei cilici.
Uberto si sorprese a contare le costole sporgenti di Milic, come se potessero essere di numero diverso da quelle di un qualsiasi altro uomo. Vedendo i compagni intenti a sistemare Milic sulla paglia, realizz di aver impiegato il proprio tempo in un conteggio stupido.
Dal corridoio bisbiglii, passi. Il convento accorreva a verificare cosa avesse causato l'urlo, cosa ci fosse sulla parete. Ciascuno con i propri occhi.
I cilici vennero nascosti. Non le ferite sul corpo.
Arrivato davanti alla porta, frate Wolfango indugi sulla soglia. La curiosit degli altri frati non ebbe nessun riguardo per il suo procedere guardingo. Spinte, urti, spallate. Stranamente non ne fu infastidito. I suoi occhi lucenti e rossicci fissavano i frati, non il muro. Dipinse nella memoria la scena che aveva davanti, il topo non si ficca in un luogo senza la sicurezza di poterne uscire.
Gli uomini si abituano ai topi, e i topi agli uomini. Secoli di convivenza, a studiarsi. Ma l'abitudine non aveva fatto il proprio dovere, come invece fa per altre cose, anche peggiori. Resta qualcosa di atavico nella compresenza nel mondo di uomini e topi. Non di rado erano stati l'uno il cibo dell'altro. Ma non era la paura di essere mangiati. Era qualcos'altro che li accomunava a generare paura reciproca.
Matthia, Bastiano e gli altri due stavano in piedi, in cerchio intorno a Milic. Lo schermavano da quella folla avida di qualunque cosa interrompesse la noia dei corridoi. Alcuni di loro non avevano mai messo piede in quella cella o rivolto la parola a Milic, per non contrarre il bubbone dell'eresia. Wolfango aveva scambiato con lui qualche parola, quanto bastava a capire di non essere fatti della stessa pasta.
I frati entravano, guardavano la parete, si segnavano con il segno della croce, uscivano. Uno chiese di poter vedere Milic, Uberto volle accontentarlo e si scost.
Anche gli altri, curiosi, ne approfittarono. E lo videro.
Wolfango indietreggi, si segn, incresp la bocca. Un altro passo indietro verso la soglia della cella. Port un lembo del saio alla bocca, inspir attraverso la stoffa. Non aveva dubbi che lo stessero osservando. Era quello che voleva. Non guard Matthia in faccia, l'occhio gli and direttamente su quel punto della cintola dove fino a qualche ora prima era stata appesa la chiave della cella.
Non  la paura di essere mangiati dai topi, ma la coscienza che i topi siano capaci di mangiare altri topi. Non  la paura di essere mangiati dagli uomini, ma il fiutare che gli uomini, nella disperazione, sono capaci di mangiare altri uomini. Questo c' di atavico, di primordiale che li accomuna.
Tu disse Wolfango a uno dei curiosi, perch ti sei fatto il segno la croce?
Quello guard il muro, guard Milic. Non gli parve necessario dover dire alcunch. Si precipit fuori dalla cella, prima che l'autore di quei dieci caratteri latini decidesse di ricomparire, qualunque cosa fosse.
Vadepost me, Satana. Scandalum es mihi... recit Wolfango. Il passo di Matteo per esorcizzare gli indemoniati. La prima preghiera di quel Natale.
Non puoi farlo disse Goffredo, gli statuti valgono anche per te.
Io non ho rinunciato al mio corpo, non ho offeso Dio privandomi di cibo e torturandomi disse Wolfango. E non ditemi che questa  purificazione. Questo rifiuto della vita  una bestemmia contro Dio. Gli statuti dell'arcivescovo impongono un equilibrio morale. Voi vedete l'equilibrio morale in questa cella? Io vedo solo una cosa, e non sono il solo a quanto pare. Quindi lo ripeto: Vade post me, Satana. Scandalum es mihi quia non sapis ea...
Voce nasale, stridula, lamentosa. Wolfango scand le parole dell'esorcismo come se azzittire Goffredo equivalesse a cacciare il Demonio dal convento.
Milic si mosse.
Matthia accorse, avido di qualunque segno di vita del maestro. Milic afferr debolmente la mano del discepolo. La presa cedette quasi subito. Matthia si lev il mantello, copr il maestro e inizi a sfregarlo per procurare calore.
Quindi stai dicendo che puoi fregartene degli statuti? insistette Goffredo incoraggiato da quel piccolo segno di vita di Milic.
Wolfango smorz la preghiera in gola.
E tu? Tu te ne freghi? replic Wolfango senza staccare gli occhi da Matthia che sfregava Milic come un legnetto per accendere il fuoco.
Goffredo prima di rispondere cerc Milic nel buio, forse per questo non riusc a parlare.
Gli statuti servivano a porre un freno agli scandali della Chiesa praghese, ricca e corrotta. Nessun frate avrebbe capito che birra e pasticci sono solo il primo gradino della scala del vizio.
Non riesci a riscaldarlo? continu Wolfango, diretto a Matthia.
Come posso? L'inferno  un lago di ghiaccio, avrebbe voluto anticiparlo Matthia con un'alzata di spalle. Invece tacque.
Sente gi il freddo del ghiaccio dell'Inferno, non  la neve di Praga il suo problema complet Wolfango rivolto alla piccola platea di curiosi che annuivano spaventati.
Matthia soffi dal naso, qualcosa tra uno sbuffo e un sorriso.
Un sorriso che a Wolfango non piacque. Tu lo seguirai quando verr a portarlo via?
Matthia si alz, diede le spalle alla luna e a Milic.
Un frate toss.
Matthia riusc a raggiungere Wolfango senza inciampare. Gli fu davanti.
Lo oltrepass. Stava per uscire quando, sulla soglia, si volt e recit O Dio vieni a salvarmi quindi i passi nel corridoio si fecero sempre pi lontani.
Il primo verso della Compieta. Avevano smesso di recitarlo poco prima di andare a letto, come tutti i giorni.
Wolfango ebbe un momento di smarrimento mentre vedeva il saio di Matthia guizzare dietro l'angolo.
Segu un altro colpo di tosse. Poi passi, gi per le scale.
Dio? domand Wolfango a nessuno in particolare, ma in modo che sentissero tutti. Verr Herlaking semmai, e non certo a salvarvi.
Cosa sei venuto a fare? gli domand Goffredo.
Milic nel sonno delirante afferr la mano di Uberto come se fosse una fune. Agit la testa, torn immobile.
Dato che nessuno teme gli statuti disse Wolfango, tanto vale essere sicuri che sia tutto regolare. Il lembo del saio sulla bocca nascose il sorriso, tradito per dalla voce, pi stridula e acuta. Soddisfatta.
Al piano di sotto, nella sala del capitolo, il priore stava informando Matthia di non avere alcun potere per impedire la convocazione di Milic presso l'Inquisizione. La seconda.
L'arcivescovo di Praga aveva dato disposizione all'Inquisizione di liberare l'arcidiocesi da ogni ceppo ereticale. La prima convocazione era stata in estate. L'inquisitore aveva trovato sul tavolo la denuncia per sospetto di eresia. La firma dell'autore della denuncia non ammetteva ritardi. Milic era stato immediatamente esaminato.
L'inquisitore vuole vederlo aggiunse Wolfango trionfante.
Goffredo alit sulle mani, le batt. Bastiano dalla finestrella cerc quel che restava della luna, conculcata per tutta la notte dalle nubi e infine sconftta.
Il priore doveva aver gi informato l'inquisitore dell'episodio.
Domattina ci racconterete, buon viaggio concluse Wolfango.
Erano state celebrate le due messe della vigilia e della notte e dovevano essere ancora officiate quelle dell'aurora e del giorno di Natale. I frati boemi erano riusciti a rimediare qualcosa da dar da mangiare agli animali e anche agli alberi. Erano passati pi di dieci anni dalla Peste Nera, ma il numero di braccia nate non era ancora superiore a quello di braccia morte. Non era facile trovare cibo.
Uberto decise in quel momento che avrebbe digiunato. I dieci caratteri latini sul muro non avevano ancora un significato, forse erano il frutto di un voto a Dio. Uberto lo sper mentre offriva un digiuno in cambio di Milic. Per riavere il maestro.
Wolfango assapor l'effetto delle proprie parole sui presenti. Il momento era guastato solo dal fatto che dava le spalle al corridoio, al vuoto, e la sensazione non gli piaceva.
Pomuzte me, ti pospeste si...
La voce dietro di s fece sussultare Wolfango che sent in petto un riccio di castagna ingoiato per intero. Si schiacci con la schiena contro una parete.
Matthia aveva parlato in ceco. Entrando fece appena caso all'effetto delle proprie parole su Wolfango. Ancora affannato per le scale, risparmi il fiato. Non riusciva a distinguere i volti dei compagni. Riconobbe Uberto che si spogliava del proprio mantello. Bastiano e Goffredo facevano altrettanto. Preparavano Milic per il viaggio. Ripreso il fiato, si adoper con gli altri ad affrontare la neve.
Qualcosa congel i preparativi.
S.
Fu la prima parola di Milic. Da un luogo diverso da quella cella. Un s a domande distanti, con una voce che non era pi la sua.
Trasportarono Milic fuori dalla cella. La folla di curiosi si apr a met, il corridoio umano fu uno scombinato movimento di mani, di segni della croce sopra l'ammasso di mantelli che copriva Milic.
Contarono i gradini per non perderli al buio, scendendo lentamente. Si trovarono nell'anticamera che dava sul colonnato del chiostro, dove nessuno si avventurava tra Compieta e Mattutino. Dalla neve emergeva la bocca del pozzo.
Percorsero il perimetro del chiostro sotto il colonnato.
Bastarono pochi metri all'aperto e le ciglia divennero ghiaccioli.
L'ospedale del convento aveva sempre della paglia pronta all'occorrenza. Fu l che adagiarono Milic.
Maestro prov a chiamare Matthia, Maestro ripet.
Bastiano scosse lentamente il capo come a dire no.
Matthia accost l'orecchio alla bocca di Milic.
Maestro prov ancora  avvenuto un fatto straordinario stanotte, c' un segno.
Matthia gli prese le mani, Milic afferr le sue come un bicchiere che sta cadendo.
Maestro.
Milic scatt come un ramo flesso a U e poi mollato. Sgran gli occhi guardando il vuoto.
Dobbiamo andare dall'inquisitore disse in fretta Matthia.
Ma Milic era gi ricaduto.
Maestro, che cosa  successo?
S disse ancora Milic. Lo stesso s di poco prima, forse alla stessa domanda, una domanda lontana dagli uomini, dal convento.
Rumore di metallo.
Bastiano con un acciarino dava fuoco al lucignolo di una candela. Port la luce accanto a Milic. Luce, calore, anche se debole.
Il profumo delle primule non interesser all'inquisitore, pens Uberto.
Il vento, che fischiava dagli stipiti della porta come un flauto stonato, diede voce a quel bisogno urgente di far sapere a Milic cos'era accaduto.
Chi aveva svegliato l'inquisitore non poteva aver fornito un resoconto dettagliato. Nessuno poteva.
Un pensiero si piazz nella mente di Matthia senza essere preceduto da un ragionamento.
Maestro come vi sentite? disse per distrarsi, l'inquisitore vuole interrogarvi su quello che  successo stanotte nella vostra cella.
Il flauto stonato, lo scricchiolio della porta.
Matthia ringrazi il pensiero senza ragionamento, sincero e diretto: avrebbe dovuto sostenere l'interrogatorio al posto di Milic. Prima o poi, gli sarebbe toccato. Sorrise senza labbra. Prima o poi avrebbe dovuto consegnare i propri scritti alle autorit, e l'ombra dell'inquisizione sarebbe caduta su di lui.
Et adnuntiet nobis Dominus Deus tuus viam per quam pergamus et verbum quod faciamus.
Bastiano ebbe un sussulto nel sentire Matthia recitare Geremia. Il passo nel quale i guerrieri si rivolgevano al profeta per chiedere: il Signore, tuo Dio, ci indichi la via per la quale dobbiamo andare e che cosa dobbiamo fare.
La preghiera degli smarriti.
Ho parlato con il priore poco fa,  stato lui a denunciarvi all'inquisitore disse Matthia rivolto a Milic. Non abbiamo alcuna possibilit di evitare che tutto ci accada. Le mura della stanza d'ospedale ricambiavano una eco sorda.
La fiamma della candela si pieg. I cardini della porta sembravano pronti a trattare la resa.
In ombra Goffredo tirava su con il naso. I compagni fecero finta di non sentirlo.
Verit disse Milic.
Si avvicinarono tutti e tre. Sapevano che Milic non stava rispondendo a Matthia. Bastiano recuper alcune erbe e si fece aiutare da Uberto e Goffredo a frizionare le ferite dei cilici.
Verit, una parola che stava costringendo Matthia e gli altri a guardare le cose nella loro doppiezza. Dire la verit all'inquisitore sulla scoperta di nove mesi prima. Capire la verit sulle vicende di quella notte.
Matthia poteva adempiere solo alla prima di quelle richieste. E non del tutto. Gli venne voglia di affacciarsi a guardare il chiostro, di andare a vedere i segni che lasciava da bambino sempre sulla stessa colonna a ogni compleanno. Si misurava e lasciava una tacca, per scoprire dopo un anno di quanto era cresciuto. Pi di dieci segni a ricordargli il tempo passato tra quelle colonne. Pi della met dei suoi anni.
Verit disse ancora Milic.
Dopo la prima convocazione, l'inquisitore aveva lasciato Milic libero. Lo aveva trovato perfetto cristiano. Il priore non poteva per ignorare che un sospetto eretico si trovasse nel proprio convento. Soprattutto non poteva ignorare che la denuncia fosse partita proprio da una di quelle celle. E che la firma in calce al foglio sulla scrivania dell'inquisitore fosse quella di Jan Milic.
Interrogher me disse infine Matthia. Negli occhi tutto l'inverno boemo.
Milic scost istintivamente la coscia quando Bastiano inizi a frizionare le ferite in quel punto. Allegger il tocco.
Goffredo tenne fermo un piede di Milic, Uberto sistem un pugno di paglia sotto la sua testa. Si guardarono intorno avidi di trovare una occupazione che giustificasse il loro imbarazzo.
Non abbiamo nulla da temere, vero? domand Matthia.
Bastiano pass a frizionare l'altra coscia. Goffredo tenne fermo anche l'altro piede. Uberto non fece nulla. Si limit a guardare in basso.
Sentite, lo ha gi affrontato ed  andato tutto bene, cosa c' che vi fa tanta paura? Non siamo catari o fraticelli. Abbiamo un maestro che si  denunciato da solo per eresia, e allora? Questo prova che  un buon cristiano, che non predica dottrine che si allontanano da quelle della Chiesa.
Il fischio tra gli stipiti precedette di poco il tremolio della fiamma.
La Chiesa ha bisogno di Milic, di noi. In mano a gente come il priore sar solo un ritrovo per sudici rapaci.
Il silenzio dei compagni svel a Matthia quanto lui sapeva gi. Chiesa onesta, Chiesa buona, ecc. Non era da queste idee che nasceva il sospetto di eresia.
Vedremo. Saremo nelle mani di un uomo di Chiesa disse ancora Matthia non  detto che l'inquisitore non voglia le nostre stesse cose.
Milic riconosceva l'autorit della Chiesa. Se un uomo si trova a comandare e un altro a obbedire,  perch Dio vuole che qualcuno comandi e qualcun altro obbedisca. La Chiesa, l'impero, i preti e i politici, per Milic rappresentavano la volont di Dio. Del Dio che pu tutto. Quindi se esiste un inquisitore  perch  Dio a volerlo. Tra Dio e l'uomo ha ragione Dio, la pi alta delle ragioni pensabili.
Matthia, su questo punto, dissentiva dal maestro. Adamo ed Eva avevano creduto che l'autorit fosse il serpente. E avevano obbedito. L'uomo  sempre in grado di riconoscere a quale autorit obbedire? Eseguendo gli ordini di un'autorit umana, l'uomo esegue sempre gli ordini di Dio? Anche per queste domande le mani di Matthia continuavano a tremare.
Il vento aveva smesso di tormentare i vetri dell'ospedale del convento.
Il fondersi sospiroso della candela provava a interagire con i presenti. Il riflesso della luce lunare sulla neve lasciava un chiarore bluastro sospeso sopra l'intero convento.
Saremo di ritorno in tempo per unirci agli altri fratelli, pregheremo insieme per la messa del Santo giorno sussurr Matthia.
Milic era dello stesso colore del muro della sua cella, quello con i dieci caratteri latini. Avrebbe mai pi fatto altre passeggiate nervose? Matthia si volt a cercare i compagni. La notte gli fu dentro come fumo denso. Si sedette a terra. Sacrificare se stessi non  come contemplare il sacrificio di Cristo. La sofferenza stava per divenire vera. Anche Cristo aveva avuto paura, anche Cristo aveva domandato al proprio inquisitore: perch?
Quella notte Matthia non avrebbe chiuso a chiave la cella di Milic dopo averlo incatenato come lui pretendeva. L'indomani Matthia non avrebbe aperto la cella e non avrebbe trovato Milic libero dalle catene e in preghiera. Dall'altra parte del convento il segno sul muro continuava a guardarlo, a prenderlo in giro. Il segno spiava e canzonava il convento, Praga, il mondo. Satana pu fare qualcosa senza che sia Dio a permetterglielo? Chi  stato l'autore dei dieci caratteri? Cerc di capire cosa dire all'inquisitore, fu come sentire il rimbombo della voce dentro una botte vuota.
Magari durante il tragitto Milic si sarebbe svegliato. Il maestro avrebbe risposto a tutte le domande dell'inquisitore. Avrebbe spiegato che cosa significavano i caratteri latini comparsi sul muro la notte di Natale.
Matthia lo sapeva. Anche gli altri lo sapevano. Era una profezia. La profezia.
Il vento smise di dare battaglia e la porta di lamentarsi, appena Matthia l'apr per uscire a cercare un asino.
Adsimilatus sum pelicano deserti factus sum quasi bubo solitudinum: sono come un pellicano del deserto, come un gufo tra luoghi desolati. Il pellicano lacera il proprio petto con il becco per farsi mangiare dai propri piccoli. Uberto aveva tra le braccia il pellicano descritto dal salmo, l'immagine che si trovava dipinta su molti crocefissi in legno. Goffredo e Bastiano lo aiutarono a mettere il maestro sulla barella. Il corpo di Milic sarebbe stato mangiato da molte persone. Per primo il priore, che si trovava nella fortunata posizione di poter fare il proprio dovere e al contempo di assecondare la propria vigliaccheria. Due piccioni con una fava. Come ricevere del denaro per essere stati guariti da un brutto male. Per secondo Wolfango che in quel momento entr nell'ospedale senza dover aprire la porta, lasciata aperta da Matthia.
Fuori dalla Chiesa non c' salvezza recitava l'antico detto dei primi cristiani. Milic nella Chiesa aveva cercato proprio quella salvezza che il mondo gli aveva improvvisamente negato. Lui viveva in societ, pensava di conoscere la vita. Ma si era trovato, un giorno, dinanzi a qualcosa di nascosto, qualcosa che non avrebbe dovuto raggiungere il sapere del mondo, qualcosa che doveva restare incatenato negli abissi dove era stato sprofondato. Ma gli occhi cadono su quanto non dovrebbe essere visto, le orecchie odono quanto dovrebbe essere taciuto. Perch pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono, aveva scritto un evangelista.
Milic avrebbe chiuso i propri occhi e turato le proprie orecchie se avesse avuto scelta. Ma esiste la scelta dell'uomo se  Dio a volere ogni cosa? L'imperatore lo voleva vicino, per questo lo aveva nominato guardiano della tomba di san Venceslao nella cattedrale. Avrebbe vissuto di prebende, come tutti gli uomini di Chiesa.
Ma era in corso un processo che Milic stesso ignorava. Aveva letto per caso i libri dei profeti, poi aveva sentito per strada le parole di Conrad, il predicatore tedesco: invitereste mai qualcuno a cena senza prima aver pulito casa? Invitereste Cristo a scendere tra gli uomini senza pulirvi dai peccati? Il ritorno di Cristo.
Le carte che contenevano gli scritti erano arrivate per ultime. Il suo sacerdozio aveva assunto rapidamente un altro significato. Entrare nella Chiesa, farsi prete. Fuori dalla Chiesa non c' salvezza. E Milic aveva bisogno di salvezza.
Dal convento, Praga non si poteva vedere. Si sentiva il fiume e si scorgeva la collina con il vigneto. Nel convento esisteva il passato. In convento si andava per cercare Dio. Oppure, come Milic, alla ricerca di quella immagine, di quella visione che viene da Dio, o dallo Spirito. Nulla da studiare o da capire, solo una visione, per conoscere la Verit con la semplicit con la quale un bambino impara l'alfabeto per immagini.
Il convento aveva una bella biblioteca. Milic sapeva leggere ma non aveva mai frequentato lezioni. Tuttavia il fermento di quegli anni, con la nuova universit, i maestri, gli studenti e tutti i libri che da Parigi, Londra, Bologna, giungevano a Praga, lo avevano inebriato. Era l'eccitazione dell'odore delle pagine sfogliate a caso, senza leggerle.
Quando l'inquisitore lo aveva lasciato libero in estate, aveva posto una sola condizione. Che non studiasse la Bibbia. L'unico libro che teneva sul proprio tavolo.
Cosa significa Pomuzte me, a pospeste si? la voce stridula di Wolfango per un momento si sovrappose al fischio del vento. Questa volta non copr la bocca col saio, ma rimase comunque distante.
In quell'istante Milic si vegli. Scatt a mezzo busto, occhi sgranati. Cosa  successo? domand.
Wolfango disse Pomuzte me, a pospeste si.
Perch? domand Milic. In latino.
Te lo spiegheranno loro perch, vero? malign Wolfango guardando Bastiano.
Maestro, stanotte avete lanciato un urlo disperato e vi abbiamo trovato privo di conoscenza. Non siamo riusciti a svegliarvi, avete dormito per diverse ore. Ora siete nell'ospedale. Avete detto poche parole a Matthia, vi ricordate?
Pomuzte me, a pospeste si ripet Wolfango.
Perch chiedi aiuto in ceco? domand Milic a Wolfango.
Goffredo non gli diede il tempo di rispondere il priore ha chiesto all'inquisitore di convocarvi, prima del Mattutino. Vi abbiamo tolto i cilici di dosso e abbiamo medicato le ferite disse a denti stretti e pugni chiusi, per non sentire ancora la voce stridula di Wolfango.
Dall'inquisitore? domand Milic. Debole.
S. Matthia sta cercando un asino per raggiungere Praga. Volete dell'acqua? Serviranno acqua e coperte. Il viaggio  lungo e la neve ha coperto la via continu Goffredo avvicinando una scodella colma alle labbra di Milic.
Contento di tornare dall'inquisitore? domand Wolfango.
Milic guard Bastiano. Bastiano deglut saliva.
A quanto pare, tocca a me dirtelo disse Wolfango.
Il lucignolo fece traboccare la bolla di cera fusa. La goccia percorse tutto il fianco della candela finendo sul colaticcio e solidificandosi istantaneamente. Gli occhi lucidi di Milic aspettavano, frenetici come un insetto nell'acqua. Nessuno prese la parola.
Ti ascolto disse Milic.
Wolfango scosse il capo lentamente, quindi inizi: stanotte eri legato, davi le spalle alla porta. Qualcuno  entrato nella tua cella. Tu non hai visto lui, ma lui ha trovato te.
Le chiavi le ha solo Matthia disse Milic.
Torna dal priore a dire che partiremo al pi presto, che il lettino  pronto e che restituiremo l'asino prima di Mattutino disse Goffredo che reggeva ancora la scodella dell'acqua.
L'aura bluastra sospesa tra neve e cielo non cambiava colore, come se il freddo avesse congelato il trascorrere del tempo. Gli Incubi e le Succube fuggono dal petto di chi dorme solo con il sole.
Goffredo ficc per sbaglio il pollice nella ciotola d'acqua. Un brivido. Non stava sognando.
Le chiavi le ha solo Matthia conferm Wolfango. Quindi, non restano che due ipotesi. O  stato lui, o voi siete in pericolo.
Che Dio perdoni la tua superbia disse Uberto.
Voglio farti un indovinello ribatt Wolfango. Vuole distruggere e ricostruire la Chiesa, parla di nascosto, insegna cose proibite, vive in un luogo desolato e buio... chi ?
Fratello lo interruppe Milic alzando leggermente il capo per guardare il suo accusatore negli occhi: Fratello, dimmi che cosa  successo stanotte.
Wolfango invece guard Uberto. Allora? Ti arrendi?
Fratello insistette Milic.
Wolfango sorrise a Uberto, si volt verso Milic e disse  comparso un segno sacrilego sul muro della tua cella.
Milic cerc un chiarimento negli occhi dei discepoli.
Uno spiffero di vento si abbatt sulla fiamma che fu l l per cedere.
Fuori, passi calpestavano la neve fresca. Dietro la porta il raglio di un asino.
Dieci cifre latine disse Wolfango. Un numero. E i numeri nascondono pi significati delle parole.
Si rivolse a Uberto e disse Ti arrendi?...  Satana sorrise tu a chi avevi pensato?

2. Praga, 1363.

Quando bussarono, Karl dava le spalle alla porta della sala.
Contemplava Praga dall'alto del suo castello. Il copricapo gli fasciava la testa scivolando sulle orecchie. Il colletto in pelle e la barba gli rendevano il volto allungato, pi simile a quello di un uomo di pensiero che di Stato.
 arrivato annunci il servo.
Fallo entrare rispose Karl distratto dal proprio riflesso sul vetro della finestra.
Il servo ricomparve ad annunciare l'ospite.
Solo un momento ordin Karl. Si fece portare la corona di imperatore. Se ne cinse il capo, torn alla finestra. Fallo entrare.
I passi dell'arcivescovo, come quelli di un gatto.
Vostra maest.
Vieni avanti, Arnost invit dandogli le spalle. Chiuse la tenda e si volt verso il suo ospite. Respiri meglio oggi?
Siete cortese a occuparvi della salute di un vecchio servo. Mi hanno portato uno scritto di Seneca dal monastero di Strahov, ho respirato l'aria delle sue ville, pi temperata di quella della nostra Praga.
Non era un incontro inusuale. Arnost era l'uomo che Karl aveva voluto al suo fianco prima ancora di diventare imperatore, sin dall'incoronazione a re. Incoronazione celebrata da Arnost, che era anche il suo confessore.
Da giovane Arnost aveva lasciato Pardubitz, piccola cittadina a est di Praga, per studiare in Italia. Fisico leggero, sospeso tra studio e spirito, a molti era sembrato incapace di affiancare un imperatore. Ma, in realt, Arnost aveva occhi e orecchie dappertutto.
Aveva trasformato Praga da vescovato ad arcivescovato e fondato l'universit, anche se questa portava il nome di Karl. Per realizzare tutto ci aveva dovuto aspettare che re Jan morisse.
Karl era diverso dal padre. Re Jan non amava Praga, Karl s e Arnost lo sapeva. Per questo non lo aveva mai abbandonato, neppure in anni di disperazione come quelli della Peste Nera, quando Karl aveva disatteso al proprio dovere disobbedendo a Dio e autorizzando spedizioni di morte contro innocenti al solo scopo di tenere buono il popolo.
 arrivato un messaggero da Parigi disse Karl.
E' l'occasione che aspettavamo ribatt Arnost.
Lo sapevi gi? Stava per chiedere Karl. Non lo fece. Dobbiamo essere cauti.
Senza cautela non si governa, chi governa deve essere guidato da temperanza e forza disse Arnost.
Temperanza e forza. L'aria delle ville di Seneca.
Jeanne di Francia  stato un grande amico di mio padre, non  cos facile approfittare della circostanza. In realt forse Jeanne non se ne stupirebbe, in questa situazione poi... C' per qualcosa che mi blocca. L'umiliazione che sta patendo ora mi immobilizza, anche se so che si  consegnato volontariamente.
Gli equilibri dell'impero dipendono da voi. Lo sanno i principi tedeschi, lo sanno i nobili romani. Lo sa anche il papa.
Re Jeanne non si aspetta il mio aiuto. La prima volta che cadde prigioniero, suo figlio venne a rendermi omaggio e a farsi mio vassallo, ma nonostante ci non lo aiutai. Non lo aiuter neanche ora, ma non posso neppure attaccare la Francia mentre il suo re  prigioniero a Londra. Dovrei dimenticare che mio padre  morto a fianco a suo padre.
Forse il mondo sta invecchiando con noi, forse re Jeanne non crede pi nei ricordi, e si aspetta la cosa pi ovvia: che un esercito vada in Francia a riprendersi il papa per portarlo a Roma.
Con cautela disse Karl.
A chi serve questa cautela? Al re? Al papa?
Re Jeanne di Francia si era dovuto consegnare prigioniero al re d'Inghilterra.
Mi permetto di far notare che gi una volta abbiamo fallito per aver perso tempo.
L'ho saputo solo questa mattina disse Karl. Non volle domandare ad Arnost da quanto tempo lo sapesse lui.
Il messaggero viene da Avignone. Questo significa che anche l non sono pi tanto sicuri di voler restare lontani da Roma e ci mandano a dire di muoverci disse Arnost. Papa Urbano ha un piano di riconquista dei territori papali in Italia. Il cardinale di Albornoz  a Roma a corrompere, assoldare eserciti mercenari e a combattere come un leone per far trovare tutto pronto al papa quando torner a Roma.
Karl non sopportava Avignone. Evitava come poteva di andarvi. La citt non era neppure territorio francese dal momento che il papa, avendola trovata comoda, l'aveva comprata.
Secondo te lo spagnolo sa gi che il re di Francia  prigioniero?
S, l'hanno avvisato prima di voi. Forse temono la vostra cautela disse Arnost. Temperanza e Forza sono virt, ma la cautela non  temperanza e tantomeno forza. Forse ad Avignone scambiano la cautela con altro. Per chi vuole tornare a Roma questa  l'occasione che aspetta da anni. Quando gli ricapiter di poter scappare dalla Francia? I re francesi non cadono prigionieri cos di frequente.
Karl rimase in silenzio.
Suo padre non lo aveva voluto sempre al suo fianco. Eppure il giorno che re Jan aveva scelto per morire, Karl era con lui. Non in un letto, ma con una spada nel torace. Karl aveva visto il vecchio padre, ormai privo della vista, diventare un eroe.
Jan di Boemia aveva voluto combattere nonostante fosse ormai quasi cieco. Si era fatto legare tra due cavalieri, e aveva ordinato alla cavalleria di lanciarsi contro l'esercito inglese, incontro a morte certa. In prima linea, con la spada in mano era stato tutt'uno con la sua cavalleria. L'indomani sul campo era stato trovato morto. L'onore della famiglia Lussemburgo era salvo.
Karl non era un cavaliere degno di suo padre. Durante quella battaglia lui era sopravvissuto in modo ignobile. Era un suo segreto.
Eppure aveva la possibilit di riuscire laddove suo padre aveva fallito. Riportare il papa a Roma.
Sessantanni prima, papa Bonifacio e re Filippo di Francia si erano odiati. La cristianit non poteva immaginare che si sarebbero adoperati per la pi grande delle bestemmie. Re Filippo trattava il papa per quel che realmente era: un negromante. Bonifacio non pregava Dio per essere guidato. Sgozzava galli e leggeva i segni negli schizzi di sangue.
Filippo fece picchiare pubblicamente Bonifacio. Ma pochi giorni dopo l'umiliazione, Bonifacio mor. L'ultima parola che disse fu una bestemmia. Chi era accanto al suo capezzale ad assisterlo non ebbe il coraggio di ripeterla.
Quello che accadde dopo degrad la cristianit come mai era accaduto prima.
Filippo fece disseppellire il cadavere di Bonifacio, lo fece processare per magia nera, fece condannare a morte i cavalieri dell'Ordine dei Templari, infine la grande bestemmia.
La Cattivit avignonese. Come gli ebrei, popolo eletto da Dio, erano stati tenuti prigionieri in Babilonia da un faraone, cos il papa, rappresentante di Dio tra gli uomini, era tenuto prigioniero ad Avignone da un re della terra. Filippo di Francia aveva rapito il papa da Roma, citt scelta da Dio, per consegnarlo nelle braccia di Avignone, citt eletta da Satana.
Da allora Roma era senza papa.
Tu riusciresti a guardare re Jeanne negli occhi dopo un affronto del genere?
Voi riuscireste a entrare in una Chiesa dopo una rinuncia del genere?
Karl strinse il pollice nel pugno.
Suo figlio Charles erediter la corona di Francia, cercher vendetta.
Se voi inizierete a colpire, seguiranno a ruota il re di Navarca e il re d'Inghilterra disse Arnost irrigidendo le mandibole.
Karl si volt verso la finestra, spost la tenda. Preferiva ricevere Arnost l piuttosto che nella sala del trono.
Inverno, tramonto. Impero dell'Occidente. Occidente, dove il sole muore, l'impero dove il sole muore. La luce rossa gridava vita mentre si avviava al patibolo.
La sala del trono invece restava sempre in ombra.
Il suo ponte, robusto e disadorno, come le stanze del castello, campeggiava sulla Vltava, che fingeva di essere calma, per tradire senza rispetto gli argini alla prima pioggia. Karl pens a Roma e non prov alcun sentimento.
La sala del trono dava su un cortile interno. Nessun paesaggio da interrogare.
Sperando che i Turchi ci lascino in pace almeno per qualche tempo.
Il paesaggio, ghiacciato, immobile.
Non  una sfida tra voi e Jeanne di Francia disse sommessamente Arnost. Non state sottraendo la sposa a un re. La Chiesa ha un solo sposo, Cristo. Non avr altri sposi fino alla fine dei tempi.
Re Jeanne non si rende conto di essere un burattino di Satana disse Karl, lui vede solo il controllo della Chiesa.
La sposa di Cristo non  una schiava di Satana disse Arnost. Vi devo ricordare la fine del vostro predecessore, l'imperatore Ludovico?
Karl si volt di nuovo verso la finestra, come a cercare aiuto tra le lastre ghiacciate trasportate lentamente dalla Vltava.
Ludovico aveva ricevuto la maledizione del papa, che gli proibiva di avvicinarsi all'ostia di Cristo. Senza l'ostia di Cristo non si entra in comunione con il resto dei fedeli. E inizia il declino.
Karl guard ancora il suo ponte. L'aveva voluto costruire come il prolungamento dell'ombra della guglia della cattedrale di san Vito. Durante il solstizio d'inverno, il sole alle spalle del castello proiettava l'ombra della guglia dall'alto della collina lungo Mal Strana, poi guadava la Vltava e arrivava dritta in piazza. Quella linea scura era diventata il suo ponte. La strada segnata da quell'ombra era la stessa che lo portava al suo castello.
Ludovico il bavaro non  mai stato riconosciuto legittimo imperatore dal papa disse Arnost, invece voi con il papa ci giocavate insieme da bambino aggiunse piano.
- Stai dicendo che porto questa corona solo perch sono amico del papa? rugg Karl.
Dico solo che Ludovico era imperatore a met, perch non obbediva al papa. Vostra maest, voi siete imperatore per diritto divino, quel diritto vi viene dalla Chiesa che continuate a lasciare sola ad Avignone.
Non ho mai chiesto al papa quell'investitura disse Karl.
Ma non l'avete rifiutata.
Cos'altro dovevo fare? proruppe Karl. Ero solo, in quella maledetta Italia e Roma non era una citt. Era un budello di serpi. Ed  l che dovrei precipitarmi a spedire il papa?
Karl non poteva dimenticare l'umiliazione subita quasi dieci anni prima. Era sceso in Italia a sottomettere i comuni all'impero e aveva ottenuto solo offese. Nessun comune si era sottomesso. Lo avevano pagato perch andasse via. Lui aveva preso il denaro e se ne era andato via.
E poi Roma. Da Avignone era giunto l'ordine di incoronare l'imperatore. Karl era gi imperatore, non aveva bisogno di alcuna incoronazione. Ma rifiutarla era un rischio. Ludovico il bavaro non l'aveva mai ricevuta.
Karl a Roma, con una Chiesa in ginocchio e stremata, non era stato in grado di sottrarsi a quell'atto formale di sottomissione. Roma senza papa era riuscita a piegare un imperatore. Mentre il cardinale dava solennit al gesto dell'incoronazione, Karl la vide: in un angolo di San Pietro la prostituta brindava con un calice colmo di vino rosso che traboccava sui seni.
Preferite che rimanga la serva di un re?
La domanda di Arnost non aveva ancora raggiunto Karl perso in quella visione sacrilega.
Portare il papa a Roma adesso potrebbe essere pi dannoso che utile disse Karl.
Dannoso certo, ma la vostra indifferenza per l'Italia non  altrettanto dannosa? Sono passati quasi dieci anni dall'ultima vostra visita.
Loro non amano me e io non amo loro.
S, ma Roma?
Lo so, Roma...
I nobili romani contano pi di voi in certe corti d'Europa. Anche loro vogliono che il papa rimanga ad Avignone. In sessanta anni hanno avuto due soli grattacapi: Cola di Rienzo, ma era un pazzo, e lo spagnolo.
Guglielmo di Ockham, un eretico che stava nella corte dell'imperatore Ludovico lo scomunicato, aveva chiamato Karl con disprezzo re dei chierici. Stava dunque per essere l'imperatore dei chierici. Quei chierici che a Roma lo avevano umiliato. Non era stata un'incoronazione, ma una minaccia, per ricordargli che senza il loro permesso nessun potere  legittimo. Senza la Chiesa Karl non era nessuno.
Pensi che in fondo io non voglia farlo, vero?
Dio solo sa se  vero incalz Arnost. Dio solo conosce la differenza tra le intenzioni e le azioni. A volte facciamo del male senza volerlo, o abbiamo intenzione di fare del bene ma facciamo un danno. Dio sapr cosa premiare.
La mia intenzione non  malvagia.
Posso ascoltarvi come confessore e perdonarvi, se mentite ne renderete conto a Dio, non a me.
Era un discorso che Karl aveva gi sentito. Nove mesi prima.
Arnost domand Vostra maest intende far avere un messaggio al re di Francia?
No disse Karl.
Bene, occorre cercare di farsi il minor numero di nemici possibile in questo momento. La nostra intenzione  virtuosa, e come riusciremo a realizzarla  indifferente. Ora, vostra maest, se volete scusarmi, tornerei all'aria delle ville di Seneca. Ci vedremo per la messa.
Il vecchio arcivescovo era stanco. Karl avrebbe voluto continuare, ma lo lasci andare.
Guard fuori dalla finestra, il crepuscolo aveva spento i colori di Praga sfumandoli in un manto di grigio. Il freddo aveva congelato ogni cosa.

3. Praga, 1363.

MCCCLXVIII. Dieci caratteri latini. Le T del numero vibrarono dai denti alla cavit nasale, mentre Wolfango recitava milletrecentosessantotto. Suoni nasali, striduli, effeminati. Fu costretto a spalancare la bocca per riprendere fiato prima di poter dire ora lo sai anche tu.
Bastiano alz lo sguardo per aria, vagando tra gli angoli bui del soffitto che la candela non arrivava a illuminare, come se dall'alto dovesse seguire qualcosa alla pronuncia del numero.
Dietro la porta l'asino ragli contro la neve.
Matthia apr, vide Wolfango, rimase zitto.
Il contrasto tra la stanza e fuori gli arross le orecchie ancora frastornate dal vento.
Milic era sveglio. Sul volto, un'espressione avida di risposte. Matthia comprese di aver sbagliato i tempi. Era lui che avrebbe voluto fare domande a Milic. Non il contrario.
Un numero sulla parete, comparso nell'ora in cui le preghiere dei frati cessano lasciando i demoni liberi di aggirarsi tra chi dorme. Le chiavi le aveva solo Matthia, e ora Milic era lucido abbastanza per comprendere cosa avesse insinuato Wolfango. Doveva sembrare un indemoniato, tutto coperto di sangue, emaciato, pallido. Il suo fisico nervoso gli conferiva un aspetto aggressivo, i digiuni avevano assottigliato le labbra e scavato le guance, gli zigomi lasciavano il posto alle ossa sporgenti del cranio. Sembrava tenuto in vita da una energia estranea al corpo. Era da quasi un anno che si sottoponeva a digiuni estenuanti, portati avanti caparbiamente fino al limite del sopportabile. Eppure restava in vita, anche dopo una notte come quella.
La barella era pronta. Anche i quattro compagni.
Matthia deve restare, il priore gli deve parlare ordin Wolfango.
Non uno sbuffo, non una imprecazione. Matthia continu a muoversi nella penombra per gli ultimi controlli.
Mentre trasportavano la barella sull'asino, Wolfango passava le dita sulla fiamma, accarezzando un p di calore.
L'ospedale non ospitava nessuno da diverso tempo, non veniva mai riscaldato. Durante gli anni della peste, cinque malati erano sufficienti a tenere calda la stanza. Ma il calore pestilenziale di quei giorni era nefando, morboso. Erano passati pi di dieci anni, erano morte centinaia di persone. Il morbo per fortuna non aveva decimato i frati. Nell'obituario erano segnati una ventina di nomi. Se fossero stati registrati tutti i morti di peste di Praga, sarebbero occorsi obituari di centinaia di pagine.
Prima di uscire, Bastiano diede un'ultima occhiata ai soffitti, ansioso di fuggire da un morbo che non era la peste.
Io vado disse Matthia. Il priore mi parler domani.
Non aggiunse una parola.
Silenzio anche dall'interno della stanza.
Qualcosa non quadrava. Matthia annodava la barella al dorso dell'asino, stringeva con la stessa energia di un boia che mette il cappio al collo del condannato.
Il disco della luna era coperto dalle nuvole cariche di neve, le pietre umide delle pareti del convento riflettevano la luce fioca, brillando come la superficie di un lago. Il vento era cessato e lentamente la neve ricominciava a cadere.
Matthia volt le spalle al convento. Scrut il bosco. La barella era legata, Milic si era lasciato trasportare e legare. Uberto, Goffredo e Bastiano erano pronti.
La Verit, sempre. Che verit avrebbe raccontato all'inquisitore?
Bastiano si avvicin a Matthia, gli pose una mano sulla spalla.
Che c'? disse Matthia levandosi bruscamente la mano dell'amico dalla spalla.
Bastiano rimase in silenzio, si volt diretto verso le cucine.
Perch vuole che resti? Pens Matthia. Qualcosa non quadrava. Andare via. In fretta.
Bastiano rimase con il fagotto di pane in mano. La porta dell'ospedale chiusa. Il chiostro deserto. Lui da solo. Troppo solo per seguire i compagni partiti senza di lui.
Non riport alla mensa il pane che aveva rubato. A ferirlo non era stato l'abbandono. Sapeva che non si era trattato di un caso. Non poteva pi rimandare.
Sollev lo sguardo al cielo. Oltre la cappa di nuvole grigie come il piombo.
Corse verso lo scriptorium.
I libri non avrebbero fatto caso all'angoscia.
L'abside fu presto alle loro spalle. L'architettura del convento era stata invertita per un difetto del terreno. Il viandante che veniva da Praga incontrava per prima l'abside e solo dopo giungeva alla facciata della chiesa e all'ingresso. I frati dicevano che era come bussare a casa di qualcuno e trovarlo ad accogliere gli ospiti di spalle.
Matthia guidava la compagnia, leggermente staccato dagli altri due frati per controllare le asperit del terreno. Evitare buche coperte di neve durante la notte era pressoch impossibile. Uberto trascinava l'asino e Goffredo cercava di tenere fermo Milic che barcollava e rischiava di cadere dalla cavalcatura.
Si marciava in silenzio.
Solo il bastone di Matthia scandiva i passi colpendo la neve per scovare sassi o buche.
Tutto bene l dietro? Il piede su una pietra liscia coperta di neve. Non mantenne l'equilibrio e Matthia fu a terra. L'incontro tra le ginocchia ghiacciate e le pietre fu doloroso, come se le ossa fossero di vetro.
Attento.
Sto bene ringhi Matthia rialzandosi prima che gli amici andassero ad aiutarlo.
Riprese a colpire la neve.
Pochi passi, caparbio. Ancora una pietra liscia. Ancora a terra, in avanti questa volta.
Uberto e Goffredo trattennero le risate.
Matthia raccolse il bastone e tir dritto. Ora zoppicava.
I frati avevano ceduto i loro mantelli a Milic. Camminare li avrebbe dovuti riscaldare. Ma con il saio bagnato per le cadute, ogni soffio di vento era una lama affilata nella carne. L'asino gir intorno alle asperit e Milic rimase in equilibrio. Le cadute erano servite.
Matthia si sent solo. Pens a san Francesco, che parlava con gli animali. Gli uomini non lo avrebbero ascoltato.
Era nudo?
S rispose Wolfango Lo hanno vestito davanti ai miei occhi.
Matthia dov'? domand il priore.
Ha voluto accompagnare Milic voce nasale, soddisfatta.
Idiota. Ti avevo detto di portarlo da me.
Lo so ma non ho potuto trattenerlo, mi ha detto che vi parler domani. Cosa potevo fare?
Idiota. Ora sar pi complicato gestire l'inquisitore, sar un danno per tutto il convento appena sapr che quel pazzo ha fatto proselitismo delle sue dottrine nefande.
Mi dispiace recit Wolfango.
Vattene rugg tra i denti il priore.
Wolfango usc dalla sala del capitolo. Nel corridoio un piccolo gruppo di fratelli speravano in qualche pettegolezzo.
Wolfango li oltrepass. Tir dritto fino alla propria cella. Entr.
Solo, seduto sulla paglia, sorrise.

4. Roma, una decina di anni prima.

Per strada si arrostivano cadaveri. Lotario si era svegliato per la fame. Vinceva la fame sul disgusto, ogni mattina. E il bisogno di riempire i polmoni d'aria. I medici vietavano di dormire di giorno.
In casa odore di aceto. Aveva sigillato tutto. Doveva uscire fuori per ricominciare a respirare.
Il sole di agosto batteva impietoso sulle vie deserte. Non pioveva da due mesi.
Si diceva che i grassi non dovessero stare al sole. Lui non era grasso, non pi.
Uscito di casa fu accolto dalle mosche che si accumulavano sui cadaveri molli lasciati sugli usci delle porte.
Crampi allo stomaco, odore di carne bruciata. Disgusto. Il fumo dei roghi degli indumenti infetti stagnava immobile, sospeso. Come la nebbia umida e maleodorante che aveva portato la peste l'anno prima.
Una nebbia che era rimasta sospesa per aria in seguito a una pioggia giallognola e calda.
Lotario conosceva un angolo di Tevere dove poteva bere. I medici vietavano di bere dopo aver mangiato frutti secchi o verdi, dicevano fosse mortale. Lotario non mangiava che fave secche da giorni.
Si chin sull'acqua con tutta la testa, e bevve. Come i cani. La morte nera avrebbe cancellato gli uomini dal mondo.
 I sopravvissuti sarebbero diventati animali.
Il comune vietava la vendita di carne di maiale. I medici vietavano di lavorare nei campi. Chi lo preparava allora il pane?
Solo mosche e zanzare, cani randagi e topi giravano per le vie durante il giorno. Gli uomini si confondevano con le bestie.
I fognaioli passavano a raccogliere i cadaveri soltanto di notte, quando le esalazioni erano meno forti. Se i fognaioli non arrivavano, i cadaveri per strada erano cibo per cani o topi. I medici andavano in giro con un flacone di unguento sotto il naso e si facevano pagare prima di entrare nelle case. Guardavano il malato da lontano. Peste, non c' nessun rimedio.
Un fabbro, che Lotario conosceva, era diventato ricco con uno smeraldo, pietra che si diceva curasse la peste. Il fabbro lasciava lo smeraldo per qualche ora accanto al malato e andava via. Anche lui si faceva pagare sempre in anticipo.
Lotario non era morto. E aveva paura. Era un ragazzone robusto, forte, ma non serviva a molto la forza. Anche da bambino aveva sempre avuto paura. Della morte e del Diavolo.
Aveva sentito una storia. Un giorno tre giovani che camminavano a cavallo incontrarono tre morti che dissero loro: guardateci, sarete come noi. Non dimenticatelo.

 morti ogni tanto tornano tra i vivi. Lotario lo sapeva.
Le strade erano piene di morti. Il Diavolo poteva divorare tutte le anime che voleva. E il papa era lontano.

 l papa a Roma Lotario non l'aveva mai visto. Gli raccontavano che prima il Diavolo non aveva il coraggio di vagabondare per le strade. Ma senza papa il Diavolo aveva preso coraggio e ora andava in giro con i giudei ad avvelenare i pozzi.
Sua madre aveva bevuto l'acqua di uno di quei pozzi. Lotario aveva visto sotto il collo di lei un bubbone, uguale a quello di suo padre e dei suoi fratelli. Aveva dovuto chiuderla in una cassa per non essere contagiato, come aveva fatto la vicina di casa con il figliolo che aveva infilato in un baule in attesa che morisse.
Mentre la madre dormiva, l'aveva presa e chiusa in una cassa. Era dovuto salire con il suo corpo pesante sul coperchio e inchiodarlo. La mamma gridava, grattava il coperchio per uscire. Nelle ultime ore, delirava mentre moriva. Un pomeriggio i colpi dalla cassa cessarono.
Lotario aveva dormito per due giorni con la morta in casa. La casa puzzava.
Sarete come noi.
Quando fu sicuro che fosse morta davvero, all'imbrunire apr la cassa e abbandon il cadavere sull'uscio. Come ogni notte, sent passare il carretto dei fognaioli. Uno dalle mani, uno dai piedi. Un, due, tre, su. Il cadavere sopra gli altri corpi, a innalzare la montagna di carne portata in giro per le vie di Roma.
Da quel giorno in casa non ebbe pi paura.
Bruci tutte le cose della madre per strada, come aveva visto fare con i morti degli altri. Ma non bastava. Neppure i topi cercavano pi da mangiare nella sua baracca.
Roma non era pi una citt, piuttosto un villaggio un p troppo cresciuto. L'erba selvatica invadeva le strade deserte. Per le vie solo gente allegra, con liuti e vino.
L'ordinanza comunale vietava di piangere per strada, di portare i vestiti da lutto, di accompagnare i morti fin dentro la chiesa. Non venivano annunciate le morti e le campane non potevano essere suonate per lutto. Erano vietate le riunioni vicino ai cimiteri o alle cappelle, quindi la gente stava per le strade. Chi aveva vino lo beveva tutto, perch conservarlo? Chi sapeva suonare lo faceva e chi sapeva ballare ballava. Senza alcuna gioia.
I medici prescrivevano di non stare accanto alle donne, se si voleva rivedere la luce del sole.
Nelle campagne, come talpe, si scavava per cercare radici da mangiare. I cani iniziavano a scarseggiare. Qualcuno bolliva le ossa dei morti per ricavare un brodo.
Lotario non lo fece e non lo avrebbe mai fatto. Voleva restare nella grazia del Signore. Pregare per le anime dei morti, non mangiarli.
Era stato al tramonto di una domenica in cui stava per morire di fame che il Signore si era ricordato di lui. L'uscio della porta era bloccato da frammenti incoerenti di polvere, capelli e pietruzze. Una spallata distrusse la paziente opera del vento caldo.
Sole giallo come la sete, ad accecare gli occhi addormentati ancora intrisi dell'aria all'aceto. La citt si era svuotata.
Senza gli annunci delle morti, non si poteva sapere quale abitazione fosse rimasta completamente vuota. Con il rischio di entrare in una casa a rubare e di rimanere uccisi dai sopravvissuti.
Il Signore dall'alto spiava e giudicava.
Lotario stava poggiato all'ombra di un muro quando il silenzio delle strade romane fu rotto dalle urla di un gruppo di uomini. Si alz incuriosito e segu le urla. Voltato l'angolo di una via, all'ombra di un edificio, trov degli uomini che, in cerchio, picchiavano un malcapitato steso a terra. All'avvelenatore di pozzi gridavano all'avvelenatore di pozzi. Calci, colpi di bastone, pietrate. La preda, a terra, si contorceva lenta.
Si avvicin.
Che ha fatto? domand Lotario.
Non lo degnarono, presi com'erano dall'uomo che si contorceva dal dolore.
Lotario si accost al cerchio di uomini e comprese. L'uomo a terra aveva il braccio sinistro piegato al contrario, con il gomito all'indentro. Spezzato.
 un mancino disse uno.
La curiosit mut in rabbia. Lotario si fece spazio tra gli uomini. Il dolore di quei tempi di morte e desolazione fu tutta nei calci e nelle bastonate che arrivavano tremende su quel corpo inerme. Fin quando non fu un cadavere anche lui.
Silenzio.
Gli uomini fissarono il corpo esanime del mancino.
Diavolo di un avvelenatore ora va' e avvelena il buco del culo di Satana disse uno.
Ma con l'altro braccio aggiunse un altro.
Le battute furono trovate molto divertenti. Risero tutti a saziet. Si diceva che ridere facesse passare la fame.
Pregarono il Signore e ciascuno and per la propria via.
Anche Lotario riprese la propria, a mani vuote ma ancora con la risata stampata sul volto. Era da tanto che non rideva. Con il cuore gonfio di gioia si diresse verso casa.
Era ancora pomeriggio. Di fronte alla porta si ferm. L'uscio era aperto. Qualcuno era in casa a rovistare tra le sue cose. Un avvelenatore di pozzi? Le gambe come due fili di spago al vento. Lotario pens al da farsi, perplesso davanti all'ingresso. Ne aveva gi ucciso uno di avvelenatore. Poteva ucciderne un secondo. Il Signore gli avrebbe reso grazia. Le gambe tornarono a obbedirgli.
Lentamente apr la porta.
Di spalle una figura piccola.
Lotario entr.
Quello si volt. Occhi di lupo.
Figlio di una cagna gli si lanci contro.
Balzo da gatto.
Dalla finestra il labirinto di strade di Roma lo aveva ingoiato.
Sparito. Con il suo cibo. Poca roba, facile da portare via.
Lotario era goffo nei movimenti, non avrebbe mai raggiunto quel bastardo. Poteva sollevare un aratro, ma non reggeva la corsa. Se lo avesse avuto tra le mani gli avrebbe fracassato la testa. A mani vuote e senza pi niente in casa gli venne da piangere, and a coricarsi digiuno.
Troppa fame, il sonno non venne. Di nuovo in strada.
Era sopravvissuto al morbo, ma erano giorni che mangiava solo fave secche e poco pi. A piccoli morsi perch quella riserva durasse il pi a lungo possibile.
Aveva ucciso un avvelenatore, il Signore doveva graziarlo. I cadaveri per le strade di Roma avevano trovato un p di giustizia.
Nelle tasche dei vestiti abbandonati, nelle case vuote, nelle chiese, nei forni spenti, nelle macellerie abbandonate. Niente.
Si fece predatore. Diede la caccia a cani randagi, a gatti, a uccelli, anche se i medici consigliavano di evitare ogni volatile. Lo pens mentre con un bastoncino cercava di stanare un topo da un muro.
Respiro corto. Doveva sedersi sempre pi di frequente, poggiarsi all'ombra di un muro per non svenire. Vomitava umori verdastri. Il rotolino dietro il collo, bagnato da una goccia fredda, che non poteva essere uscita dal suo corpo. Altre gocce fredde, dalla fronte agli occhi, per rendere liquida la realt.
Stava morendo.
Cerc di prendere la strada di casa. Si guard intorno per capire dove fosse. Era nel mezzo di uno spiazzo vuoto. Il luogo non era sporco come gli altri, sembrava disabitato, ma gli usci delle case erano sgomberi da erbacce, segno che qualcuno apriva e chiudeva le porte di quelle case. Su uno dei portoni vide una maschera che con un ghigno mostrava la lingua tra i denti. La maschera divenne una macchia, la macchia divenne tutto. Come in un sogno.
Sopra la testa il rumore di una finestra che si apriva. Quindi un debole fischio. Lo chiamavano, un vivo lo chiamava. Non con il proprio nome, ma con un fischio.
Da questa parte. Il fischio era diventato una voce.
Non vide dove andava. Piegato in avanti dal dolore di pancia, barcollante, raggiunse quella eco lontana.
Da una finestra comparve un uomo di chiesa. Era il tramonto, il sole alle spalle del frate accecava Lotario. Una macchia scura dalla finestra di un palazzo rosso. Non poteva distinguere altro. L'uomo, in un cesto attaccato a una fune, mise qualcosa.
Sai dove si trova l'immagine di Santa Margherita sotto il vicolo in cui si va a pisciare? l'uomo dalla finestra non aspett la risposta, dall'altra parte del vicolo c' una casa con lo stemma di una rosa, pochi passi dopo trovi una casa colorata di giallo e verde. Bussa e chiedi di Giovanni.
Lo sguardo di Lotario non prometteva una memoria di ferro.
Consegna il messaggio a Giovanni. E a nessun altro. Lo riconoscerai dalla mano sinistra senza pollice.
Terminate le istruzioni per la consegna del messaggio, l'uomo intim Lotario di non perdersi e di ritornare il prima possibile. Rimase in silenzio a scrutarlo, quindi cal il cesto. Dentro, un pezzo di pane e un foglio. Quando Lotario ebbe raccolto tutto, l'uomo di chiesa tir su il cesto e spar dietro una tenda.
Dur tutto pochi attimi. Lotario teneva in mano il messaggio e il suo pane. Non aveva detto una sola parola, non ne aveva la forza. Prese il pezzo di pane, si coric a terra, sul fianco, in posizione fetale. Mangi in fretta. Se qualcuno lo avesse visto con il pane glielo avrebbe strappato dalle mani. E lui non avrebbe avuto la forza di reagire. La testa sembr esplodergli. Divorato il pane, fu preso da un piacevole torpore. Sarebbe rimasto in terra a dormire, ma si alz.
Per strada sorrise al cielo, il Signore lo aveva salvato. Riprese le forze, and a consegnare il messaggio. Santa Margherita, una rosa, il verde e il giallo, Giovanni senza pollice.
Come un gruppo di pazzi che prendono a martellate la sabbia, cos gli zoccoli dei cavalli tamburellavano la strada.
Pochi potevano girare a cavallo senza paura di essere depredati. Lotario, come certi animali bendati, rimase di spalle. Se io non vedo loro, loro non vedranno me.
Un urlo, fermo.
Lotario cerc un budello nel quale sparire.
Il tamburellio si fece pi rapido, pi vicino, cess.
Io? chiese Lotario all'uomo che ora gli bloccava la strada.
Vedi qualcun altro?
Lotario si guard intorno. Un cane leccava da una pozzanghera il liquame di chiss quale corpo putrefatto.
L'uomo balz gi da cavallo, non ci fu una parte del suo corpo che non tintinn di lame metalliche. Se non fosse stato per la ferraglia che lo teneva coi piedi a terra, sarebbe volato col vento come un ramo secco.
Lotario fece un inutile passo indietro.
Mercenari, al soldo del cardinale spagnolo. Accento del nord. Nei pressi di Viterbo si combatteva contro un nobile che aveva occupato i territori papali.
Il prezzo dei guerrieri era aumentato in quell'anno. Erano pochi e combattevano su due fronti, sopravvivere alla spada, sopravvivere alla peste. Per ridare forza agli eserciti, i capi dovevano chiedere periodi di pace. A pagamento.
Se mancavano i soldi per pagare l'esercito, i mercenari venivano lasciati liberi di rubare, uccidere, stuprare.
Quando uno dei cavalli si muoveva, le borse laterali svelavano un poco del loro voluminoso contenuto. Quel che non entrava nelle borse era appeso alle selle: vasi, coppe cesellate, piatti decorati, drappi e quant'altro poteva essere saccheggiato dalle case nobiliari. Tutti oggetti da vendere una volta tornati a casa. Per chi ne aveva una, tutte storie da raccontare, se era rimasto qualcuno a cui raccontarle. I cavalli emaciati, incapaci di reggere le cavalcate ancora a lungo, erano un racconto sufficiente.
E vidi un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere di sterminare un quarto della terra con la spada, con la fame, con la peste e con le bestie della terra.
Roma doveva essere punita, e con Roma il mondo.
Dove stavi andando? domand il mercenario.
Cerco una casa verde e gialla.
Cretino, Roma  piena di case verdi e gialle.
L'uomo del cesto non gli aveva detto altro.
Non ti reggi in piedi per la fame eppure te ne vai in giro in cerca di case colorate.
Lotario muto.
L'uomo si chin, raccolse una manciata di sabbia, quanto bastava a riempire una bocca. Si avvicin a Lotario.
La casa verde e gialla vicina al dipinto di Santa Margherita, la conoscete?
No.
Devo trovare un Giovanni senza pollice aggiunse.
Il tintinnio di stoviglie cess sotto il polso irrigidito sulle briglie. Il mercenario gett via la polvere, guard i suoi uomini. Pochi attimi. Due scesero da cavallo.
Cosa ho fatto?
Sotto la suola dello stivale del mercenario doveva essersi incastrato un sassolino che a Lotario sembr un macigno mentre il piede gli schiacciava la tempia.
Lo legarono.
Respir a bocca aperta. Polvere secca. Non pioveva da mesi.
Con il sole non andava via anche la sete. Chi era per la strada non si domandava perch un uomo a piedi fosse legato a un cavallo.
Lotario si concentr sulle natiche della bestia secche e maleodoranti, come certe scalinate delle chiese, dove da bambino, quando non la tratteneva pi, la mamma doveva abbandonare la messa per portarlo a farla. E c'erano file di bambini che occupavano gli angoli delle gradinate.
Aveva sentito dire che i nobili potevano farla a casa.
I polsi trascinarono il corpo come un sacco di farina bucato per un paio di metri. Si rialz. Si rimise al passo del cavallo.
Sent un brandello di stoffa aderire contro un brandello di pelle all'altezza del fianco. In bocca il sapore del pane si mischiava a quello della polvere.
Non sapeva leggere. Neppure i mercenari. Avrebbe potuto inventare il contenuto del messaggio. Ho portato la gallina. Ecco il messaggio. Un contadino che manda a dire a Giovanni che la gallina  pronta.
I mercenari gli avevano preso il messaggio, quello vero, ed erano corsi a portarlo al capitano dei guelfi.
L'uomo a cavallo era rimasto solo con Lotario. Quanto chiedere per la consegna di un messaggero di Giovanni? Molto, sperava.
Se avesse saputo leggere, molto sarebbe stato molto di pi.
La Fine del mondo sarebbe iniziata all'improvviso. Questo dicevano i predicatori. Il cavallo verde, la morte. Forse ognuno aveva il proprio. E quello era il suo, che lo trascinava verso il giudizio. Pens fosse giusto, solo che faceva male. Dicono che sia Dio a volere tutto. La siccit, la peste. Un pezzo di pane calato dall'alto con un cesto. Tutto. Anche prolungare la vita di un uomo solo per farlo soffrire di pi.
Sei sicuro che si chiamasse Giovanni? domand il mercenario, poi spieg. Giovanni di Vico era ricercato dai guelfi del cardinale spagnolo. Lo si credeva a Orvieto. Era un ghibellino diventato potente dopo il trasferimento del papa e con l'appoggio dell'imperatore. Aveva fatto rimuovere dal suo palazzo tutte le madonne e tutti i crocefissi e le aveva sostituite con le immagini dell'imperatore Ludovico il bavaro. I suoi servi dovevano accendere incensi per Ludovico come se fosse Cristo. Il chierico che ti ha dato il messaggio deve essere una spia ghibellina che si finge uomo di Chiesa.
Se fissava le natiche del cavallo poteva dare il ritmo ai propri passi. Avevo solo fame piagnucol Lotario.
Per un pezzo di pane hai aiutato uno scomunicato, uno che ha ammazzato il fratello con le proprie mani. Se lo spagnolo lo prende, lo seppellisce vivo e te con lui.
Ma io che c'entro con questi scomunicati? Il chierico mi ha dato un pezzo di pane e io l'ho preso. Non conosco le lettere, non so niente di messaggi. Il diavolo mi ha messo in mezzo perch gli ho ammazzato un avvelenatore di pozzi. Ecco perch.
A quelle parole il mercenario sent che il culto del vitello d'oro chiedeva un olocausto.
Facciamo cos. Io non ti denuncio e tu mi dici chi ti ha dato il messaggio poi aggiunse c' una taglia su chi va in giro ad ammazzare i giudei
Ti ho detto che stavo morendo. Mi pareva un sogno.
Sai chi d messaggi in sogno? domand il mercenario.
Dio, il Diavolo. Lotario respirava come se potesse strizzare un poco di umidit dall'aria e dissetarsi.
E un mostro disse il mercenario,  nato qui a Roma meno di un mese fa. Se il Signore non lo avesse ammazzato, ora sarebbe in giro per le strade. Ma il suo influsso ancora vaga per Roma. Tutti gli eretici sono scesi dalla Maiella per adorarlo. Ordinava di fornicare nei giorni santi e voleva radunare un esercito per andare ad ammazzare il papa ad Avignone. L'hanno trovato gi morto in una casa abbandonata.
Che mostro? domand Lotario al quale le parole arrivavano con notevole ritardo.
Un mostro, una creatura dell'inferno. Una fornicazione del demonio con una puttana di questa citt di peccatori.
Ma io che c'entro? chiese ancora Lotario che provava a mettere in ordine il messaggio, la fornicazione con il demonio, e i mostri e le prostitute.
Era mezzo uomo e mezzo animale, ma non un solo animale. Aveva parti di animali e parti di uomo. Hanno trovato un altare vicino al suo cadavere, come quelli per servire la messa. Una bestemmia, appena nato aveva gi dei seguaci.
Seguaci del mostro?
Certo, hanno eretto un altare per onorarlo, come un dio. Era disgustoso. Aveva la testa attaccata al corpo senza collo, era nato grasso, con il capo pi grande del corpo, le orecchie da topo, una sopra e una sotto, un occhio visibile e l'altro coperto da una escrescenza che dalla testa scendeva come un grappolo d'uva fino alla bocca. L'occhio era una piccola fessura, le mani e i piedi zampe di porco. La lingua di gatto, ma pi lunga, usciva da un angolo della bocca, che non era una bocca, ma una ferita nel mezzo della faccia. Lo hanno trovato morto in piedi.
In piedi? il racconto distolse Lotario dalle natiche del cavallo. Comprese il suo ultimo desiderio: morire sdraiato.
Sdraiato. Cielo e terra si fusero. Chiuse gli occhi. Strattone. Riusc a rimanere in piedi.
Giovanni di Vico aveva un idolo identico al mostro, venerava pure quello per pigliare in giro il papa e la santa Chiesa. Che bestemmia infame.

 piedi erano due zappe che si ficcavano a terra nella speranza di potervi rimanere piantati. Gli sembr troppo domandare al mercenario come facesse a sapere tutte quelle cose, dal momento che non sembrava aver mai visto n il mostro n il palazzo di Giovanni di Vico.
Ti sei ingoiato la lingua? strattone di corda.
Piano implor Lotario.
Chi ti ha dato il messaggio? scand il mercenario.

 l caldo come il vino faceva perdere il peso a ogni cosa che non fosse il bere.
Le zanzare, attratte dal calore del sangue, iniziavano il consueto prelievo serale su uomini e bestie. E le vesti appiccicate sulla schiena erano pastoia di polvere, sangue e sudore. Sguardo fisso sulle natiche del cavallo, per non cadere. Ma non sarebbe valso a molto arrivare con qualche brandello di stoffa e di pelle in pi. Lo avrebbero torturato. Aveva sentito raccontare di una pera metallica. Nel culo. Una volta dentro veniva schiusa con un divaricatore a vite. Come una mano chiusa che viene aperta lentamente.
Cerc di non piangere, per non perdere liquidi.
Tra poco verr il nuovo imperatore a farsi incoronare.
Lotario cominci a sperare che questo Giovanni saltasse fuori da qualche parte per salvarlo. Avrebbe voluto chiamarlo a gran voce. Cominciava a confidare nei ghibellini essendo legato al cavallo di un guelfo.
Con accento del nord: Lo sai che se l'imperatore prende Roma verr a viverci l'Anticristo qui? Dicono che sia gi nato. In mezzo ai turchi...
La sabbia negli occhi diventava l'Anticristo malato di peste, che con un esercito di Turchi coperti di bubboni infuocati cadeva su Roma a violentare uomini e donne. Roma un rogo.
Con la lingua, Lotario raccolse il proprio sudore. Salato.
Sta mettendo insieme un esercito potentissimo. Assolda tutti gli infedeli della terra, tartari, turchi, saraceni. Fa miracoli per convertirli. E gli infedeli cadono ai suoi piedi.
Letame, fumo di carne, polvere mescolati da un vento che portava via il sudore e saldava brandelli di pelle e stoffa. Coi denti prov ad allentare il nodo ai polsi, perch le dita non sembrassero fichi. Cadde sulle ginocchia. Il cavallo tir dritto. Punt il piede nella terra, fece leva. Passo lungo. Era di nuovo in piedi.
Al loro passaggio la terra non d pi frutti. Avvelenano i pozzi d'acqua e impalano i cristiani. Divorano i bambini e violentano le donne. Le vergini le conservano per lui, per lAnticristo.
Le natiche del cavallo non bastavano pi.
Verr una lunga notte, il sole non sorger.
Lunga notte. Senza sole.
Ci penser il boia a farti parlare.
La sella del mercenario si pieg di lato. L'uomo sistem la fune in modo da non avere fastidi.
Zoccoli di cavallo, rapidi.
Uno dei suoi uomini.
Sbrigati, il capitano vuole l'uomo del messaggio fiatone.
Non vedi che non si regge in piedi? Perch tanta urgenza? domand senza neppure voltarsi verso Lotario.
Per il messaggio.
Ma dice di non ricordare chi glielo abbia consegnato.
Il capitano lo vuole, in fretta.
Il mercenario stava ricevendo ordini da un suo subordinato. La cosa lo infastidiva. Molto.
Sbrigati, caricalo in sella e corri.
Il subordinato gir il cavallo e spar al galoppo. Aveva visto dall'altro capo della fune e non voleva immischiarsi nella faccenda.
Il mercenario segu la fuga dell'uomo, smont di sella. Era nei guai.
And solo per scrupolo a controllare, ma non aveva dubbi.
Appeso alla fune, Lotario morto.
Niente pera. Quella domenica il Signore lo aveva graziato.

5. Praga, 1363.

... capovolto... disse. E la febbre lo trascin di nuovo nel sonno.
Il piede dell'inquisitore rimase di punta sul pavimento della stanza, in attesa. Quindi i passi ripresero, lenti come il respiro di chi dorme.
Due sedie ai lati di un tavolo, un arazzo appeso al muro, la barella di Milic accanto alla stufa. Dove lo teneva?
Matthia si sent come la pagina di un libro con un dito puntato sopra. Un dito che cerca una parola e per trovarla deve scorrere tutta la pagina, riga per riga.
Aveva sentito raccontare che gli strumenti venivano presentati su un carrello, coperti da un lenzuolo. Immaginava il panno sollevato qua e l dalle punte degli spilli per gli occhi. Confessare la verit. Essere libero.
Fuori dalla porta, in un'anticamera, Uberto e Goffredo sorvegliati da due guardie. Pi un avvertimento che una necessit. L'autorit deve disporre di forza, anche con quattro frati.
Il calore della stufa interna veniva diffuso nell'anticamera attraverso canali lungo le pareti.
Milic impregnava di febbre i vestiti e le coperte asciutte che l'inquisitore gli aveva fatto trovare appena erano entrati.
Dai lembi del saio di Matthia, gocce silenziose. Non c'era modo di contenere il rossore che sentiva invadergli la punta delle orecchie. L'aria inspirata a forza dalle narici intasate produceva un sibilo malaticcio. Mani congiunte sul grembo.
b n f e a a Milic apr gli occhi. Li richiuse.
Certi boschi nascondono al loro interno spazi aperti, senza alberi, come i cerchi delle streghe tracciati dai funghi. Quando i re non sanno prendere decisioni,  in questi grandi cerchi di bosco che vanno a chiedere a Dio cosa fare. Se un uomo accusato di un crimine dice di essere innocente, e il re non capisce se menta o dica il vero, allora l'assemblea di giudici va nel cerchio del bosco e inizia l'ordalia. L'accusato deve superare una prova. Restare immerso in acqua. Camminare tra i fuochi. Combattere contro chi lo accusa. Solo Dio sceglie se farlo riemergere dall'acqua o farlo annegare, se farlo o non farlo bruciare, se far vincere lui o l'avversario.

 sogni di Milic erano l'ordalia tra Matthia e l'inquisitore. Nei sogni le forme della realt assumono contenuti nuovi. Nel sogno un leone non  soltanto un animale. Una parola non  soltanto una parola, anche quando nasce dal delirio della febbre. I sogni parlano la lingua di Dio.
Le lettere dell'alfabeto possono combinarsi: a e e l p p. Combinarsi per dire una cosa che esiste: ai pepe. Oppure per dire una cosa che non esiste: aleppe. E ancora, possono formare parole come befana, anche se la befana non esiste. Eppure se esiste la parola, esiste il contenuto. Anche di una cosa non vera come la befana.

 l pericolo  rappresentato dal caso contrario: esistono realt che non possono essere nominate. Le lettere dell'alfabeto non sono in numero sufficiente a esprimere cose che la lingua di babbo e mamma non contempla. Realt come quella dei sogni.  impossibile raccontare un sogno in modo ordinato, preciso, descrivendo immagini che non vediamo con gli occhi. Milic si trovava nel regno delle cose innominabili. Matthia sper che il maestro non riuscisse a trovare le parole per nominare quello che stava vedendo. Non in quella stanza.
L'inquisitore inorecchito come un gatto in perlustrazione.
Matthia nel suo cerchio aspettava il segno di Dio. Poteva essere la fine del maestro e sua. Ogni parola di Milic una traccia da seguire.
L'orecchio dell'inquisitore scrutava nel silenzio. Avrebbe potuto ottenere una confessione senza neppure istituire un processo formale. Niente rumore, nessuno scandalo. Avignone non avrebbe parlato di Praga.
La pelle unta di Milic brillava al lume delle candele. I capelli lunghi erano impastati, spalmati sulla fronte e sul collo. Sotto la coperta combatteva per muovere le braccia, strette nella fasciatura. Come un neonato, si agitava senza sapere perch, solo per dire al mondo sono vivo. Per non farsi mangiare dai topi.
Il priore gli aveva chiesto di non lasciare il convento. Perch non era rimasto? Qualunque fosse la ragione, ora non sarebbe stato davanti a un inquisitore. Forse lo aveva fatto solo per trattare Wolfango come meritava. Come un topo.
Sulla mensola tra le due finestre, una candela.
L'inquisitore camminava leggermente curvo con le mani dietro la schiena. Il saio stretto in vita dalla cintura di corda, e il cappuccio sulle spalle. Passi calmi, come la sabbia di una clessidra. L'ordine dei minori portava il nome del proprio fondatore, san Francesco, e francescani erano quasi lutti gli inquisitori, come lui. Prese una penna d'oca dallo scrittoio. La capovolse, pronto a raccogliere tracce di eresia nelle parole, nei gesti, nei comportamenti. La tenne in mano capovolta.
Matthia si domandava se un investigatore cos sottile non interrogasse se stesso sulla contraddizione di chiamarsi francescano e di essere al servizio di una Chiesa che tradiva i princpi di san Francesco senza alcuna vergogna. Guardava dritto di fronte a s, come una statua bagnata.
Un inquisitore sa leggere negli occhi, pensava Matthia.  capace di far uscire i pensieri dalla testa, non necessariamente con la tortura. Non con quella delle tenaglie o degli spilli.
Perch non iniziava a inquisire?
Non mancava molto all'alba. Matthia era sveglio dall'alba precedente. Ancora pochi passi nelle orecchie e avrebbe vomitato. Si sforzava di non incontrare gli occhi dell'inquisitore che lo scrutavano a intervalli regolari. Di quell'uomo si diceva fosse stato un eretico, e avesse subito un processo durante il quale avesse interrogato lui il proprio accusatore.
Una volta assolto, lo avevano fatto inquisitore. Se non riesci a sconfiggere un nemico fattelo amico.
Matthia si domand se quell'uomo fosse davvero in grado di capire la verit di Milic.
Sai che non c' alcun processo contro di te, che non devi rispondere di nulla?
Si era immaginato una voce acuta. Troppo concentrato sui rumori, Matthia non aveva sentito le parole. Cerc nel volto dell'inquisitore. Non trov alcuna espressione. La voce era uscita quasi senza alcun movimento delle labbra. Ferm lo sguardo sull'arazzo appeso alla parete.
Scusatemi, non ho sentito bisbigli.
L'inquisitore capovolse ancora la penna d'oca.
Tu sei venuto qui per portare frate Milic e hai accettato di testimoniare aggiunse l'inquisitore. Voglio sapere se sei al corrente del fatto che questo non  un processo ufficiale, che puoi lasciare la stanza quando credi.
L'inquisitore gli stava ricordando che non era accusato di eresia. Non ancora. Matthia poteva restare in sella a combattere. Quella convocazione a quell'ora della notte era una prova sufficiente a comprendere che vi erano disposizioni perch quel caso restasse nascosto. Questo poneva l'inquisitore in una condizione meno facile. Non poteva esercitare tutti i privilegi che la sua posizione gli avrebbe garantito, almeno non in conformit al diritto canonico. Ma poteva consegnare Milic al braccio secolare, alla giustizia imperiale. La Chiesa si limitava a decidere le sorti degli inquisiti, torture e roghi degli eretici li faceva fare al braccio secolare. In questo caso si stava facendo uno strappo alla regola. L'affare Milic non doveva arrivare ai tribunali imperiali.
So perch sono qui. Quel numero. Avete bisogno della mia testimonianza.
Non mi interessa sapere cosa sia quel numero, ma perch sia stato scritto.
So di non essere obbligato a rispondere.
Volevo accertarmene.
Quanto alle cause dell'accaduto... io ero fuori dalla cella disse Matthia, gli occhi fissi sull'arazzo. Quando sono entrato, il numero era gi stato scritto.
L'inquisitore si ferm vicino alla barella. Neppure il rosso naturale della fiamma dava colore al volto di Milic.
Lui era gi in questo stato aggiunse Matthia. Non deve essersi accorto di nulla.
Matthia cerc di sembrare convincente, la paura lo rendeva reo di un peccato non commesso, ascoltava se stesso parlare e sentiva di stare scivolando dall'innocenza alla colpevolezza senza motivo.
L'inquisitore si avvicin a una brocca, si vers del vino caldo.
Aggiunse al vino del miele.
Mescol con calma. Ne offr a Matthia, che rifiut.
Bevve.
Rimase in silenzio. Fece segno di continuare.
Mi hanno raggiunto Goffredo, Uberto e Bastiano e lo abbiamo portato in ospedale.
Dov' il quarto?
Matthia port il collo in avanti, per capire meglio la domanda.
Hai detto che lo avete soccorso in quattro, perch siete venuti in tre?
Colpa mia si limit a rispondere Matthia.
Quanti altri hanno visto la cella di frate Milic? domand l'inquisitore poggiando la coppa sopra un ripiano accanto alla stufa.
Non so. La porta era aperta, i frati entravano per curiosare. Conoscendo i miei fratelli direi che sono entrati e usciti tutti.
La porta della cella  stata chiusa a chiave quando siete usciti?
Un lampo fulmin Matthia. Nessuno aveva chiuso la porta della cella. La fronte si imperl di sudore.
No. Dopo l'ospedale siamo partiti subito. Nonostante la febbre, frate Milic ha avuto qualche momento di lucidit e gli  stato spiegato che lo avevate convocato.
L'inquisitore si fece accanto a Milic. Cominci a rimuovere gli strati di coperte che lo avvolgevano. Matthia lo guardava armeggiare come se da quella operazione potesse derivare un danno al maestro.
Voglio vedere le sue dita disse l'inquisitore, sempre che tu non abbia nulla in contrario. Solo per capire se c' qualche pigmento.
Aveva mani e piedi incatenati, se state pensando che sia stato lui.
Milic era un sacco di farina vivo, che si apre, si guarda e si richiude.
Quando il corpo fu scoperto, l'inquisitore non prest alcuna attenzione alle ferite dei cilici, che erano la cosa pi vistosa. Si concentr invece sulle dita. Le osserv dapprima poggiate sul lettino. Poi le prese e le pose sull'addome del malato. Chino, osserv per un breve momento. Poi gli sollev la mano destra e se la avvicin agli occhi, lo stesso fece con la sinistra. Milic era un sacco, spostato da una parte all'altra di una stanza.
Matthia si guardava intorno come a cercare uno foro nascosto dal quale qualcuno spiava i suoi movimenti, le sue reazioni.
Quando ebbe osservato con cura ogni singolo dito, l'inquisitore poggi delicatamente le mani di Milic nella posizione di prima, lungo i fianchi. Fiss i polsi.
Silenzio.
Solo dopo, esamin le ferite provocate dai cilici. Si sofferm con molta attenzione sulla lunga cicatrice della coscia sinistra. Una striscia violacea dal ginocchio al bacino.
Chiama gli altri frati ordin l'inquisitore, devo fare alcune domande anche a loro.
Sono arrivati dopo di me, non vi saranno molto utili.
Se scegli di rimanere, fai ci che ti dico replic secco l'inquisitore, altrimenti continuiamo la nostra conversazione nelle aule del tribunale.
Matthia non si mosse, come se aspettasse che l'ordine venisse ripetuto.
L'inquisitore lo fiss.
Stanchezza. Nervosismo.
Matthia and a chiamare Uberto e Goffredo. Si affacci con l'espressione pi rassicurante che poteva permettersi. Non funzion.
Ti ha mostrato il carrello? domand Goffredo a voce bassissima.
Matthia lo trascin dentro afferrandolo per un braccio.
Salutarono ossequiosi.
L'inquisitore non rispose.
Silenzio.
Goffredo guard Uberto, Uberto Matthia. Matthia l'arazzo.
Un solo testimone non sar sufficiente per condannare un uomo, qualunque sia il delitto o il peccato che questi ha commesso; il fatto sar stabilito sulla deposizione di due o tre testimoni. L'inquisitore cit a memoria.
Il Deuteronomio. Il libro scritto da Mos. La legge successiva ai Dieci Comandamenti.
Frate Milic non  un peccatore grid Matthia.
Uberto e Goffredo lo guardarono stravolti.
La mortificazione della carne non  una... una...
Goffredo gli pest un piede senza farsi vedere.
Un'eresia? aggiunse l'inquisitore,  questo che volevi dire?
Mi perdoni padre aveva posto lui stesso la lancia in mano all'avversario. Non si deve combattere quando si  svegli dall'alba e si  affrontato un viaggio notturno in mezzo alla neve.
Non c'erano molte speranze di tornare in convento e riprendere la vita di prima. La verit cambia le cose, fa la differenza tra il prima e il dopo. Milic aveva sussurrato verit. Era possibile uscire da quella stanza, da quell'ordalia dicendo la verit?
Il saio umido, al calore della stufa, provocava un prurito generale lungo la schiena. Le mani spaccate dai geloni si nascondevano l'una sopra l'altra. Uberto e Goffredo fuori dal loro convento erano come lucci su una quercia.
Lasciateci soli ordin l'inquisitore ai due frati.
Goffredo e Uberto si guardarono stupiti. Uscirono chiudendo lentamente la porta, perplessi, come se avessero cavere gli strati di coperte che lo avvolgevano. Matthia lo guardava armeggiare come se da quella operazione potesse derivare un danno al maestro.
Voglio vedere le sue dita disse l'inquisitore, sempre che tu non abbia nulla in contrario. Solo per capire se c' qualche pigmento.
Aveva mani e piedi incatenati, se state pensando che sia stato lui.
Milic era un sacco di farina vivo, che si apre, si guarda e si richiude.
Quando il corpo fu scoperto, l'inquisitore non prest alcuna attenzione alle ferite dei cilici, che erano la cosa pi vistosa. Si concentr invece sulle dita. Le osserv dapprima poggiate sul lettino. Poi le prese e le pose sull'addome del malato. Chino, osserv per un breve momento. Poi gli sollev la mano destra e se la avvicin agli occhi, lo stesso fece con la sinistra. Milic era un sacco, spostato da una parte all'altra di una stanza.
Matthia si guardava intorno come a cercare uno foro nascosto dal quale qualcuno spiava i suoi movimenti, le sue reazioni.
Quando ebbe osservato con cura ogni singolo dito, l'inquisitore poggi delicatamente le mani di Milic nella posizione di prima, lungo i fianchi. Fiss i polsi.
Silenzio.
Solo dopo, esamin le ferite provocate dai cilici. Si sofferm con molta attenzione sulla lunga cicatrice della coscia sinistra. Una striscia violacea dal ginocchio al bacino.
Chiama gli altri frati ordin l'inquisitore, devo fare alcune domande anche a loro.
Sono arrivati dopo di me, non vi saranno molto utili.
Se scegli di rimanere, fai ci che ti dico replic secco l'inquisitore, altrimenti continuiamo la nostra conversazione nelle aule del tribunale.
Matthia non si mosse, come se aspettasse che l'ordine venisse ripetuto.
L'inquisitore lo fiss.
Stanchezza. Nervosismo.
Matthia and a chiamare Uberto e Goffredo. Si affacci con l'espressione pi rassicurante che poteva permettersi. Non funzion.
Ti ha mostrato il carrello? domand Goffredo a voce bassissima.
Matthia lo trascin dentro afferrandolo per un braccio.
Salutarono ossequiosi.
L'inquisitore non rispose.
Silenzio.
Goffredo guard Uberto, Uberto Matthia. Matthia l'arazzo.
Un solo testimone non sar sufficiente per condannare un uomo, qualunque sia il delitto o il peccato che questi ha commesso; il fatto sar stabilito sulla deposizione di due o tre testimoni. L'inquisitore cit a memoria.
Il Deuteronomio. Il libro scritto da Mose. La legge successiva ai Dieci Comandamenti.
Frate Milic non  un peccatore grid Matthia.
Uberto e Goffredo lo guardarono stravolti.
La mortificazione della carne non  una... una...
Goffredo gli pest un piede senza farsi vedere.
Un'eresia? aggiunse l'inquisitore,  questo che volevi dire?
Mi perdoni padre aveva posto lui stesso la lancia in mano all'avversario. Non si deve combattere quando si  svegli dall'alba e si  affrontato un viaggio notturno in mezzo alla neve.
Non c'erano molte speranze di tornare in convento e riprendere la vita di prima. La verit cambia le cose, fa la differenza tra il prima e il dopo. Milic aveva sussurrato verit. Era possibile uscire da quella stanza, da quell'ordalia dicendo la verit?
Il saio umido, al calore della stufa, provocava un prurito generale lungo la schiena. Le mani spaccate dai geloni si nascondevano l'una sopra l'altra. Uberto e Goffredo fuori dal loro convento erano come lucci su una quercia.
Lasciateci soli ordin l'inquisitore ai due frati.
Goffredo e Uberto si guardarono stupiti. Uscirono chiudendo lentamente la porta, perplessi, come se avessero 
capito male l'ordine. Le guardie non sembravano aver sentito il tono alto di Matthia. Non doveva aver urlato come era sembrato.
L'inquisitore torn alle ferite di Milic e chiese: Per quanto tempo li ha portati?
Dall'estate.
E questa cicatrice? indicando la coscia sinistra.
Una ferita precedente al suo arrivo in convento rispose Matthia.
Pausa.
Insegnava Pier Damiani che non  della decadenza del corpo che dobbiamo piangere, ma dell'anima. L'anima, creata a immagine di Cristo, pu cadere dal regno che Dio le ha dato per dimora. Il Nemico degli uomini vuole anime, prelevarle dalla Chiesa e gettarle nel fango del mondo.
L'inquisitore riprese la penna d'oca.
Milic si mosse leggermente. Disse qualcosa.
Orecchie tesissime.
Combinazioni di lettere dell'alfabeto senza ordine.
Allora, vediamo un po', fratello Matthia, tu hai interesse per la teologia... so che vorresti andare a studiare a Padova o a Parigi. Quali sono le tue letture?
Le mie... letture? domand perplesso Matthia.
La biblioteca del convento avr dei libri...
Certo, certo rispose Matthia, quasi scusandosi.
Allora, avrai letto qualcuno di quei libri.
Matthia cerc la risposta nell'arazzo. Non trov nulla.
Silenzio.
Mi riferiscono che la disputa sull'usus pauper ti ha coinvolto molto.
Matthia sapeva che il priore teneva sotto controllo Milic e il suo gruppo, ma non sospettava che riferisse all'inquisitore dettagli delle loro discussioni. Distolse lo sguardo dall'arazzo e lo fiss. Duro. Dove voleva arrivare?
Se il priore vi racconta tutte le cose che non capisce, temo per voi che passiate molto tempo insieme. L'usus pauper. Il priore avrebbe risolto ogni discussione lasciando morire Milic.
L'inquisitore non si volt: Non capisco il problema disse calmo, mentre continuava a esaminare le ferite di Milic.
Siamo stati convocati per un numero, non per voci di corridoio.
Tu non sei stato convocato. L'inquisitore armeggi sul corpo di Milic, con lentezza e in silenzio. Ed  curioso che tu preferisca parlarmi di un numero magicamente apparso dal nulla, piuttosto che di una cosa normale come la lettura di qualche libro aggiunse.
Matthia preg che tutto passasse. Le mie letture...
Devo ripetere ogni domanda due volte? Cos durer il doppio del tempo.
Pietro Lombardo disse Matthia con voce incerta.
Silenzio.
Molto educativo, poi?
Poi... Nicola da Lira.
Non basta con uno sguardo nervoso.
In che senso? disse Matthia sperando che la voce non avesse tremato troppo.
Hai letto Pietro Abelardo?
No. Matthia neg fulmineo.
Andiamo... tutti abbiamo letto Abelardo disse accennando un sorriso.
 un eretico replic Matthia.
Ma  pi divertente di Pietro Lombardo.
Non sempre l'allievo supera il maestro.
L'inquisitore sorrise.
Matthia si sent per la prima volta, da quando era in corso quella conversazione, un interlocutore e non un inquisito.
Le Sentenze di Pietro Lombardo erano note a chiunque, Matthia sapeva di dover essere cauto, molto cauto. Su Pietro Lombardo non gravava alcun veto, nessuno dei suoi libri era stato bruciato. Le Sentenze erano una raccolta di norme dei padri della Chiesa, un libro ben conosciuto e apprezzato. Il problema non era Pietro Lombardo, ma uno dei suoi maestri: Abelardo.
Matthia lo aveva letto davvero, l'inquisitore doveva averlo intuito dai resoconti del priore. Tuttavia voleva giostrare ancora. L'ordalia non si era ancora consumata.
Pietro Abelardo e Bernardino di Chiaravalle erano stati acerrimi nemici. Bernardino aveva fatto condannare e bruciare i libri dell'avversario. Ed era stato Bernardino ad aprire le porte dell'accademia a Pietro Lombardo. Matthia si stava muovendo sul filo di una spada. E lo sapeva.
Perch sul muro della cella di frate Milic  comparso quel numero? l'inquisitore, di sorpresa.
Non so... forse  una data Matthia, cauto.
Non ti ho domandato cosa sia quel numero, ma perch sia comparso sul muro della cella di frate Milic replic l'inquisitore con un sorriso beffardo. A tuo giudizio frate Milic avrebbe voluto scrivere o no quel numero sul muro della sua cella?
Non so...
Non hai una terza possibilit, puoi rispondere solo con un'affermazione o una negazione. Un s o un no.
Come voi mi ricordavate, questo non  un processo, non sono accusato di nulla, non sono tenuto a rispondere.
L'inquisitore accus il colpo. Senza mutare espressione, estrasse da una tasca del saio un oggetto che Matthia non aveva mai visto.
Lapides ad legendum, i famosi vetri per vedere bene.
L'inquisitore li accost vicino alle dita di Milic che aveva smesso di biascicare lettere dell'alfabeto o parole senza senso.
Vorr dire che lo domander a frate Milic quando si sar svegliato ribatt l'inquisitore rassegnato. Voce volutamente falsa.
Cosa domanderete a frate Milic? Delle mie letture?
Certo che no.
Allora?
Gli chieder se avrebbe voluto scrivere quel numero sul muro della sua cella rispose l'inquisitore.
Cosa vi ha fatto cambiare idea? Poco fa sospettavate che lo avesse scritto lui.
Non c' traccia di inchiostro su nessuna delle sue dita.
Anche se le aveste lavate non sarebbe andato via,  una delle propriet dell'estratto di quercia,  quasi indelebile.
La scritta potrebbe essere stata fatta con un legnetto o un ciuffo di peli di qualche animale.
Non credo
Perch?
Mi risulta che frate Milic avesse scelto una cella senza alcuna finestra, la temperatura rigida dell'inverno ha ghiacciato le sue mani, non avrebbe potuto maneggiare alcunch.
Se lo avesse fatto qualcuno per lui?
Ci significa che potresti essere stato solo tu, frate Matthia, l'unico ad avere le chiavi di quella cella.
Non sono stato io.
Lo so.
Silenzio.
Matthia teso come una corda di balestra. In pochi attimi era passato da colpevole a innocente. Lo stato d'animo, come un'altalena, continuava a oscillare.
Frate Milic si sente al sicuro con voi, si sente al sicuro tra le braccia della madre Chiesa smorz Matthia.
Fuori dalla Chiesa non c' salvezza, recitano i padri, vero frate Matthia?
... vero.
Quindi frate Milic non rappresenta un'eccezione, siamo tutti al sicuro tra le braccia della Chiesa. Tu conosci qualcuno che ha sentimenti diversi?
La trappola si stringeva. Matthia era nuovamente in svantaggio.
Molti filosofi e teologi ai tempi dell'imperatore Ludovico furono cristiani in odore di eresia, eretici che si sentivano salvi fuori dalla Chiesa.
Eretici... appunto.
L'arazzo torn ad attrarre Matthia.
Sono proprio curioso di sapere se frate Milic avrebbe o no scritto quella cifra sul muro.
Matthia sapeva di dover evitare che simili domande venissero poste a Milic. Non erano domande, ma trabocchetti teologici. L'inquisitore voleva arrivare alla questione della
intentio. Il riferimento a Pietro Abelardo non era casuale. Ecco perch alternava domande sul numero a domande sulle letture. La vera domanda dell'inquisitore riguardava l'intenzione di frate Milic.
La disputa era antica: si pecca con l'azione o con l'intenzione? Se per caso passo di fronte a un'abitazione, vedo dei ladri e li metto in fuga, ho fatto una buona azione oppure no? Non avevo intenzione di far scappare i ladri, eppure  accaduto. Se lancio una pietra in aria che quando cade uccide qualcuno, sono un assassino? Ho ucciso, ma non avevo intenzione di farlo.
La disputa era antica.
E il dubbio pi velenoso rimaneva irrisolto: Dio premia e punisce l'azione oppure l'intenzione? Se Dio  onnisciente, ci sono azioni che non conosce? Se Dio conosce ogni nostra azione, perch non risparmia all'umanit quelle peccaminose? Se so che uno esce di casa solo per rubare,  giusto che io mi prenda il potere di tenerlo chiuso in casa?
No. So che se esce ruba, ma lo lascio libero di uscire.
Fa cos Dio con i peccatori per garantire all'uomo la libert?
Le risposte a queste questioni avevano generato tempeste teologiche, mostri ereticali. Per questo Matthia non voleva rispondere.
Ma doveva.
Frate Milic era un maestro, un vero cristiano come gli apostoli, poveri e pieni di fede. Ma non era un teologo e non avrebbe capito le domande dell'inquisitore. Avrebbe risposto con il cuore. Ma la teologia non ha cuore. La teologia  scienza.
Matthia doveva risolversi in una risposta non ambigua e al contempo evitare di cadere lui stesso nella trappola. Fortunatamente la disputa sullusus pauper non era pi saltata fuori. Altra trappola teologica. Altri scritti ereticali.
Se avesse avuto una buona ragione per scrivere quella cifra l'avrebbe fatto disse deciso Matthia. La verit.
Allora chieder a frate Milic cosa sia una buona ragione e cosa la distingua da una cattiva ragione aggiunse l'inquisitore accennando ancora un sorriso.
Quando in estate frate Milic si denunci per eresia, voleva solo delucidazioni su alcuni passi del profeta Daniele. Ecco, quella  una buona ragione. Voleva rimanere un perfetto cristiano, ha avuto un dubbio e si  precipitato da voi. Avrebbe scritto il numero se avesse pensato a un gesto cristiano. Poi aggiunse quando voi gli avete proibito di leggere la Bibbia, frate Milic ha obbedito. Basta che voi gli spieghiate le ragioni per non fare una certa cosa e lui obbedisce. Ogni autorit cristiana  voluta da Dio, e a Dio non si disobbedisce. Questa  la buona ragione di frate Milic.
Silenzio.
Matthia cominci a sperare.
Chi  che deride frate Milic in convento? domand l'inquisitore ricoprendo finalmente il corpo del malato.
Matthia scommise tutto mentre diceva il gruppo del priore.
E perch?
Molti di loro sono tedeschi, lui non so di dove sia, ma non  tedesco. Tra boemi e tedeschi non corre buon sangue.
Questi sono fatti che non mi riguardano. Voglio sapere se ci sono altre ragioni domand serio l'inquisitore.
Probabilmente in Francia non sono questioni serie, ma qua in Boemia s. Frate Milic viene schernito per le sue scelte, perch non conosce la teologia, perch ha letto solo la Bibbia e lui stesso confessa di non averla capita. Milic dice tutto, non ha segreti. La preda perfetta.
E chi  il predatore? domand l'inquisitore con sincera curiosit.
In un convento o si  poveri e buoni oppure ricchi e furbi. Secondo voi chi  la preda e chi il predatore?
Il convento ha accolto frate Milic nove mesi fa.
Accolto? domand Matthia.
L'inquisitore tacque. Frate Milic aveva abbandonato il castello nel corso di una notte. Matthia non poteva essere diretto con l'inquisitore. Ma entrambi sapevano che Praga doveva rimanere priva di semi ereticali agli occhi dei potenti della terra.
Denunciandosi, Milic ha esposto il convento a occhi esterni. Il priore considera il convento una cosa sua. Pensate che nessuno di noi  mai entrato nella sua cella. Vuole il controllo di tutto, e Milic sfugge a questo controllo. Per il priore  come avere uno straniero che gira per casa aggiunse Matthia.
Nasconde qualche eresia? domand l'inquisitore.
L'Apostolo dice che gli eretici sono le persone che si separano, si dividono dalla Chiesa madre. Matthia studi ancora una volta l'espressione dell'inquisitore, le persone che non obbediscono alla legge evangelica, su cui si fonda la madre Chiesa, si separano da quella legge, vivono fuori dalla Chiesa.
Vuoi denunciare il tuo priore per eresia?
Le trappole per i topi hanno un difetto. Non sempre fanno trovare il topo morto. Se il topo rimane in vita, sa che verr ucciso. Trema, piange.  pi difficile uccidere un essere vivente se sappiamo che allatta i piccoli, gli procura il cibo, e che pu piangere di paura. Lodato sii, mio Signore, per quelli che perdonano.
No disse Matthia.
Allora?
Il papa e l'arcivescovo affidano a voi il compito di trovare gli eretici, io posso solo, con l'aiuto del Signore, cercare di non esserlo.
Il priore mi ha chiesto di convocare Milic. Non ha detto che  un eretico. Ha solo fatto il suo dovere: segnalare episodi inquietanti.
Matthia, nervoso, fiss l'arazzo senza dire una parola. Viso duro.
Tu, dopo aver visto la cifra, saresti venuto ad avvisarmi dell'accaduto?
La verit. L'aveva promesso. No, non sarei venuto disse Matthia imbarazzato.
L'inquisitore fiss il vuoto per un momento, in silenzio ti aveva mai parlato di quella cifra?
No rispose Matthia sincero.
Pu averla ricavata dai numeri delle profezie della Bibbia?
Frate Milic non legge la Bibbia dall'estate, da quando glielo vietaste. Vi ha fatto sapere pi volte della sua intenzione di riprendere, e voi avete sempre rifiutato. Milic ha obbedito.
Le due sedie vuote intorno al tavolo dovevano essere considerate solo parte dell'arredamento, come l'arazzo.
Questo ultimo mese non  mai uscito dalla cella. Ero il solo a entrare, incatenarlo e dargli da mangiare. Ultimamente neanche pi quello. Passavo, lo slegavo e prima di uscire lo incat...
Milic sollev il capo dal lettino. Guard intorno a s senza riconoscere nessuno.
La valle si riempir di crusca e frumento...
S tutta l, in assemblea e lui passer con un setaccio...
Vestito di stelle...
Mani monche...
... 1368...
Poi ricadde nel sonno profondo.
Silenzio.
Le immagini avevano trovato le parole e si erano combinate. Il regno innominabile aveva aperto un varco verso il regno dei boschi e della befana.
L'inquisitore aveva ripreso a giocare con la penna d'oca e a camminare. Portava i suoi cinquanta anni avanti e indietro per la stanza. Fissava il pavimento. Non disse una parola.
I passi sembravano sincronizzati con la vena che martellava la tempia di Matthia.
Il priore cosa sa delle vostre letture? Conosci i suoi informatori? domand l'inquisitore.
Il frate bibliotecario segna i libri che prendiamo su un registro e il priore ogni tanto lo controlla rispose Matthia, che si aspettava una domanda diversa.
Se il priore controlla le vostre letture, come avete fatto a leggere Abelardo? domand l'inquisitore. Ironico.
Nessuno di noi ha letto Abelardo rispose Matthia. Voleva sembrare innocente, senza per riuscirvi.
Frate Matthia, entro un mese riceverai, con il manipolo dei tuoi amici, una formale denuncia con l'accusa di coltivare i maligni semi dell'eresia fraticellesca. L'inquisitore parl fissandolo negli occhi. Calmo. Freddo come le guglie dei tetti di Praga quella notte.
Matthia si sent derubato. Spogliato. Le nudit del suo corpo stanco pareva fossero mostrate pubblicamente. Gli erano stati sottratti in quel momento i suoi studi, i suoi pensieri. Forse anche il suo maestro. Le lacrime salirono. Le strozz. I denti dolsero tanto li strinse. Stava per azzardare un'azione disperata. Chiedere aiuto al suo carnefice. Stava per chiedere aiuto all'inquisitore.
In un florilegio di vite di santi disse a capo chino, sono camuffate pagine degli scritti di Abelardo disse Matthia.
Che altro si trova tra i libri del convento? domand l'inquisitore con tono aggressivo.
Tirando su il naso raffreddato, umiliato, Matthia rispose non conosco tutti i libri della biblioteca dopo una breve pausa aggiunse neppure il bibliotecario sa che circolano testi che nascondono opere proibite.
Hai appena usato il plurale fece notare l'inquisitore.
Matthia precipitava nella Gehenna. Prov un nuovo sentimento. Si sent in colpa. Per la prima volta sospett se stesso di eresia.
Testi ripet l'inquisitore.
Frate Milic non ha letto nessuna delle opere proibite della biblioteca del convento disse Matthia guardando il maestro.
Questo lo so disse l'inquisitore, frate Milic non  un eretico.
Matthia lo fiss incuriosito. Poi nella sua mente si fece strada un dubbio. Stanchezza e terrore fecero il resto. Matthia stava per diventare l'olocausto da sacrificare all'istituzione ecclesiastica per calmare le voci intorno a una
presunta eresia del convento.
Desider andare via. Fuggire. Parigi.
Le eresie non nascono nelle solitudini delle celle, e neppure da animi che hanno letto uno o due libri disse calmo l'inquisitore frate Milic cadr certamente in peccato di eresia, ma non nuocer a nessuno se non a se stesso. Fece una pausa. Attese una reazione di Matthia che lo fissava sconvolto. Le eresie nascono dai libri. Praga era tranquilla prima dell'universit. Il vostro arcivescovo ha guastato tutto. Le universit vanno tenute sotto controllo, sono pericolose. Se le idee del popolo e quelle degli universitari si incontrano e si mescolano, a farne le spese sono i poteri costituiti per volont di Dio. Guarda Parigi ai tempi di Abelardo, o Napoli con l'imperatore Federico. A Napoli l'universit nacque per fare un dispetto a quella santa di Roma. Sai cosa hanno fatto a Napoli? Hanno aperto i cadaveri per studiarli. Hanno tirato fuori dal corpo umano ci che Dio ha posto al suo interno l'inquisitore pronunci quest'ultima frase abbassando il tono della voce.
Tre disse Matthia, ne conosco tre. Poche pagine di Abelardo, uno scritto di Pietro Giovanni Olivi e un testo con alcune profezie di Gioacchino da Fiore la sensazione di sollievo di chi vomita cibo indigesto.
L'inquisitore si ferm. Si abbandon su una delle sedie. Gomiti sulle ginocchia. Poggi la fronte su una mano. Occhi fissi sul pavimento.
Matthia non riusc a pensare ad altro che non fosse la sedia ancora libera.
L'inquisitore rimase in silenzio. Poi alz lo sguardo su Matthia.
Tu li hai letti?
S rispose Matthia senza resistere.
Ne hai parlato a frate Milic? S.
Ancora silenzio.
Vuoi il male di frate Milic? Questi scritti su una persona semplice come lui hanno un effetto devastante. Lo studio  la strada privilegiata di Satana per corrompere gli animi.
Pensi che sia pi capace di fare del male un contadino o un medico?
La manica del saio umida di muco. Matthia decise di dire la verit: Milic  venuto in convento perch nove mesi fa ha letto gli scritti di un eretico, da l abbiamo iniziato anche noi a leggere testi proibiti.
Gli scritti di chi? incalz l'inquisitore allarmato.
Di Cola di Rienzo
Udito quel nome l'inquisitore sgran gli occhi. Abelardo, Piero di Giovanni Olivi, Gioacchino da Fiore e ora spuntava il pi pericoloso di tutti... Cola di Rienzo.
L'inquisitore prese dell'altro vino caldo.
Silenzio. Pesante.
Frate Matthia disse l'inquisitore con una calma severa, Praga non conosce ancora i danni delle eresie. Sospir. Se le eresie restassero nelle pagine dei libri non saremmo qui a combatterle. Ma le eresie sono come cavallette, saltano dai libri e finiscono nei campi a divorare i raccolti. Forse non conosci i fatti dei patarini a Milano, dei catari a Firenze, dei dolciniani, degli adamiti. All'inizio erano libri, poi sono diventati assassini, ladri, gente che voleva rovesciare il mondo come io capovolgo questa piuma d'oca.
I fatti erano ben noti, anche a Matthia. Eresie che chiedevano un cristianesimo rigidissimo, che arrivavano al suicidio collettivo in nome di Dio. Che ipostatizzavano la purezza fino a dire che se Cristo ha liberato gli uomini dal peccato, allora tutto  lecito. Precipizi di bestemmie.
L'inquisitore lo osserv. Matthia abbass lo sguardo.
Un numero comparso su una parete non pu essere paragonato a eresie tanto scandalose. Forse si tratta di un fenomeno innaturale, ordito da chiss quali forze diaboliche, e capisco il vostro interesse a debellare la gramigna dall'orto di Nostro Signore. Ma non c' eresia tra noi.
Continui a confondere. L'eresia non sta nel cosa, ma nel perch. Forse si tratta davvero di forze diaboliche, ma perch sono entrate in un convento? Tu non vedi un sacco di buone ragioni perch Satana debba entrare in un convento?
Matthia non credeva alle proprie orecchie.
L'inquisitore riprese, calmo un papa che non  pi a Roma, un clero ricco... simoniaco.
Simonia, cos era chiamato il peccato di Simon Mago, il mago di Samaria che aveva offerto denaro agli apostoli per poter battezzare come loro e dare lo Spirito Santo. Pietro aveva predetto per lui perdizione e fiele.
Matthia si domand di quale eresia fosse stato accusato l'uomo che aveva davanti.
Rivolgete alla Chiesa accuse molto gravi. Noi abbiamo passato molti giorni a riflettere sulla condizione della Chiesa con frate Milic... prese un p di tempo. Mise in ordine le parole. Prima di pronunciarle le immagin in fila come anatre con la madre. Riprese, la Chiesa non si trova in buone condizioni, ma Dio le ha dato un posto in questo mondo perch Satana non parlasse agli uomini indisturbato. Se la Chiesa non riesce a fronteggiare Satana, abbiamo la Bibbia. Milic  entrato nella Chiesa e ha trovato il priore, ha provato a capire la Bibbia e voi lo avete fermato. Non gli restava che la via del digiuno e del dolore. Ma i cilici di Milic nocciono a lui soltanto. Non si capovolge il mondo con qualche cilicio. Milic non  un eretico.
Questo l'ho gi detto io replic l'inquisitore, rigido.
Anche dopo che ha saputo del numero non ha temuto di incontrarvi. Se fosse stato cosciente avrebbe lui stesso chiesto questo incontro.
Certo, so anche questo disse l'inquisitore avvicinandosi a Matthia. Quando gli fu vicino gli prese le mani e ne osserv accuratamente le dita. Matthia non oppose resistenza.
Resina di quercia. Il pigmento dell'inchiostro.
Matthia sent di nuovo un dito che lo esaminava riga per riga. Questa volta la sensazione fu fisica.
Non si ha notizia in Boemia di sette che offendono la citt dell'imperatore. Di cosa avete paura? Che spie ed emissari di Satana siano qui a innestare piante sterili su piante feconde? Posso immaginare che il problema non sia Milic da solo, ma il nostro gruppo. Ma voglio che sappiate che mentre Milic digiunava e si denudava di tutti i suoi averi il priore e il suo gruppo si pascevano di birra e anatre arrosto, anche nel giorno del Santo Natale. Per alcuni il Paradiso terrestre non  oltre l'India, ma nelle cucine del convento.
Matthia sragionava. Aveva bisogno di sedersi, di dormire. Mi dispiace, non volevo accusare nessuno aggiunse esausto. Non ricevette alcuna risposta.
Mi piacerebbe leggere i tuoi scritti disse l'inquisitore.
Matthia lo guard sgomento.
Sono certo di una cosa aggiunse l'inquisitore i tuoi scritti saranno molto pi interessanti dei numeri tracciati dalle forze diaboliche.
Non capisco...
Io non sono qui per frate Milic. Non sono adatto a esaminare casi simili al suo. Se Milic resta al suo posto, non accadr nulla n a lui n a noi. Il nostro problema sei tu, frate Matthia.
Matthia riusc solo a pensare che non fosse giusto, sono rimasto volontariamente qui con voi, avrei potuto negare la mia presenza. Non era una frase molto intelligente. Cosa sapete di compromettente sul mio conto? Qualora farete richiesta al priore per avviare un processo avrete certamente tutta la sua approvazione. Il diritto ecclesiastico vi conferisce il potere di intervenire su questioni di fede. Potrete ottenere un altro processo vittorioso dopo una pausa aggiunse ma potrebbe essere anche una sconfitta, noi non siamo eretici.
Frate Matthia, ogni tua parola di questa notte sarebbe gi una mia vittoria. Potrei mescolare le tue parole all'episodio della cifra... e tu saresti spedito in qualche eremo nei nostri boschi, se non peggio. L'inquisitore parl sicuro di s.
 stato il priore, vero?
No.
Avranno il loro processo quando verr il tempo.
Non saranno frasi come queste a salvarti, frate Matthia. Il tuo priore resta l'autorit alla quale devo fare riferimento. Tienilo a mente.
Matthia era livido di rabbia. Uberto e Goffredo fuori dalla porta forse erano riusciti a trovare una panca e sedersi.
Non capite che il priore vuole Milic e il nostro gruppo fuori dal convento? si lament Matthia. Il nostro peccato  stato quello di lasciarli fare, di consentire che nella casa di Dio agissero come se fosse casa loro. Voi dovreste vederli. Senza di noi in quel convento rester solo la birra e i fornelli. Cacciarci dal convento sar come consegnarlo a Satana.
Il priore sa che la pensi cos?
Sa di essere disprezzato, come i suoi. Voi potrete esaminarmi tutta la notte e mi troverete buon cristiano. Non loro. Ci accusano per non essere accusati. Ci chiamano eretici perch denunciamo i loro vizi. Voi potrete anche non credermi, ma la verit salter fuori.
Perch dovrei crederti, frate Matthia?
Matthia sorrise. Voi dovreste solo conoscere chi sono i nostri accusatori.
L'inquisitore rimase in silenzio, pensava al priore. Matthia sembrava veramente indignato per quell'uomo. Tuttavia non aveva voluto denunciarlo poco prima.
Non ci sono scrivani che trascriveranno la nostra conversazione disse l'inquisitore.
Matthia rimase in silenzio. Non capiva se fosse un bene o un male l'assenza di scrivani.
L'inquisitore prese di nuovo la penna d'oca. Prese anche un calamo. Da sotto lo scrittoio estrasse un incartamento avvolto in un fazzoletto rosso. Preziosissimo. Per ottenere il rosso occorrevano centinaia di molluschi. Un colore nobile. Nel fazzoletto alcuni fogli. Li pose su uno scrittoio. La penna d'oca pass dal calamo al foglio, agitata dalla mano che scriveva nervosa.
Vorrei poter essere presente al Mattutino, per le preghiere natalizie.
Ci sarai.
I frati in convento saranno avidi di notizie.
Tu non dire nulla.
I due frati qua fuori si saranno allarmati di quanto avvenuto poco fa. Matthia guard fuori dalla porta. Voi potrete interrogare frate Milic prima che scoppi qualche scandalo. Io tacer con tutti della conversazione di stanotte. Il convento non avr pi modo di lamentarsi di noi. La diocesi praghese non si macchier di alcuna eresia. Nessun processo verr istituito nella citt dell'imperatore. Il papa non avr nessun pretesto per accusare Praga. Nessuno nelle terre di Boemia sar detto patarino o fraticello. Quella di stasera non  stata la prima udienza di un processo. Forse non dovrei essere tanto franco, ma... non mi stupisce che non sia stato ancora istituito alcun processo. Non c' alcuna eresia. C' solo una Chiesa che cerca di resistere a Satana.
Dimmi frate Matthia, il processo  solo rinviato?
Forse.
Dove e quando? domand l'inquisitore incuriosito e divertito da quel cambio di posizione.
Ovunque... nel 1368 rispose Matthia.
Quando Matthia fu fuori dalla porta l'inquisitore lo richiam.
Non ti voltare ordin.
Matthia fermo, di spalle alla stanza, perplesso.
Un'ultima domanda disse calmo l'inquisitore.
Matthia attese, non indietreggi di un passo.
Che figure sono rappresentate sull'arazzo che c' in questa stanza?
Un fendente. Matthia si sent trafitto.
Abbass lo sguardo. Rimase immobile. L'ordalia persa.
I frati fuori non capivano.
Non lo so disse. Voce rotta dall'amarezza.
Puoi andare figliolo. L'inquisitore con fare bonario sorrise. Soddisfatto.

6. Praga, 1363.

Non era colpa sua. Non poteva farci nulla. Somigliava a un topo. Se lo ripeteva in continuazione. Ma serviva a poco. Anche a casa lo chiamavano cos, topo. Senza alcun affetto.
Una gallina morta in pollaio o un uovo rotto nel cesto, ed eccoli tutti l a dare contro di lui, il topo. I guanciali accanto al camino, la sera, quando i campi erano deserti, gli riservavano lo stesso trattamento, da topo. Quando di notte qualcuno usciva fuori dalla stanza a defecare o urinare, lui si svegliava. Aspettava che rientrasse e ne cercava lo sguardo. I suoi occhi brillavano di notte. Dormi, che stai a guardare, topo? E gi, sul guanciale del camino, sulla paglia calda a riprendere il sonno. Mentre lui restava sveglio. Mentre lui covava vendetta.
A lui spettava meno cibo. Il topo ha bisogno di meno cibo dell'uomo. Lui, due fratelli e una sorella. Di sorella ne era nata una seconda ma era stata affogata in una tinozza d'acqua. I maschi portano legna, arano. Le femmine no.
Lui era maschio, ma, nemmeno a dirlo, non valeva a nulla. Nei campi non era buono. Aveva il torace stretto e respirava male. Il freddo di Boemia non gli aveva allargato le spalle come ai fratelli. Origine tedesca. Certo, da piccolo era stato malnutrito, ma non era certo colpa dei genitori. Le carestie le decide il Dio dei campi che  pure il Dio degli uomini e del mondo tutto.
Un giorno il topo and via. Forse nessuno se ne accorse, o forse s, per trarne sollievo. E inizi la vendetta, contro chiunque lo disprezzasse.
Somigliava a un topo.
Vendetta, come aveva fatto la notte di Natale, in convento.
Era un topo.
Come un topo aveva lavorato di nascosto, aveva rubato le chiavi. Come un topo, aveva una memoria prodigiosa e sapeva imitare alla perfezione ci che vedeva anche una sola volta. Aveva riprodotto le chiavi. Come un topo si era introdotto silenzioso, aveva lordato la stanza dell'ospite malato, ed era sparito.
Fuggito dalla casa paterna, aveva attraversato in primavera i boschi boemi per arrivare a Praga. Il topo non  forte, ma intelligente, un convento  perfetto. Era entrato con fatica nelle grazie delle autorit. I confratelli avevano imparato a temerne le vendette e i tradimenti. Quando il priore ne aveva fatto il suo uomo di fiducia si era sentito pronto per il passo successivo, gradini di potere e timone. Aveva anche un discreto gruzzolo. In tempo di peste non si trovavano preti disposti a dare l'estrema unzione agli appestati. Lui si faceva pagare prima di entrare in casa del morente. Grosse somme. E l'appestato pagava. In convento non aveva spese. Aveva iniziato a prestare soldi a usura. Il peggiore dei peccati, quello dei giudei e dei veneziani. Prestare a usura significava vendere il tempo, l'unico bene che appartiene a Dio soltanto. Pi tempo passa, pi il debito aumenta.
Non aveva dimenticato la famiglia. In tempo di peste aveva deciso di andare a trovarla. Aveva un dono da consegnare. Lo aveva portato con s per tutto il viaggio. Aveva lasciato la casa paterna a piedi e a mani vuote, per tornavi in groppa a un somaro e con un dono. Avrebbe potuto permettersi un cavallo, ma era pur sempre un francescano. E soprattutto un topo. Aveva fatto tutto di nascosto. Aveva atteso la notte. Non aveva cercato di rivedere i genitori, la sorella e i fratelli, e aveva gettato nella stanza della casa il topo che aveva portato con s. Era rimasto ad aspettare. Poi era andato via, in un convento di campagna. La peste riguardava solo la citt, con i suoi topi infetti. Aveva aspettato che tutto fosse finito. Dopo, era tornato al suo posto, a Praga. La peste gli aveva portato soldi, vendetta, potere.
I suoi trent'anni lo vedevano alla destra di un uomo potente come il priore del convento di Praga, un importante convento nella citt che ospitava il castello imperiale.
Aveva persino visto l'imperatore. Lui, il topo.
Era entrato in quel convento dalle stalle, poi la cucina, l'ospedale e via dicendo. Infine, aveva iniziato a coltivare le amicizie giuste. Alcuni fratelli facevano pi in fretta di lui. Non avevano la faccia da topo, la voce da topo, e la mente da topo. Avevano belle chiappe. Sodomiti. Lui no.
Nel periodo trascorso in campagna aveva abusato anche lui di un frate. Una notte l'aveva scoperto mentre trafficava con una donna del paese. Si era fatto pagare il silenzio con il didietro. Ma non aveva alcun interesse a ripetere l'esperienza. La sua unica passione era il potere. Non aveva alcuna cultura. Aveva imparato a leggere e scrivere in convento, ma solo per non essere fregato. La biblioteca aveva imparato a conoscerla perch sapeva che in quel luogo si poteva cogliere qualche frate perso in letture peccaminose o proibite. E tanto gli bastava.
Gli ultimi sei mesi erano stati particolarmente ricchi di novit. L'impiegato di corte, Milic, era andato fuori di testa. Aveva letto chiss cosa tra le carte della cancelleria imperiale. Carte che lo avevano reso folle. Aveva letto la Bibbia e si era chiuso in convento. Lui, il topo, era rimasto a guardare, ad aspettare.
In primavera, quando Milic aveva fatto il suo ingresso in convento, aveva colto una certa indisposizione del priore. Personaggio scomodo questo Milic. Bene. Molto bene. Alcuni fratelli avevano iniziato a interessarsi al nuovo arrivato. Un frate, che veniva dal secolo, che a quarant'anni aveva lasciato un'agiata posizione presso la cancelleria di corte per patire le rinunce della vita cristiana. Ma non solo. Era anche rigido nelle sue posizioni.
Lui, il topo, aspettava.
Giorno dopo giorno la folla di frati curiosi si era diradata per lasciare spazio a un manipolo di entusiasti della disciplina di Milic. Il priore aveva mutato l'indisposizione in preoccupazione. La sua autorit di priore, per alcuni frati, perdeva importanza dinanzi alla dottrina radicale praticata dal nuovo frate. Per pochi frati Milic contava pi del priore.
Lui, il topo, era sempre l, in attesa. Finch venne il suo momento.
Al principio dell'estate di quell'anno, sceso dal convento a Praga per certi affari di denaro, il topo aveva visto benedette le sue attese. Tra la via regale e il fosso dove confluiva l'acqua di uno dei canali del fiume, accanto al Collegio di studi giuridici Rosa Nera, si accalcava una folla di persone. Ricchi e poveri insieme ascoltavano in silenzio.
Un uomo urlava, in ceco, la lingua del popolo.
Era Milic.
Il topo parlava tedesco e latino, non capiva il ceco. Ma capiva quanto stava accadendo.
Pochi denari a uno studente straccione, estratti da un sacchetto dove aveva in monete quasi una lira tornese. Nei sacchetti teneva solo monete in billon, quelle in oro e argento le nascondeva nelle mutande. Si era fatto tradurre ogni parola.
Il topo ha una memoria prodigiosa. Ha la capacit di trasmettere ai suoi simili le informazioni che esperisce e quelle esperite da altri topi.
Il priore aveva ascoltato la storia della predica, e aveva semplicemente lasciato correre. Il topo si era, invece, fatto l'idea che il priore non aspettasse altro che un errore di Milic per farlo fuori con Matthia e l'intero gruppo. Ma si era sbagliato. Di cos'altro aveva bisogno il priore per farlo sbattere fuori?
Il topo sapeva benissimo di cosa lui avesse bisogno: di protezione nel convento. Il priore lo capiva perfettamente. Un'esistenza spesa a rimbrottare i propri fratelli non poteva che accelerare un processo di isolamento che rendeva la vita del topo ogni giorno pi grigia. Sempre pronto a eseguire gli ordini dei superiori con una sottomissione fastidiosa persino per chi, come il priore, quegli ordini li dava. Nessuno dei frati del convento aveva sentito il bisogno di diventargli amico, quasi la sua sola presenza fosse foriera di chiss quali disgrazie. Tutta la sua animalesca persona era interessata unicamente all'accrescimento del suo piccolo potere tra le mura di quel convento. Nessuno dei frati

 lo riteneva perfetto cristiano. Eppure la condotta esteriore di Wolfango era ineccepibile. Casto, devoto, rispettoso dei digiuni. Ma era chiaro a tutti il suo vero fine. Nessuno dei frati era a conoscenza dei suoi traffici di denari, n dell'episodio nel convento di campagna. Per questo il priore non poteva che avvalersi del suo aiuto. Irreprensibile e scaltro. Avrebbe mandato al patibolo un frate con la leggerezza con cui si cattura un pedone sulla scacchiera.
La notte di Natale rappresentava un momento di ritiro collettivo importante per la comunit cristiana. Con un poco di fortuna, sarebbe stata una occasione importante anche per lui. L'occasione era irripetibile, ognuno chiuso nella propria cella a pregare, anche Matthia, che teneva le chiavi della cella di Milic. Per un topo il Natale  un giorno qualsiasi, solo con qualche messa in pi. Ma, mentre tutti sono assenti, il topo va in giro.
Aristotele riteneva che gli animali non avessero anima. Senza anima non si commette peccato. Il topo era libero di fare ogni cosa. L'anima  il pallottoliere sul quale Dio segna i peccati commessi, pallottola dopo pallottola. Senza pallottoliere non c' il punteggio finale.
In alcuni monasteri irlandesi ci sono statue di creature femminili mostruose, sedute su spesse colonne in pietra, con i seni cadenti, che si divaricano la vagina con le dita. Queste creature fissano l'ospite dall'alto, invitandolo a guardare lo spettacolo ripugnante offerto con quelle mani immonde. Se avesse dovuto immaginare la propria anima,

 Il topo l'avrebbe raffigurata come quelle creature mostruose. In atto di concedersi a chi mai l'avesse desiderata. Solo i suoi trent'anni gli impedivano di identificarsi con le megere scolpite nella pietra.
Voleva realizzare il suo piano esattamente nel giorno di Natale. Non gli importava la catena di conseguenze sulla vita del convento. Poteva ottenere in un colpo solo l'espulsione dal convento di Matthia e la fiducia dell'inquisitore. Fiducia che era l'equivalente di una spada forgiata con i migliori metalli nelle migliori fucine dell'impero.
L'idea gli era venuta in biblioteca. Sempre appostato a terrorizzare il frate bibliotecario, aveva seguito con interesse la registrazione dei libri letti dai frati. Quel registro per non gli era stato utile quanto invece gli era stata utile una scoperta. Frate Milic leggeva sempre e solo un libro. La Bibbia. E sempre in una copia che prediligeva.
Si trattava di una copia di qualit scadente, fatta con carta di scarto, che giaceva inutilizzata senza alcuna rilegatura. Il giorno dopo il suo arrivo in convento, Milic l'aveva presa, e aveva costruito con le proprie mani il dorso, la rilegatura e la copertina.
Per alcuni era stato un gesto offensivo, leggere la parola di Dio su una carta scadente, come se fosse un appunto qualsiasi. Per altri era stato un gesto degno di san Francesco.
La Bibbia rimaneva sempre sulla scrivania di Milic. Il topo, quando tutti dormivano, saliva nello scriptorium e indagava. Aveva studiato le note a margine. Cancelleresca, la scrittura dei funzionari di corte. Non c'erano dubbi, nessun frate avrebbe usato quella scrittura se non Milic.
Un lavoro minuzioso, il topo aveva compreso cosa ossessionava Milic: profezie, destini degli eletti, destini della Chiesa. E aveva teso le orecchie. Quel gruppo di frati riunitisi intorno a Milic, nel cortile del chiostro o sotto i portici del convento, dibatteva animatamente di cambiamenti, rinnovamenti, concili della cristianit. Tutti tasselli di un mosaico che, composti con la sapienza dei maestri bizantini, avrebbero potuto rivelare qualcosa. A guardare le pietre colorate di un mosaico prima che siano composte, non si sospetta che dietro quel disordine siano celate figure di impareggiabile bellezza.
Che figura sarebbe riuscito a delineare il topo?
Il topo aveva fatto tante bozze prima di capire. Voleva prove, e non aveva che una occasione. Non poteva giocare male, n sbagliare mossa. Una sola scacchiera. Un solo re.
La notte di Natale si era sorpreso nel vedere i corridoi vuoti. Quasi si aspettava che qualcuno sospettasse delle sue trame.
Gli affreschi assumono contorni molto netti solo dopo essere stati sinopie. La mano di colore che conferisce bellezza alle opere si d solo alla fine. Le polveri ottenute dai lapislazzuli afgani, giunti da oltremare perch se ne ricavi il blu, o il giallo ricavato dall'urina secca delle vacche, dalla radice di curcuma o dalla ginestra: tutti colori molto preziosi, che un mastro pittore sa di non dover sprecare per una sinopia. La terra rossa di Sinope serve a tracciare le forme. Per avere una prima idea dell'affresco.
Ma la bellezza che cercava il topo era di una forma e di un colore speciale. Il suo affresco era immenso e nero. Potere. Vendetta. La forma che aveva preso la sua figura, il suo strumento per distribuire nemesi, era stato ricavato da giorni di lavoro. Cosa cercava frate Milic nella Bibbia?
Una data.
La Grande Tribolazione. Il periodo di torture e morte che avrebbero patito i veri cristiani.
L'inizio del ciclo dei giorni brevi. Quando il sole si oscurer in cielo prima del tramonto.
Cercava tra le pagine dell' Apocalisse, tutte segnate dagli appunti a margine scritti da Milic. Aveva tentato di capire a cosa corrispondessero quei numeri.
Centoquarantaquattromila. Il numero di persone che si salveranno dalla morte eterna.
Sei sei sei. Il numero della Bestia, il marchio nero senza il quale nessuno potr vendere o comprare.
Milleduecentosessanta. I giorni che dovr trascorrere nel deserto la donna di Sole dopo il parto.
Sette. I calici di flagelli che gli angeli verseranno sul mondo.
Tre. Le porte agli angoli della Gerusalemme Celeste.
Ventiquattro. Il numero degli anziani che Giovanni a Patmo vide prostrarsi ai piedi di Dio.
Cercava negli ultimi capitoli di Matteo, dove sperava di dare un volto ai falsi Cristi che sarebbero venuti. Ipocriti servi del Nemico.
Milic ai bordi della Bibbia annotava ogni segno dell'annuncio.
Cercava in Daniele. La profezia dell'Abominio della desolazione.
Ed era proprio dalla numerologia di Daniele che aveva ricavato una cronologia. Il topo aveva controllato bene i calcoli fatti da frate Milic. Li aveva ricontrollati pi e pi volte. Non doveva sbagliare.
La figura prendeva la forma di una cifra, di un numero. Ma il topo non era sicuro. Non riusciva a capire.
Un tempo, dei tempi e la met d'un tempo. Questo era il versetto in Daniele per indicare la durata delle guerre del Monarca di Settentrione e del Monarca di Mezzogiorno contro l'Usurpatore. Chi fossero i Monarchi e chi l'Usurpatore non era dato saperlo, come non era dato conoscere nessuna delle figure simboliche di Daniele.
Milleduecentonovanta. I giorni che trascorreranno dall'abolizione del Sacrificio quotidiano e dall'ingresso della statua blasfema nel Tempio.
Daniele aveva chiamato questa statua Abominio della desolazione. Una statua di Satana dentro la Chiesa? Impossibile saperlo prima del tempo.
Milletrecentotrentacinque. Il numero di giorni che dovranno sopportare gli eletti prima di entrare nella Citt Celeste.
Di tutte queste cifre, l'unica che non era presente nella Bibbia era 1368, il numero che Milic aveva scritto su quasi ogni pagina di Daniele e dell' Apocalisse.
Nessuno dei calcoli che aveva fatto dava quella cifra.
Il topo sapeva di doverla ottenere, ma non c'erano decine da sommare a 1335, n centinaia da sommare a 1290. La combinazione con i numeri dell' Apocalisse non dava alcun risultato.
Era questo il timore del topo. Avere un numero a disposizione ma non sapere come fosse stato ottenuto. E se per frate Milic non era importante? Il fatto che lo avesse annotato non significava nulla. O forse il numero era un altro e Milic per ingannare i curiosi aveva continuato a scriverlo. In quel caso Milic stesso avrebbe capito l'inganno e il tentativo di incastrarlo, e il topo sarebbe precipitato. Il frate bibliotecario poteva aver scoperto che Milic non era l'unico a consultare la copia che aveva rilegato.
L'unica cosa che tranquillizzava il topo era il divieto di leggere la Bibbia che Milic aveva ricevuto dall'inquisitore. Il topo aveva controllato ogni giorno, in effetti gli appunti erano fermi dall'estate.
Milic non avrebbe avuto il tempo e gli strumenti per calcolare un numero diverso. E il topo non aveva altra possibilit di tentare la sorte.
Aveva scommesso tutto e gettato i dadi. La fuga dalla casa paterna, il convento, i soldi dei malati di peste. I dadi dovevano dare un unico numero.
Il topo poteva guardare l'alba di quel Natale dietro le colline di Praga. Matthia non poteva pi ottenere il priorato, non dopo un'accusa di eresia. Il ricordo del rischio corso poche ore prima gli sembrava cosa da ridere.
Ora poteva stare tranquillo. Doveva stare tranquillo. S, era tranquillo. L'urlo. Perch quell'urlo disumano? Milic non lo aveva visto entrare e uscire, di questo era sicuro. Aveva forse visto il numero e lo aveva terrorizzato fino a quel punto? O c'era altro?
Le pareti ammuffite della sua cella, con le lanugini irregolari cresciute sulla superficie non battuta dal sole, illuminate dal rosso dell'alba praghese, sembravano rossi arazzi fiamminghi. La convocazione dell'inquisitore, quella stessa notte, era un successo insperato. Aveva calcolato i tempi con precisione. Il priore doveva avere il tempo di mandare un frate ad avvisare l'inquisitore. Poi la convocazione di Milic, che significava la convocazione di Matthia. Il topo non conosceva modo migliore di festeggiare il Natale. Il topo ammirava di Matthia il fervore cristiano e la profonda passione per la teologia. Ma erano ostacoli alla propria ascesa.
Ora era tranquillo, non c'era nulla da temere. L'urlo? Ha urlato perch non  sano di mente. I malati di mente urlano spesso.
Aveva parlato talvolta con Matthia. Una volta in particolare dopo l'episodio della predica in strada di Milic. Matthia aveva provato a spiegargli quali fossero le motivazioni che animavano il loro gruppo. Matthia sospettava del suo interlocutore, forse non lo riteneva degno di condividere le loro scoperte. Il topo lo sapeva. Matthia non prestava a usura per acquistare una carica. Non aveva sodomizzato un frate in cambio del proprio silenzio. Per Matthia era stato tutto facile: cresciuto in convento, indole buona, carattere deciso. Non aveva ancora conosciuto un dramma vero che ne facesse uscire un poco di cattiveria. I drammi di Matthia erano i versetti della Bibbia o i problemi di san Tommaso. No, troppo facile. Il topo doveva imbrattarlo. Il suo candore ne faceva il candidato perfetto alla futura guida del convento. Il topo lascia sempre piccoli pezzetti di escrementi quando passa da un luogo pulito. E Matthia era un luogo pulito. Un bel regalo, un dramma vero: fargli perdere il maestro.
Il topo raramente veniva morso da dubbi. Di notte stava sveglio a rimuginare le cose accadute durante il giorno, il tal frate mi ha fatto questo, questo frate mi ha risposto male. Una parola di troppo o una cosa che gli era stata tenuta nascosta lo privavano del sonno. Si rigirava sulla paglia della cella. Studiava come si sarebbe vendicato, come avrebbe risposto, domattina mi apposter per scoprire che cosa nasconde... E' cos, tutte le notti.
Certe notti per non pensava al convento, ma a Satana. Voleva essere certo di non essere caduto nelle trame del Nemico. Si era affidato alla Chiesa. Sapeva che la Chiesa era stata voluta da Cristo e quindi da Dio.
Tutto ci che accade nella Chiesa non pu accadere per volont di Satana. Se la Chiesa cerca il potere  perch la ricerca del potere  voluta da Dio. Altrimenti Dio l'avrebbe eliminata dalla faccia della terra. Non  forse onnipotente un Dio che pu spodestare un re della terra o un papa? Se non lo fa  perch non c' nulla in quel re o in quel papa che contraddica la Sua volont.
Cosa poteva un povero topo dinanzi a s grande disegno? Adeguarsi all'insondabile volont di Dio. Un Dio che permette la corruzione. Forse Dio ha fatto della corruzione un Suo oscuro strumento per ottenere il bene. Perch Dio non pu che volere il bene, dunque se Dio permette che certi fatti accadano  perch quei fatti sono bene. Il problema sono gli uomini, che non sanno riconoscere il bene. Rubare, tradire, uccidere sono sempre male? E se rubo a un ladro o uccido un assassino? Il bene  solo un nome. Non una realt.
Quando era fuggito da casa avrebbe potuto perdersi nei boschi, essere sbranato da un orso o caricato da un cinghiale, essere preso dai turchi, ammalarsi. Invece no. Dio lo aveva voluto in vita. Era arrivato a Praga. Era stato accolto nel convento. Era entrato nelle grazie del priore.
Matthia forse non era un nemico vero e proprio. Ma perch voleva cambiare la Chiesa? Non mangiava e beveva anche lui nel refettorio? Lui e i suoi compagni dicevano di voler rovesciare la Chiesa, ma per mettere al potere chi? Milic? Per avere un mondo di gente digiuna e debole? E chi li avrebbe combattuti i turchi? Erano troppo stupidi. Non li sopportava. Non si rendevano neppure conto che, se il mondo fosse davvero diventato come loro desideravano, sarebbe stato l'inferno. Doveva fermarli. Doveva entrare in quella cella e scrivere quel numero. Doveva fare in modo che l'inquisitore frenasse l'eresia.
E ci era riuscito.
Il priore non voleva far trovare nessun numero all'inquisitore che certamente sarebbe venuto l'indomani.
La porta della cella di Milic dimenticata aperta. L'ordine del priore di cancellare i segni dal muro. Fatto. Era andato lui stesso a raschiare l'inchiostro dalla parete.
Ordine eseguito in fretta.
Era tranquillo. Il grido era andato via con il numero. Ancora qualche giorno e non lo avrebbe pi sentito risuonargli nelle orecchie.
La luce penetrava dalla fessura della,cella ad accarezzare gli occhi, a riscaldare il corpo sotto le coperte. Scacciava i dubbi velenosi insinuati dal buio. La paglia si faceva pi morbida. Le membra si facevano paglia.
Dietro le palpebre gli ultimi assalti debolissimi della colpa.
Qualcuno buss alla sua porta. Sgran gli occhi. Nessuno veniva a svegliarlo. Mai.
Qualche frate zelante aveva pensato che non si svegliasse per il Mattutino?
Disserr e sferr un calcio alla porta.
Dall'altra parte un frate, distante abbastanza da non essere colpito.
Era atteso dal priore.
Wolfango qualche ora dopo avrebbe osservato di non ricordare quale fratello aveva avuto davanti in quel momento.
E non era solo, c'era anche l'inquisitore. Voleva parlare con lui.
Da fuori i fischi brevi, acuti e spezzati dei pettirossi.
Nelle orecchie l'urlo. Pelle d'oca sulle braccia.
Nella cattedrale di san Vito, Karl dal suo palco si preparava ad assistere alla Messa di Natale. Elisabetta, regina di Boemia, al suo fianco.
La nobilt praghese e boema dalle panche sottostanti si inchinava all'imperatore. Alcuni lo vedevano per la prima volta. Karl, perso in quel campo di volti, titoli nobiliari, promesse, favori fatti e ricevuti. Di crediti o debiti.
Arnost officiava la Messa.
Il sole sembrava obbedire ai gesti lenti e sacri, come se il rito servisse a illuminare la navata centrale senza raggiungere gli occhi azzurri del vecchio arcivescovo per non ferirli. Abiti liturgici bianchi del giorno di festa. La mitra splendida, importante. Sapeva bene che la gente in chiesa si animava a sentire un sacerdote accusare altri sacerdoti di corruzione. Tutti erano curiosi di scoprire quale episodio biblico avrebbe letto e commentato. Un episodio antico per raccontare qualcosa di contemporaneo.
Le prediche gli servivano per ricordare che la cura dell'anima viene prima di quella del corpo. Con i suoi Statuti aveva gi sfidato sesso, gola, denaro: demoni che dimoravano tra gli abiti del clero praghese.
Un'occhiata all'imperatore, lo farete?
Karl guardava la mitra dell'arcivescovo. Una decina di anni prima era entrato a Roma carico di doni, falchi, levrieri, pernici. Aveva aspettato vicino alla gradinata che il cardinale si svegliasse. Un malore, gli avevano spiegato. In seguito Karl venne a sapere che il cardinale si era dimenticato. Un cavaliere della scorta boema si era allontanato a urinare, al suo ritorno aveva visto Karl uscire dalla chiesa con la corona imperiale in capo. Il cardinale aveva spiegato che non c'era pi tempo, e Karl era uscito da Roma riportandosi a casa falchi, levrieri, pernici.
Distolse lo sguardo dalla mitra. San Vito era il capolavoro dei mastri costruttori di cattedrali dell'impero. A intervalli regolari i mattoni erano stati segnati con delle cifre. Segreti dell'ars aedificatoria. Se la cattedrale fosse andata distrutta, le cifre ne avrebbero permesso la ricostruzione. Come ai leggendari architetti di Israele era stato possibile riedificare il Tempio di Gerusalemme ogni volta che veniva distrutto, cos doveva esserlo per quella cattedrale.
Ricostruire. Distruggere. Perch l'anima non gode della fortuita delle cattedrali? Perch i segni sopra i mattoni della memoria non aiutano a ricostruire tutto daccapo ma rendono pi fragile l'edificio umano?
I mattoni della memoria, se fabbricati male, non possono essere sostituiti e gettati tra le macerie.
L'anno maledetto, 1348. La Peste Nera uccideva cristiani e maomettani, nobili e plebei. Karl allora era solo re di Boemia. Troppa morte, troppo dolore senza nessuno da additare, da accusare. Senza un responsabile con un nome. Solo l'angoscia che tutto quel male non avesse nessuna ragione. La paura  pi semplice dell'angoscia. La paura ha la forma del lupo, della strega, del buio. L'angoscia no, non ha forma. Perduta negli abissi del mare, tra le nebbie, nelle lontananze siderali.
Le citt tedesche gli domandarono l'autorizzazione a perseguitare i giudei. Il popolo aveva trovato la forma da dare al nemico. Sapeva chi uccidere.
Avvelenatori dei pozzi d'acqua.
Deicidi.
Karl aveva autorizzato le persecuzioni. Centinaia di innocenti morti.
Governare, scegliere. Esiste la scelta giusta? Si sceglie sempre tra soluzioni che piacciono a qualcuno e dispiacciono a qualcun altro. Non scegliere, non governare. Con i principi tedeschi era stato costretto alla scelta meno rovinosa.
Ogni volta che moriva un imperatore senza eredi maschi, iniziavano guerre sanguinose, con somma gioia dei turchi che potevano attaccare un nemico gi stanco e massacrato. Karl aveva posto fine alle guerre. La corona non si eredita. I principi voteranno il loro imperatore.
Non aveva fatto i conti con l'animo umano. C'erano principi che gi stavano mettendo da parte i soldi da dare in cambio del voto quando lui sarebbe morto.
Aveva evitato altre guerre, il resto non gli importava. Non era un cavaliere.
Con passo lento e solenne Arnost si avvicin al leggio. Una grande aquila in legno dorato con le ali spiegate reggeva una meravigliosa Bibbia. La sua voce tuon:
Mos e Aronne intesero che il Signore aveva visitato gli Israeliti e che aveva visto la loro afflizione; si inginocchiarono e si prostrarono.
Dopo, Mos e Aronne vennero dal faraone e gli annunziarono: Dice il Signore, il Dio d'Israele: Lascia partire il mio popolo perch mi celebri una festa nel deserto!
La mitra dell'incoronazione era troppo stretta, il cardinale aveva dovuto premere pi volte prima di farla aderire al capo. Il papa da Avignone doveva aver fornito le misure sbagliate ai sarti. Chiss se era stata cucita a Roma o ad Avignone. Vendetta. Scendere in Italia, sottometterli tutti, Comuni, nobili, cardinali. Portare loro il papa e gridare dal Campidoglio: ora ve lo tenete qui.
Senza guerre, ovviamente. Sarebbe sceso con un esercito di rappresentanza per mostrare buone intenzioni. Non c'era una qualche nobile francese da sposare in cambio del papa a Roma? Guard Elisabetta.
Dieci anni prima, Innocenzo IV e Arnost gli avevano fatto sposare Anna di Silesia. Anna avrebbe dovuto sposare il figlio appena nato di Karl, che per era morto con la madre. Karl, oramai vedovo, aveva trentasette anni, Anna quattordici, e a sedici anni sarebbe diventata imperatrice. Era morta mettendo al mondo Venceslao, a ventitr anni. Una lapide sulla parete della cattedrale la nascondeva. Assisteva anche lei a quella messa, dall'alto della sua sepoltura.
Il faraone rispose: Chi  il Signore, perch io debba ascoltare la sua voce per lasciar partire Israele? Non conosco il Signore e neppure lascer partire Israele!
Venne ancora una guerra da scongiurare e quindi un altro matrimonio da accordare. Karl, a quarantasette anni, sposava Elisabetta di Pomerania. Con una polacca al suo fianco, Karl vanificava la guerra contro la Polonia. A sedici anni Elisabetta era regina di Boemia. Cosa provasse Karl non importava a nessuno. Si convinse che non dovesse importare neppure a lui.
Elisabetta guardava l'arcivescovo, altera. Non nascondeva il dileggio al quale la esponeva il marito. A fianco di un imperatore non c'era un'imperatrice, ma solo una regina.
Doveva aver saputo della cattura del re di Francia. Ostentava la corona di regina come un gobbo mostra la prominenza, per farsi commiserare la ventura ineluttabile di un marito che non la voleva imperatrice a Roma per mano del papa.
L'altezza del palco serviva a far distinguere Karl dai sudditi, a porlo al vertice della piramide. Ma essere sulla vetta del mondo gli parve un modo per essere lontano dagli altri, non al di sopra. Una punizione, non un premio.
Il Dio degli Ebrei si  presentato a noi. Ci sia dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto e celebrare un sacrificio al Signore, nostro Dio, perch non ci colpisca di peste o di spada!
Il re di Egitto disse loro: Perch, Mos e Aronne, distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori!
Il passo dell'Esodo per la predica della messa di Natale: la prigionia babilonese, il popolo di Dio prigioniero in Egitto che per bocca di Mos chiede di poter andare via, lo chiede al faraone, all'imperatore del passato. L'episodio scelto da
Arnost per quel Natale. Karl ne era ammirato.
La mitra lo turb un p meno.
Non avrebbe fatto nulla contro il re di Francia. Lo aveva gi deciso.
Arnost lo sapeva. Indovinava le sue intenzioni.
Per questo la scelta dell'arcivescovo era caduta su quel passo, per ricordare che il Signore punisce con guerre e peste chi tiene prigioniero il suo popolo. E il nuovo popolo del Signore  la Chiesa.
Karl abbass lo sguardo.
Arnost interruppe la lettura.
Qualche colpo di tosse rese pi pesante il silenzio che la sacralit di quella giornata richiedeva.
L'arcivescovo ordinava al sole nato quel mattino di fermarsi. E tuon:
Pi di un millennio fa siamo stati chiamati a pronunciare un giudizio, era la notte di Natale.
Il portone d'ingresso cigol spinto dall'aria.
La predica era iniziata.
Un giudizio che si rinnova ogni notte della vigilia del giorno di Natale del nostro Signore.
Una madre, sottovoce, sgridava un bambino.
Specialmente oggi siamo chiamati a pronunciare quello stesso giudizio della notte di vigilia di pi di mille anni fa.
Tra i presenti alcuni ebbero la sensazione che le parole fossero rivolte a loro.
Un giudizio su noi stessi, sulle nostre azioni, sui nostri peccati. Dio aveva smesso di parlare ai suoi profeti. Ha rotto quel silenzio inviandoci suo figlio Ges. Non fu un premio per la nostra condotta, ma la guida per uscire da Babilonia.
Cos' Babilonia? Chiedeva sottovoce il bambino alla mamma.
I nostri peccati sono la nostra Babilonia. La perseveranza nell'errore, le catene che ci tengono prigionieri nella perdizione.
Karl dovette riassestare un paio di volte la corona sulla fronte sudata. No. Non lo avrebbe fatto. Non subito, almeno. Forse pi avanti.
Mai, prima della notte di vigilia di pi di mille anni fa aggiunse Arnost eravamo stati tanto vicini dal conoscere la verit in questo modo nuovo.
S, ma quando? Questa volta sarebbe dovuto essere meno permissivo con gli italiani. E soprattutto per l'incoronazione di Elisabetta non voleva al suo fianco un assassino come quel Giovanni di Vico che si era posto sotto la sua protezione per non essere fatto fuori dai guelfi. Se la precedente discesa era stata un disastro, Karl non poteva farsene una colpa. Gli italiani, sempre pronti a dire no senza neppure sapere a cosa avrebbero detto s.
Arnost, al ritorno dall'Italia, non aveva commentato in alcun modo l'episodio di Giovanni di Vico. Dieci anni prima lui e Karl si erano prodigati a far s che quella discesa fino a Roma fosse senza intoppi. Avevano inviato il cardinale spagnolo insieme a Cola di Rienzo perch preparassero l'accoglienza dell'imperatore. Ma Giovanni di Vico aveva creato pi di un problema allo spagnolo. Cola di Rienzo era finito peggio, la folla inferocita lo aveva smembrato vivo lasciando il suo corpo sparso a pezzi per le vie di Roma.
Ma Karl era partito re ed era tornato imperatore. Al diavolo Giovanni di Vico o Cola di Rienzo. E poi in Italia aveva raccolto talmente tanti soldi da coprire per un bel pezzo le casse imperiali.
La Sua nascita  la testimonianza che Dio ha voluto sostituire il suo vecchio popolo con un nuovo popolo. Laddove sorgevano sinagoghe oggi ci sono chiese. Cristo  nato per dare un messaggio nuovo. Un'arma che alla fine dei tempi trionfer definitivamente contro Satana, contro Babilonia.
La Peste Nera  la pena? La cautela un vizio? si domand Karl. Babilonia, io a San Pietro l'ho vista brindare con il mio sangue.
Oggi noi abbiamo un esercito di puri per fermare Satana? Gog e Magog saranno numerosi come i vermi dentro un cadavere. I puri tra noi invece quanti sono? Guardatevi intorno e contate quanti puri conoscete. Nessuno? Uno? Un leone dentro una vasca di scarafaggi muore, anche se  pi forte di uno scarafaggio. Non servir pi pregare perch il Signore ci liberi dalle guerre, dalla peste e dalle perfdie dei giudei. Se non dimostriamo di avere uno spirito puro, a cosa ci serve pregare?
Karl era spaventato dalla risposta a quella domanda.
La nostra volont viene misurata con le nostre azioni. Non importa il numero di preghiere o la quantit di denaro dato in elemosine continu Arnost, siamo in grado di distinguere una buona azione da una cattiva?
Karl guard la platea. Se per salvare un bambino devo lasciar morire la madre, la mia azione  buona o cattiva? Lui era uno dei due Soli della cristianit. Lui doveva illuminare il mondo insieme al papa. Ma allora perch non so rispondere?
Quel mondo era al suo autunno, illuminato da un sole stanco di sorgere.
Cosa confesserete se non sapete neppure se avete peccato? tuon ancora Arnost.
Lo specchio dell'animo di un imperatore  il suo regno, il regno di Karl era legato con fasce strette per non farlo sgretolare. Come la pelle dei lebbrosi.
A chi chiedere perdono per i vostri peccati se i preti che confessano hanno peccato pi di voi?
Alcuni cenni di assenso tra i presenti, come se l'accusa contro i preti confermasse i loro sospetti.
Elisabetta, solare e bella, guardava con occhi vivaci ogni cosa, emanava un evidente senso di potere.
Digiunare, pregare, aiutare disse Arnost. L'occhio di Dio non giudicher gli anelli preziosi o la ricchezza dei paramenti sacri. L'occhio di Dio guarder quello che gli abiti tengono nascosto. Dio, che oggi si fa carne, che oggi nasce uomo, avr una bilancia. I nostri peccati saranno macigni, le nostre anime piume. Allora avremo paura. Dio ci spier fino al giorno in cui verr come un ladro a rubarci la vita. Getter le anime in un fosso di fuoco e zolfo e l saranno impastate per poi lentamente indurirsi e divenire eterna materia.
Qualche ora dopo, nelle piazze di Praga alcuni presenti avrebbero provato a ripetere quella predica suscitando l'ammirazione di amici e passanti. Quelle parole erano come grandine sul raccolto.
E che nessuno pensi al destino.
Un uomo in terza fila mise la mano in tasca per toccare qualcosa. La moglie lo guard storto. L'uomo ritrasse la mano dal piccolo rospo secco che portava sempre con s contro la sfortuna.
Ciascuno andr dove  stato scritto sul libro della vita. Ciascuno avr quello che gli spetta. Non ci saranno madri e figli, nonni e nipoti. Quando le ossa dei santi conservate nei reliquiari torneranno vive per ricongiungersi ai corpi dei risorti, quando i martiri chiederanno vendetta, allora non serviranno i cavalli pi veloci del regno a portarvi lontano dal Grande Tribunale. Non saranno i nostri inquisitori a giudicarvi, sar un inquisitore pi grande.
Dall'esterno, i nitriti impazienti dei cavalli legati.
Non serviranno arti magiche od oroscopi a cambiare quanto deciso sin dal principio dei tempi aggiunse Arnost non stregonerie n premonizioni.
Sguardo severo sulla folla.
Solo una cosa funzioner in quei giorni.
Silenzio.
La parola di Dio.

7. Roma, una decina di anni prima.

Una grande L capovolta, costruita con due robusti tronchi di rovere. L'esercito la seguiva come una croce durante la processione. La ruota sinistra del carro cigolava ogni volta che completava un giro, i soldati si erano abituati a scandire i giorni su quel suono stridente. Il cappio vuoto appeso all'estremit della L incorniciava il disco del sole. In centinaia avrebbero preferito sentire il cigolio della ruota piuttosto che vedere gli ultimi attimi di sole con quella corda al collo. La forca in rovere sarebbe stata la prima a entrare a Roma. Per l'occasione avrebbero spostato i cadaveri dalle strade. I sopravvissuti avrebbero accolto la forca come se servisse a impiccare la peste stessa sul Campidoglio, sotto la terra crepata di quella necropoli che era diventata l'Aracoeli.
L'Aracoeli era sorta sulle rovine di un tempio dedicato a Giunone. Ai tempi dell'antica Roma, su quel colle l'imperatore Augusto ebbe una visione: una donna che scendeva dal cielo con in braccio un bambino. Questo  l'altare del Signore aveva detto la donna. Poi la visione era sparita. Augusto non seppe mai chi fosse quella donna, non comprese mai il significato di quelle parole. Cos i suoi successori e anche Tiberio, nonostante avesse sentito parlare di un certo Cresto o Cristo condannato a morte. Ma era troppo presto anche per Tiberio.
Su quel tempio di Giunone le rovine antiche lasciarono il posto all'altare del cielo. Le parole della donna con il bambino erano state infine comprese.
Il bambino faceva saltare il suo soldato di cera da una nicchia all'altra.
Il vescovo lo guard prima di rileggere daccapo.
Il padrone di casa si alz di scatto, tir un pugno contro l'aria. Sfoder la spada.
Sei sicuro che sia morto? Hai controllato di persona?
Il vescovo fece s col capo.
Da fuori le urla del mercenario che aveva fatto morire il messaggero.
Il signore del palazzo guard un crocefisso. Chiuse gli occhi quasi in preghiera.
Il vescovo lesse per l'ennesima volta. Le parole del messaggio non erano cambiate.
Bussarono.
Il padrone ordin di entrare. Il primo apr la porta. Pezzo di merda di scatto sfoder anche lui la spada. Fuori dalla porta tutti portarono le mani alle spade.
Non vedi che c' mio figlio disse il padrone di casa che sbadatamente stava accogliendo gli altri nobili con la propria spada in mano. La rinfoder e la mise per terra.
Cos fece il primo ospite e gli altri dietro di lui, tranquillizzati dalla presenza del bambino.
Non  un invito a tradimento, entrate e sedetevi.
Presero tutti posto come se sulle sedie ci fossero forchette.
Tutte le spade furono coricate. Solo allora il vescovo lesse: L'angelo della morte e il figlio dell'Anticristo saranno a Roma entro l'estate.
Alcuni vollero che venisse riletto.
Il mercenario, da fuori, invocava la piet del boia.
Questo messaggio era destinato a Giovanni di Vico disse il padrone di casa. L'uomo che portava il messaggio  morto, ma doveva consegnarlo a Giovanni senza pollice.
Brusio di assenso tra i presenti.
Fra Moriale? sugger con cautela uno dei presenti. Con gli occhi cerc il consenso degli altri ospiti. In molti annuirono col capo. Qualche manata sul tavolo.
Non c'erano molti altri nomi a cui pensare.
Giovanni Moriale era stato davvero un frate dell'ordine
monastico cavalleresco degli Ospitalieri. Dalla Francia era sceso in Italia al soldo del miglior offerente. Guerriero eccellente, al suo seguito una truppa tra le meglio organizzate sul mercato. Assassino spietato, decine di castelli fatti cadere, migliaia di uomini uccisi, migliaia di donne e bambini ridotti alla fame per i lunghi assedi.
Il suo esercito era preceduto da una forca in rovere, con un cappio pronto. L'angelo della morte era lui.
Anche se fosse fra Moriale, la notizia non si deve diffondere. I nostri mercenari potrebbero chiedere un compenso maggiore. Non sappiamo che intenzioni abbia e sotto quale vessillo combatter... non sappiamo neppure se combatter.
Nessuno si era invece domandato chi fosse il figlio dell'Anticristo. Papa Clemente VI aveva chiamato Cola di Rienzo figlio dell'Anticristo. La Fama con i suoi cento occhi e le sue cento orecchie era volata tra i cristiani a divulgare la notizia scandalosa. In realt era la conferma che tutti aspettavano. In pochi mesi Cola di Rienzo era passato dall'essere nessuno a essere uno degli uomini pi discussi d'Europa. Aveva cercato di sottomettere il papa e l'imperatore senza un esercito, ma solo nel nome di Roma. Con un rito blasfemo si era appropriato del Campidoglio, aveva preteso l'investitura a cavaliere nella vasca dell'imperatore Costantino. Aveva fatto riempire la vasca, si era immerso e ne era emerso con il titolo di cavaliere dello Spirito Santo. Il nuovo tribuno di Roma.
Ma il suo potere era stato breve. Era caduto. Era fuggito e aveva trovato un popolo pronto ad accoglierlo, un gruppo di eretici.
Come Lucifero, re dei dannati.
E se non fosse vero? Se questo messaggio servisse solo a spaventare Giovanni di Vico azzard uno dei nobili. La voce dei presenti rimbombava tra le pareti disadorne della sala.
Non credo... il cardinale spagnolo  da un pezzo che aspetta rinforzi dal papa, e potrebbero essere fra Moriale e Cola di Rienzo. Questo significa che sta per accadere qualcosa di grosso rispose il padrone.
E se ci fosse un traditore? Qualcuno del gruppo dello spagnolo che vuole salvo Giovanni di Vico? domand un nobile.
Faremo avere questo messaggio allo spagnolo, vedr lui che farne. Se c' un traditore,  un problema suo. E del traditore.
Di quanti uomini potr disporre fra Moriale? domand un altro.
Dipende da quanti soldi ha raccolto durante gli assedi al nord rispose il padrone. Non so pi quanti castelli abbia ridotto alla resa. Avrebbe persino avuto l'occasione di diventare signore di un qualche feudo. Quindi aspettiamoci il peggio. Ma se  stato il nuovo papa a decidere di inviarli qui a Roma, allora possiamo sperare di ottenere per noi gli stessi vantaggi che loro otterranno per se stessi. Papa Innocenzo ha perdonato Cola e ha chiesto al futuro imperatore di liberarlo e lasciarlo partire da Praga. Karl IV si teneva Cola a Praga come una specie di arma contro Avignone, se non fate i bravi lo lascio libero. Come si fa con un mastino. Ma ora  diverso. All'imperatore non  mai importato molto di Cola, che fosse vivo o morto. Invece qui a Roma ci importa, e credo importi anche allo spagnolo. Se Cola arriva a Roma vorr il Campidoglio, e gli verr dato. Questo significa che comander lui, non lo spagnolo.
Il fatto che Cola sia libero significa che il papa ha promesso qualcosa a Karl, e questo qualcosa  la corona imperiale. Karl non vuole fare la fine del Bavaro.
Ogni tanto girava voce che il re di Boemia dovesse scendere in Italia per diventare imperatore, ma era quasi come dire di aver visto un mulo pettinare un'oca.
In questi anni abbiamo capito cosa significhi vivere senza papa.  un vantaggio per tutti. L'imperatore verr a Roma e stabilir nuovi accordi con noi, con Giovanni di Vico e con i cardinali. Ognuno vorr mantenere i propri feudi, le terre sottratte al papa in questi anni e i privilegi. Ma l'accordo che ci spaventa  quello con Cola.
Forse chi ha scritto il messaggio vuole qualcosa da Giovanni di Vico in cambio di questa informazione disse un nobile.
Cosa di pu volere da uno come Giovanni che ha un esercito alle costole?
La domanda era inquietante. Giovanni non poteva avere accesso a nessuno dei propri beni, tutti sotto l'assedio dello spagnolo.
Sentite disse il padrone, forse questa volta sia noi che Giovanni vogliamo la stessa cosa. E forse anche chi ha scritto il messaggio.
Il boia doveva avere il braccio intorpidito, il mercenario sembrava avesse imparato l'ululato dei cani.
Il bambino mimava il fragore delle armi con il suo giocattolo di cera.
Nella sala nessuno aveva voglia di dire quale fosse questa cosa che volevano tutti.
Il bimbo prese a incitare il suo soldato vola, vola, vola, lanciandolo per aria e riprendendolo.
Cola? azzard uno dei nobili.
Il soldatino cadde a terra. La testa staccata rotol ai piedi del vescovo.

8. Praga, 1363.

Dalla finestra del suo palazzo vedeva il grande vigneto accanto al castello. Lo spieg al priore che non la smetteva di scusarsi: c'era dell'ottima birra, ma niente vino in convento. Troppo caro.
L'inquisitore parve talmente deluso che sembrava avesse attraversato Praga e il bosco solo per assaggiare il vino caldo col miele del convento.
Se avessimo saputo di questa visita... recit il priore.
Una sorpresa... recit a propria volta l'inquisitore.
Ne siamo lieti, solo mi dispiace per il vostro vino. Far portare qualche fico secco e del miele.
Un no deciso dell'inquisitore.
Come se non avesse sentito il rifiuto, il priore ordin che venissero portate alcune delle pietanze preparate per il pranzo natalizio. Porzioni abbondanti. Come nella tradizione boema.
Il convento ha conosciuto momenti migliori. Abbiamo sempre avuto abbondanza di frutta e focacce. Persino il vino. Ma dopo la peste...
Il priore non concluse la frase.
Non importa disse l'inquisitore. Stesso tono da quando era entrato. Fissava il priore come si fissa il fondo di uno stagno per cercare un oggetto caduto in acqua. Acqua torbida.
Mi dispiace di avervi svegliato stanotte disse il priore. Avrete avuto modo di parlare con il nostro fratello Milic, che  tanto malato.
Proprio per questo non ho potuto parlargli. Tono antipatico.
Dall'ultima volta che sono venuto a trovarvi non  successo molto si affrett a dire il priore ma se posso aiutarvi in questa indagine, per quel che mi  possibile...
L'inquisitore non faceva domande sul numero, n chiedeva di poter vedere il muro. Appena terminata la messa dell'aurora si era presentato senza alcun seguito, su un asino e senza un mantello adeguato alla solennit della giornata. Soprattutto si era presentato senza alcuna richiesta formale per dar avvio al processo. Disposizioni dall'alto?
Il priore lo guardava chinarsi in avanti, incollare la schiena alla spalliera, muoversi come se la sedia fosse rovente. Quasi l'invito ad accomodarsi dopo il viaggio aggravasse lo smacco del vino caldo. Il priore sper che la sedia svolgesse quell'inatteso compito di far passare all'inquisitore la voglia di trattenersi a lungo in convento. Speranza che si frantum quando l'inquisitore si alz in piedi e inizi a tamburellare sul tavolo con le dita. Mostrava pi anni dell'et che aveva. Gli occhi scuri contribuivano a dare un'aria cupa alla sua figura smilza. Il priore prov a immaginarlo in altra veste, per esempio a far rotolare botti di birra da un carretto. Fu come immaginare un pipistrello che sposta un masso. Lo incontrava regolarmente per i resoconti sugli sviluppi della faccenda di Milic, ma non lo aveva mai inquadrato come tipo umano. Doveva conoscere la corruzione del potere ma aveva saputo resisterle per puntare ad altro. Forse pi in alto.
Un priore e un inquisitore, due persone di potere, avrebbero potuto sistemare tutto in modo urbano e civile. Tra ecclesiastici era piuttosto semplice accordarsi su questioni di organizzazione interna. E quella era una questione pi interna di altre. Milic doveva stare in convento per ragioni di ordine pubblico, ma la sua condotta aveva creato scandalo anche in convento. Quindi era giunto il momento di fargli visitare i boschi della tranquilla e lontana Jicin.
Forse il priore avrebbe chiesto esplicitamente di poter cacciare Milic, se Wolfango non avesse lasciato partire
Matthia. Invece era successo. Due ingredienti che in natura sembrano destinati a non incontrarsi, come il cinabro e la mandragora, una notte vengono gettati nella stessa pentola. Matthia e l'inquisitore.
Il priore guardava il suo ospite che, in piedi, sembrava finalmente aver fatto pace con la stanza. I pettirossi sugli alberi salutavano il sole neonato.
Sforzandosi di sorridere, il priore disse. Non mi avete ancora domandato nulla dell'episodio di stanotte. Attese una risposta o un cenno. Che non venne. ... proprio la notte di Natale. Un momento delicato, di raccoglimento spirituale. Sono state viste delle cose, uditi dei suoni.
Gli ingredienti si stavano mescolando. Il cinabro e la mandragola, la testa dell'inquisitore era la pentola dell'elisir.
Vi pregherei di raccontarmi la vostra versione dei fatti si limit a rispondere l'inquisitore. La sua figura magra, curva e pallida sembrava una scultura lignea capace di svuotare il priore d'importanza in quel convento, come avete saputo di quanto stava accadendo nella cella di frate Milic?
La notte il convento  molto silenzioso, mi sono svegliato per i rumori provenienti dalla sua cella.
Mi avete mandato ad avvisare dell'accaduto prima o dopo aver verificato di persona se c'era o no qualcosa di straordinario? Le informazioni che mi sono arrivate sono confuse. La conversazione con il frate che accompagnava Milic  stata poco utile. Non mi ha saputo raccontare nulla di interessante, infervorato com'era dall'evento straordinario. I nostri frati in Francia si lasciano animare solo da Aristotele, parlare con loro  cos poco interessante a volte abbozz un sorriso. So che nessuno vorrebbe aprire un vero e proprio processo, dunque devo capire meglio l'accaduto, mettere ordine nei racconti disordinati di frate Matthia.
Certo, certo disse il priore,consapevole che un inquisitore potesse trasformare un avvenimento straordinario in un problema giuridico. Speravo venisse un altro frate al posto suo, ma mi ha disobbedito ed  partito.

 pettirossi si facevano pi spavaldi.

 l priore sent improvvisamente che la propria sedia era diventata stretta e scomoda.
Domand: Forse frate Matthia vi ha detto qualcosa di sconveniente?
L'inquisitore sembrava uno di quei gatti che iniziano a fissare un punto come se vedessero qualcosa. Poi alzano il pelo e minacciano. L'inquisitore guardava gli angoli alti della stanza.
La spalliera della sedia del priore sempre pi scomoda.
Cosa mangerete di buono oggi? domand calmo l'inquisitore.
Il priore guard divertito l'inquisitore, ma gli pass subito quando lo vide prendere una penna d'oca.
Non... non saprei tentenn. I faccendieri in cucina preparano quel che c'... e come dicevo prima  da un p di anni che non conosciamo le vecchie ricchezze. Anche i doni che riceviamo non sono pi tanti. Avremo qualche anatra, del maiale, castagne, miele... poco altro. Le pietanze che aveva fatto portare non erano state toccate. Dio ha scelto per noi la temperanza nel cibo... per abbiamo anche dell'ottima birra, sarei lieto di potervene offrire un boccale. L'inquisitore aveva impresso ai propri passi la cadenza dell'ebollizione a fuoco lento. Matthia vi ha parlato di piatti diversi? domand il priore e aggiunse un sorriso.
Cosa intendete dire con sconveniente? domand l'inquisitore. Aggiunse anche lui un sorriso che poco aveva a che vedere con i piatti del giorno. Cosa avrebbe potuto dirmi di sconveniente che possa riguardare il vostro convento?
Il priore si asciug il palmo delle mani sul saio. Matthia  un bravo frate, ma ha la testa piena di sciocchezze, per questo avrei preferito che non fosse lui ad accompagnare Milic. Vi avr fatto un racconto fantasioso di quello che dice di aver visto stanotte. Un racconto di angeli o di diavoli. Questo sarebbe sconveniente. Non  nell'ordine delle cose che la notte di Natale un gruppo di frati vedano qualcosa, un numero mi pare, sul muro di una cella dove un penitente ha scelto di pregare in solitudine. Forse non  cos terribile, ma  una suggestione sconveniente, se fa comparire cose inesistenti. Come sconveniente  stato l'allarme che ha causato negli altri frati e che mi ha costretto a chiedere il vostro intervento. Ma a proposito, voi non avrete dormito per tutta la notte. Volete che vi faccia preparare una cella?
No grazie rispose con cortesia. Dunque il presunto segno sul muro  frutto di qualche birra di troppo o qualcosa del genere disse divertito l'inquisitore.
Per capire le frasi di certi libri bisogna tornare indietro e rileggere. Questo  quello che avrebbe voluto fare il priore con le domande dell'inquisitore.
Frate Matthia  un buon cristiano. Il suo rigore  noto in convento. Anche quest'ultimo anno, nonostante quello che  successo, la sua condotta  rimasta irreprensibile. Passa la giornata con pochi altri frati nello scriptorium. Tutti in convento hanno un profondo rispetto per frate Matthia. Sono certo che i frati voteranno lui come priore quando verr il momento.
L'inquisitore immagin il priore provare a rendere Matthia partecipe dei guadagni delle tasse e della divisione del denaro delle decime e sentirsi in tutta risposta raccontare che Cristo non possedette nulla. L'arrivo di Milic doveva aver catturato tutta l'attenzione di Matthia. O forse gli era tornato utile per continuare a scrivere indisturbato le proprie riflessioni, mentre tutti erano concentrati sul nuovo arrivato.
Il priore prese una noce dal vassoio. Con l'unghia del pollice inizi a giochicchiare con la fessura del guscio. Matthia e l'inquisitore sapevano qualcosa che a lui sfuggiva? Qualcosa che lo riguardava?
Non volevo certo dire che frate Matthia fosse ubriaco, solo che ha la testa piena di sciocchezze concluse il priore. La noce gli cadde di mano.
Vi domandavo delle vivande per sapere se anche qui in convento si usa dare da mangiare agli animali e agli alberi per festeggiare il Natale. L'inquisitore tenne gli occhi sul priore. Sapr di questa usanza boema di dar da mangiare agli animali e di seppellire un p di cibo ai piedi degli alberi. Un modo per prendersi cura di ogni creatura del Signore, che in realt nasconde chiss quale antica superstizione.
Certo che no precis subito il priore sollevato dall'avere finalmente compreso la ragione di quella curiosa domanda circa i piatti del giorno. In realt in questo convento non siamo tutti boemi, io ad esempio non lo sono, come molti dei frati qui. Noi non conosciamo i costumi boemi e certo non imitiamo le loro superstiziosi.

 passi ricominciarono.
Qualche frate boemo potrebbe fare una cosa del genere?
Be', non ho un controllo completo sui frati. Ho comunque dato disposizione perch vengano denunciate tutte le forme di superstizione. I boemi sanno di essere controllati.
Stanotte chi li controllava? domand l'inquisitore.
Stanotte non c'era niente da controllare, ognuno era nella propria cella. Il rumore ci ha svegliati. Quando ho realizzato che proveniva dall'ala del convento dove si trova la cella di frate Milic mi sono affrettato. Nel corridoio ho visto un frate che tornava da quella direzione, stava venendo a svegliarmi ma ero appunto gi stato svegliato dal rumore. Ho continuato a camminare in quella direzione mentre il frate mi raccontava che Matthia era gi sul posto e parlava di un segno straordinario. Sono andato a verificare e ovviamente non c'era nulla sul muro. Ma i frati erano sconvolti e convinti di vedere un numero sul muro.  allora che vi ho mandato a chiamare.
Quale numero?

 l priore ci mise un momento a realizzare che aveva lasciato intendere di non sapere se fosse un numero. Non ditemi che frate Matthia vi ha raccontato una versione dei fatti differente. Questa notte, dinanzi a un muro intonso, lui e pochi altri dicevano di vedere un numero. Ho verificato di persona: non vi era alcun numero sul muro. Se parlo di un numero  solo per capirci concluse e si chin per cercare sotto la sedia la noce caduta. Rimase qualche momento chinato a rovistare con la mano sul pavimento prima di trovarla. Una festivit importante come il Natale pu aver solleticato fantasie notturne, talvolta basta che uno dica di vedere una cosa e i pi deboli o i propensi al fantasioso dicono di vederla anche loro disse da sotto il tavolo.
Quando riemerse dalla pesca della noce, era rosso e affannato. Ripose la noce nel vassoio.
Non conosco gli altri dettagli della faccenda aggiunse un urlo e il rumore dei catenacci che cadevano a terra trascinati da Milic. Il resto  nella testa di Matthia e degli altri
Non sapevo di un grido e di una caduta disse l'inquisitore.
Ma di cosa hanno parlato tutta la notte? Il priore sospir, hanno trovato Milic riverso per terra, a quanto ho capito le catene che lo reggevano si sono slegate. Ma a svegliarci  stato un urlo,  per questo che siamo andati tutti in quella direzione.
I passi cessarono. L'inquisitore rimase a riflettere, a mettere ordine tra le idee. Il priore osservava l'effetto degli ingredienti che venivano aggiunti al cinabro e alla mandragora. La pozione che ne sarebbe venuta fuori poteva essere mortale. Sper di non doverla assaggiare.
A dire il vero non saprei dire se a svegliarmi siano stati i catenacci o il grido, ero in dormiveglia. Vi capita di sentire un rumore mentre dormite e di sognare esattamente qualcosa che ha a che vedere con quel rumore? Ecco, ieri notte in un primo momento non avevo capito se quello che stavo sentendo fosse un sogno o stesse accadendo davvero.
Cosa avete sognato?
Ehm... non ricordo molto bene, forse un libro... s, sognavo di sfogliare un libro enorme, con pagine molto pesanti. Quando le sfogliavo cigolavano come i cardini delle porte erosi dalla ruggine. E le pagine cadevano le une sulle altre come lastre di marmo, e si frantumavano con gran fracasso.
Il libro scritto da Adamo ed Eva precis l'inquisitore.
Di che diavolo hanno parlato stanotte? Il priore lo guard perplesso.
Ma certo continu l'inquisitore la leggenda dei mitici libri scritti da Adamo ed Eva. Due libri, uno di creta per resistere al fuoco e uno di pietra per resistere all'acqua. Se il mondo finir a causa di un diluvio si salver il libro di pietra. Se il mondo finir tra le fiamme dell'inferno, si salver il libro di creta.
Per il priore fu come se una guardia aprisse una porta dopo aver verificato la parola d'ordine. Ho sognato un libro di grande importanza allora ironizz. Non domand nulla della leggenda. Neppure del contenuto dei libri.
Li avete letti? prosegu l'inquisitore per dare seguito al gioco, o magari proprio sulla mia testa, nei piani alti del convento, tra gli scaffali della biblioteca sono nascosti tesori di saggezza che solo pochi hanno il piacere di fruire.
No.
Non li avete letti o non ci sono tesori di saggezza?
La Bibbia  un tesoro di saggezza, e ne abbiamo diverse copie disse il priore. Non diede seguito al gioco dei libri di Adamo ed Eva.
Il segno sul muro potrebbe essere stato un sogno di Milic raccontato prima di perdere i sensi? O di uno dei frati del suo gruppo?
Non si pu sognare un segno come un numero disse il priore.
Che volete dire?
Posso sognare un libro, che  un oggetto reale, ma non un numero. Un numero serve solo a dare una quantit. Una quantit di cose come 2 sedie, una quantit di tempo come 1000 anni. Se sogno un numero devo sognare anche quello che misura. Un numero puro non esiste.
Un numero potrebbe anche essere la manifestazione sensibile della pura forma senza sostanza aggiunse l'inquisitore.
Il priore inizi a temere che l'inquisitore avesse capito che il numero c'era e che fosse stato cancellato. L'arzigogolo serviva a confondere, a far uscire la verit.
Come ha fatto Milic a cadere in terra? domand l'inquisitore cambiando bruscamente argomento. I catenacci saranno stati ben serrati e mi domando come siano potuti cedere con il peso di un corpo tanto magro. Pensate che qualcuno possa aver aperto la porta e sciolto i catenacci? O che lo stesso Milic sia riuscito a liberarsene? Quello che vi sto domandando  di darmi una vostra opinione su chiunque possa essere implicato in questa faccenda, sospetti su qualcuno, su Milic stesso... insomma, le vostre impressioni.
L'inquisitore stava cercando di accaparrarsi la sua fiducia. E lui doveva dare l'impressione di essere disposto a concedergliela. La risposta a quell'invito confidenziale poteva pregiudicare troppe cose.
Non saprei rispose, Matthia  il solo a possedere le chiavi di quella cella.  lui a portare da mangiare a Milic ed  lui ad occuparsi di questa storia dei catenacci. In realt Milic avrebbe potuto liberarsi a suo piacimento dalle catene. I frati lo sentivano cadere e andavano a chiamare Matthia, lui stesso racconta di averlo trovato diverse volte per terra perch le catene non erano ben chiuse. E con una pazienza inflessibile ogni volta va e lo lega di nuovo spieg. O dovrei dire andava aggiunse tra s.
E allora cosa c' stato d'insolito ieri notte, di tanto insolito da far alzare tutti?
L'urlo, un urlo disumano, da animale sgozzato vivo o da uomo che si trovasse faccia a faccia con il demonio. Non posso neppure dire se fosse la voce di Milic tanto era deformata dall'orrore.
Poteva essere la voce di Matthia? Sarebbe in grado di produrre un urlo come quello?
Non saprei rispose il priore schiarendosi la voce. Molti frati sono capaci di intonare canti in falsetto, la tecnica di canto e di distorsione della voce  nota quasi a tutti. Se con la tecnica del canto si pu produrre anche un urlo simile non so, certo non lo escludo.
La stanza, riscaldata dalla stufa, era piacevole e accogliente. L'inquisitore si accorse di non essersi ancora levato di dosso il mantello. Mentre lo poggiava allo schienale della sedia, domand che numero dicono di aver visto?
No.
L'inquisitore non fece in tempo a trovare la risposta inadeguata, che sent il priore correggersi in un non lo so.
Il priore fissava la noce nel vassoio.
Chi  il frate che stava venendo a chiamarvi e che avete incontrato in corridoio? Deve essere stato di passo molto svelto per andare alla cella di Milic, verificare l'accaduto e tornare indietro a svegliarvi. Molto svelto, per le mie gambe almeno.
Il sole cominciava ad alzarsi e riscaldare un p l'aria. La giornata era tersa e fredda come capita talvolta negli inverni praghesi. Colline bianche sotto un cielo azzurro e luminoso.
Si chiama Wolfango rispose il priore  davvero molto svelto di gambe, in effetti  magro e snello. Avr percorso il corridoio di corsa, la sua cella non  lontana da quella di Milic. Ma perch vuole sapere di lui? e mentre lo domandava pensava al tipo di pulci che si trovano talvolta sui topi morti. Si tratta di un frate molto devoto, buon cristiano, sempre pronto a suggerire ai fratelli la condotta pi opportuna.  anche un ottimo aiutante per me, sempre obbediente e umile.
Il ripiego da sostituire a Matthia, pens l'inquisitore e and a sedersi.
Anche altri frati erano fuori dalle loro celle ieri notte aggiunse.
Ditemi piuttosto, questo frate Wolfango d i cibi del banchetto agli animali e agli alberi? domand l'inquisitore facendo dondolare leggermente la propria sedia sui piedi posteriori con una leggera pressione della schiena sullo schienale.
No, certo che no.  tedesco. Vi ripeto,  un'usanza boema, noi altri non coltiviamo alcuna superstizione. Anzi, a dire il vero, proprio Wolfango qualche anno fa mi ha fatto notare di questa curiosa pratica. Ovviamente ho subito vietato ai frati boemi di continuare a sprecare cibo per sciocche credenze del popolo. Ho esortato i miei a prendere esempio da questo episodio per non cadere in simili errori. Tuttavia temo che alcuni di loro nascondano qualche vivanda e che andranno a seppellirla. Ma Wolfango sar appostato in qualche angolo di orto, vedrete che li beccheremo. Trattare gli animali e gli alberi come se fossero uomini... vi ho detto, sono boemi. Ora vi racconto di una cosa accaduta qualche tempo fa. Quando il nostro imperatore costruiva il suo ponte, i mastri muratori ritennero di dover impastare la miscela con l'albume delle uova per rendere pi solido il materiale di costruzione. Bene, l'imperatore ordin che da tutta la Boemia venissero inviate le uova a Praga perch si procedesse alla costruzione, e sapete cosa  successo?
L'inquisitore rimase a guardare con volto inespressivo.
Da tutta la Boemia arrivarono a Praga carri e carri di uova. Sono state trasportate con molta delicatezza tutte le ceste. Migliaia di uova furono accumulate vicino al ponte. Quando il capo cantiere ordin che si procedesse con la separazione dell'albume, sapete cosa ha scoperto? Che per evitare che le uova arrivassero rotte, le avevano bollite. Da tutta la Boemia erano arrivate a Praga uova sode.
Il priore trov il proprio racconto molto divertente.
L'inquisitore ne attese la fine.
Vi dico questo, per mostrarvi quanto siano duri e poco inclini alla comprensione. Voi certo in Francia non ne avete conosciuti molti, ma credetemi non  facile averci a che fare. Uova sode... risatine.
Voi eravate gi priore di questo convento quando  successo?
Il priore smise di ridere. No... quando sono stato trasferito qui a Praga i lavori erano gi iniziati.
E chi vi ha raccontato questa storia delle uova sode?
Be'... sono storielle che circolano in convento. Sono aneddoti innocui con i quali qualche frate rallegra la mensa. Ne ridono tutti, anche i boemi hanno imparato a riderne. Sono solo storielle.
Tutte sui boemi?
Ecco... molte sono sui boemi. Ma si fa cos... per gioco. Alcuni sono giochi linguistici. Sapete, nessuno di noi conosce la lingua boema e alle nostre orecchie suona dura, poco piacevole. Qualche frate si diverte a storpiare alcune loro parole trovando assonanza con sciocche parole tedesche o latine. Giochi innocenti, insomma.
A giudicare dall'espressione assunta dall'inquisitore, al priore sembr di aver confessato qualcosa di grave, come se avesse raccontato di un omicidio.
Dopo il Mattutino frate Wolfango dov' andato?
A dire il vero ho dispensato dai servizi quelli che hanno passato la notte impegnati in questa faccenda. Saranno stati cinque o sei. A proposito, dov' Matthia? Sarebbe dovuto arrivare prima di voi.
Non volete sapere anche dov' Milic?
Spero che non si siano cacciati in qualche pasticcio. Non mi avete raccontato nulla della vostra conversazione notturna, a parte che  stata confusa disse il priore.
Non voleva sapere dove fosse Milic.
Potrete chiedere direttamente a frate Matthia quando sar di ritorno. Spero vogliate dispensare anche lui dalle prime due messe della giornata. Lui e gli altri due frati. Sono ancora nel mio palazzo di Praga, non potevo rispedire indietro Milic in quelle condizioni,  gi tanto che sia sopravvissuto al viaggio di andata.
Cosa avrei potuto fare? Lasciare che in convento si creasse confusione e perdere il controllo della situazione?
Milic era rimasto nel palazzo dell'inquisitore, quindi non poteva essere interrogato in quel momento. Matthia era stato a parlare con lui tutta la notte. Allora che cosa era venuto a cercare?
 tornato tutto in ordine dopo la loro partenza? domand l'inquisitore.
Ho imposto ai frati di ritirarsi nelle loro celle e tutto si  lentamente chetato.
Avete visto ancora frate Wolfango?
Queste insistenti domande su frate Wolfango fugarono ogni dubbio dalla mente del priore. L'inquisitore aveva ottenuto da Matthia qualche informazione che era venuto a verificare di persona.
S,  tornato a riferirmi che Matthia sarebbe partito comunque rispose il priore. L'ho rimproverato per questa leggerezza, poi si  ritirato nella sua cella. Non  accaduto altro. Alcuni curiosi hanno atteso Wolfango fuori dalla sala del capitolo per ottenere informazioni, li sentivo vociare.
Ma lui non si  trattenuto,  andato dritto nella sua cella.
Siete stato nella sala del capitolo?
Ho pensato che si sarebbero create strane idee tra i frati. La sala del capitolo  il luogo delle decisioni importanti.  slato un modo per ricordare a tutti che anche dinanzi all'inspiegabile c' un'autorit da rispettare. Ho ordinato a tutti di tornare nelle proprie celle e hanno obbedito. Almeno un ordine apparente. Alcuni di loro non avranno chiuso occhio per la paura.
Paura di cosa esattamente?
L'inquisitore insisteva a evidenziare solo certe parole di una intera lunga frase, come se ascoltasse solo i singoli termini e non l'intero discorso.
Di cosa vuoi che abbiano paura? Si trattava di una domanda insidiosa. L'accaduto pu aver scosso gli animi rispose il priore. Io sono certo che non ci sia nulla di cui aver paura. Milic  caduto, avr urlato dal dolore. Niente altro. Poi i frati hanno creduto di vedere qualcosa, un numero sul muro della cella di Milic.
Wolfango va spesso a trovare Milic?
No. Quella cella  sporca e Milic non usa le vasche dei bagni con frequenza. Credo addirittura che Wolfango non ci fosse mai entrato prima di stanotte.
Si dice che gli uomini prossimi a Dio profumino di fiore; gli eremiti che ho conosciuto io puzzavano come capre disse l'inquisitore. Stanotte Wolfango  andato da Milic per curiosit, come tutti?
No.  stato per obbedire a un mio ordine. Ripeto,  un frate molto obbediente...
Vi ha detto qualcosa al suo ritorno dalla cella? Non parlo dell'olezzo o della sporcizia, ma dell'urlo o del numero immaginario.
Non ha detto nulla disse il priore, secco.
Continuate pure il vostro racconto allora.
Non c' molto altro. Se volete parlare direttamente con Wolfango o con qualsiasi altro frate non avete che da chiederlo, dar disposizione che ogni vostra richiesta sia soddisfatta,  il mio contributo all'indagine. Ma io non ho da
aggiungere niente che possa esservi utile disse il priore.
Devo forse ricordarvi che ho disposizione da parte dell'arcivescovo in persona di esercitare il mio controllo sulla arcidiocesi di Praga? domand l'inquisitore. Accento francese, sorriso trattenuto a stento, occhi scuri conficcati in quelli del priore.
Speravo solo di aver esaudito ogni vostra richiesta. Il priore si guard intorno come se in quella stanza ci fosse qualche ospite invisibile, come se qualcuno potesse aver sentito la minaccia dell'inquisitore. Se troverete in questo convento qualche pianta di gramigna, vi prego solo di esercitare ogni vostro potere per sradicare l'erbaccia. In questo convento desidero che siano concimate solo piante sane.
Come Matthia?
A tal proposito ho anche io una richiesta da farvi.
L'inquisitore tacque per invitarlo a parlare.
Gradirei un colloquio con frate Matthia dinanzi a voi.
Vedremo.
Possibilmente oggi stesso aggiunse il priore.
L'inquisitore, poggiati i gomiti sul tavolo, assunse un'aria che poco si accordava alla povert del saio che aveva indosso. Matthia mi ha spiegato ogni cosa di quanto  accaduto stanotte, qualcosa che solo un fidato di Milic poteva sapere. Ma io sono legato al segreto confessionale. Vi ricordo che questo non  un processo, quindi prendo le parole di Matthia di questa notte come una confessione.
Il priore sgomento.
L'inganno dell'inquisitore era andato a segno.
Sono stato io a chiedere il vostro aiuto disse il priore. Ho visto questo gruppo di frati esagitati, fuori controllo. Sembravano impazziti per questa storia del numero. Sono persino rimasti sorpresi nel vedermi entrare nella cella di Milic, come se non fossi neppure il priore di questo convento. In particolare frate Matthia mi ha guardato con un certo astio e ha riservato il medesimo atteggiamento per Wolfango. Perch? Mi sono domandato. Poi frate Matthia  venuto a chiedermi di far allontanare Wolfango dalla cella di Milic. Quando gli ho detto che vi avevo convocato per risolvere quella incresciosa situazione non ha battuto ciglio, come se si aspettasse da tempo questa eventualit. Quindi non mi stupisce che vi abbia raccontato qualche verit sconvolgente ascoltata da Milic.
Da quanto tempo sapete che nascondono una verit sconvolgente?
Da Ognissanti. Milic aveva chiesto in quella data di poter vivere in penitenza nella sua cella, legato ai catenacci come un prigioniero. Inutile negarlo, sapevo che praticava su di s mortificazioni della carne degne dei peggiori bogomili. Tuttavia ho accordato a Milic il permesso di ritirarsi in solitudine e ho fatto finta di non sapere dei cilici. Frate Matthia mi aveva domandato il permesso di poter tenere le chiavi della cella di frate Milic e di provvedere lui stesso ai suoi bisogni. Sono atteggiamenti abbastanza sospetti, non credete?
L'inquisitore non rispose.
Ma volli accordar fiducia a frate Matthia. Come vi ho detto  un buon frate. Vi starete domandando il perch di questa mia concessione nonostante i miei sospetti. Ebbene, sapevo di correre un rischio ma, Dio mi  testimone, l'ho fatto per lasciare frate Milic libero di scegliere la propria via.
Perch hai voluto lasciarlo fare? L'inquisitore rimestava gli ingredienti in silenzio.
Sono il priore di un convento, non il custode delle anime dei miei fratelli. Ogni frate conosce la regola del convento, io posso solo far s che venga rispettata. Non intervengo sulla libert dei frati. Quello di cui per voglio essere certo  che non germoglino semi ereticali. Vi ho pi volte parlato delle mie perplessit intorno a frate Milic. Voi stesso lo lasciaste andare in estate con il solo divieto di leggere la Bibbia. Il frate bibliotecario ha provveduto. Non so quale ricettacolo di iniquit fosse divenuta la Bibbia nelle sue mani. Gli ho fatto avere uno di quei florilegi con le vite dei santi. Non l'ha neppure aperto. Milic voleva leggere solo la Bibbia. Non ha pi messo piede in biblioteca, sul suo tavolo nello scriptorium c' ancora la sua Bibbia. Una copia di
scarto, fogli svolazzanti che Milic ha rilegato con una modesta copertina.  chiusa dall'estate.
Frate Matthia potrebbe aver letto per lui la Bibbia o citato a memoria alcuni passi di suo interesse disse l'inquisitore. Basterebbe introdursi di notte nello scriptorium.
Il bibliotecario ha l'ordine di riferirmi ogni richiesta fatta da frate Matthia o dagli altri boemi disse il priore. Ammetto che di notte lo scriptorium resta incustodito, quindi non escludo che possa essere avvenuto quanto dite. Fino a poco tempo fa non c'era alcun bisogno di sospettare che qualcuno potesse introdursi l di notte. Ma devo prendere atto che le cose sono cambiate. Chi poteva immaginare che dalla lettura della Bibbia potesse venire fuori un'eresia?  come macinare grano e ottenere un sacco di sabbia. Quali altri orrori dobbiamo attenderci da frate Milic?
Silenzio. Il priore guardava la fronte dell'inquisitore come se cercasse di capire a che punto della cottura fosse l'elisir.
Sareste cos cortese da accompagnarmi nella cella di frate Milic?
Certamente rispose in fretta il priore.
Si alzarono. Il priore fece strada.
Percorsero le scale in silenzio.
Poi il corridoio, pulito e vuoto.
La porta della cella di Milic era socchiusa. Una leggera spinta e si apr.
Cella vuota.
Sul muro di fronte a loro un numero.
1368.
Non... non so cosa... il priore non riusc a parlare. Io vi dico che con i miei occhi ho visto questo muro e...
Chi altri lo ha visto?
Frate Wolfango.
Il priore era paralizzato. Si avvicin lentamente al numero come per accertarsi che fosse vero. Sperava fosse frutto della stanchezza.
Vi prego di mandare immediatamente a chiamare frate Wolfango disse l'inquisitore. Dobbiamo parlare.

9. Praga, 25 dicembre 1363.

Durante gli anni della peste quando era ancora re di Boemia, Karl aveva fatto costruire un muro. Un muro che non separava alcun terreno, che non serviva da fortificazione. Aveva impiegato molti muratori. Era stato battezzato il muro della fame. Non aveva alcuno scopo, solo far lavorare della gente che sarebbe morta di fame. Quel muro inutile si ergeva ancora in mezzo al nulla.
Procurare il calcare, preparare i forni per cuocerlo, scavare le fosse per far raffreddare la calce. Procedimenti lunghi, indispensabili per ottenere il grassello di calce che poteva incollare i mattoni di un palazzo, di un ponte, di una cattedrale. Oppure per tenere in piedi i mattoni di quel monumento alla disperazione dei giorni della Peste Nera.
Sono vivo, pens Milic toccando la superficie ruvida e irregolare del muro, come se le centinaia di mani che avevano eretto quell'opera di dolore lo avessero afferrato prima che cadesse in un precipizio.
Sono vivo.
Prima di lasciare il palazzo aveva recitato il Mattutino. Uberto aveva scalciato nel sonno, scoprendosi un piede. Era stato tentato di coprirglielo, ma aveva desistito ed era uscito.
La mia Bibbia, decise. Fu felice di aver lasciato Matthia a letto, al sicuro da ogni proposito di introdursi nella biblioteca per prelevare il libro. Presto avrebbero dovuto mettere lo scriptorium sotto controllo. Se ne accorgeranno prima che io riesca a tornare.
Ricordare cos'era successo fu come leggere una storia a partire dal finale. Quella cosa dietro la porta, il numero, Wolfango. Wolfango era nella cella, immobile, come una lapide dalla quale grondava l'inchiostro per scrivere.
Come ho fatto a vederlo? Milic rivide se stesso appeso alle catene. Era come essere coricati di schiena sul soffitto, staccato da terra. La sua cella, il convento, frate Wolfango, solo immagini, suoni lontani da quel punto sospeso per aria. Aveva guardato le cose accadere, aveva visto Wolfango come un burattino scrivere sul muro 1368, senza neppure sapere cosa fosse, senza aver capito nulla. Un fantoccio nelle mani di Dio. Era questo il vero mistero da affidare all'inquisitore, il mistero del disegno di Dio che si realizza per mano di un frate convinto di fare un dispetto.
Ma un inquisitore o i suoi stessi fratelli avrebbero mai capito che non aveva senso fare indagini sul come o sul chi? Dio, preg guardando il cielo terso di Praga, perch  toccato proprio a me?
Una nuova era stava per nascere, un nuovo popolo. E Dio aveva affidato quel messaggio a Wolfango.
Si sarebbero aperte indagini, l'inquisitore avrebbe messo nei guai Matthia, Goffredo, Uberto. E anche Bastiano. Wolfango otteneva il suo piccolo, ridicolo, indisponente scopo.
Milic aveva col tempo imparato a conoscere l'odio tra frati. L'odio degli uomini di Chiesa, il pi feroce. Invidia, gli aveva detto una volta Goffredo, ci trattano male perch sono invidiosi. Milic non poteva capire uno come Wolfango. Invidia di cosa? Che curiosa et del mondo  questa, pens.
Poi torn alla notte precedente. Quella cosa dietro la porta. Con quella era finito tutto, le immagini, i suoni, il distacco. Era stato come essere risucchiato da un mulinello d'acqua. Le catene avevano ceduto. Ricordava di aver parlato in ospedale.
Pens che l'inquisitore doveva aver lasciato il palazzo molto presto per andare in convento. L'ordine doveva essere di far uscire i frati liberamente. Il priore forse gli stava raccontando dell'urlo.
Sentiva la gola ancora grattugiata per lo sforzo. Mentre
Wolfango richiudeva la porta Milic era rimasto a osservarlo muoversi nel buio. E la vide. Un'immagine, come un affresco vivo. L'affresco di un'eresia che come nebbia cerca gli stipiti e le fessure per penetrare in casa.
Ripens alle profezie di Cirillo, di Merlino, di Gioacchino. Neppure nelle carte di Cola di Rienzo vi erano immagini sacrileghe come quella. Forse avrebbe dovuto avvisare Uberto e gli altri perch non tornassero in convento. Forse.
O forse quei nove mesi erano stati solo una premessa, tutto doveva ancora iniziare. E lui non poteva cambiare il l'orso degli eventi, n il suo n quello dei fratelli.
La profezia del Vangelo recitava: sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, cos da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti.
Uomini, donne e bambini avrebbero adorato la statua della Bestia, e un giorno l'avrebbero vista muoversi e parlare loro, entrare in chiesa e dire la messa, sedere in tribunale a condannare e suppliziare, dettare leggi e farle diventare giustizia.
Ora conosceva una data: 1368, che poteva essere l'inizio dei giorni della Bestia o la fine della tribolazione. Una data venuta dal cielo doveva essere spiegata da qualcuno che aveva il ruolo di Dio in terra.
Come in cielo cos in terra.
Ne aveva parlato spesso in quei mesi, Matthia non credeva che le cose decise in cielo corrispondessero a quelle che avvengono sulla terra. In cielo non pu essere come in terra. Che cielo sarebbe? gli diceva Matthia.
Eppure Dio aveva voluto la Chiesa, Dio aveva voluto l'impero. Come in cielo c' chi comanda e c' chi deve obbedire, cos in terra qualcuno comanda e qualcun altro obbedisce. E gli ordini vanno rispettati, anche se appaiono assurdi o poco cristiani. Ci sono ordini di Dio che sembrano malvagi: prendi il figlio che ami e ammazzalo per Me. Ma non importa, sono gli ordini di Colui che conosce tutto. Dio sa perch lo sta facendo, come lo sanno il papa e l'imperatore in terra. Quante cose sbaglieremmo se non ci fosse un'autorit a guidarci? Da bambini non capiamo sempre gli ordini del babbo o della mamma, ma sappiamo che sono ordini che servono a non fare errori. Noi siamo come bambini affidati alla Chiesa e all'impero, sopra di questi solo Dio.
Non avrebbe fatto lo stesso errore dell'estate. C' una gerarchia, l'inquisitore viene dopo il papa, e il papa viene dopo Dio.
Milic aveva ottenuto una profezia da Dio. Non gli servivano il papa o l'inquisitore. Solo la mia Bibbia. L c'era quello che gli serviva a capire il seguito della storia. Per capire cosa ho visto, cosa succeder nel 1368.
Si sedette. Il muro intiepidito dal sole gli infuse calore nelle ossa della schiena, del collo. Respir, come se stesse assaporando uno stimma di zafferano. Fu colto da una tranquillit irreale, sospesa, come la polvere tagliata dai fasci luminosi delle finestre. Avrebbe atteso la notte, sarebbe andato in convento a prendersi la sua Bibbia. Non sapeva ancora come. Non un furto, ma solo un prestito. I frati non posseggono nulla. Usano le cose, ma non le posseggono.
Avrebbe preso la Bibbia.
Le rughe del dubbio si scioglievano. Non aveva paura di essere scoperto. Era mosso da una sorta di sicurezza innaturale, una sensazione vaga e precisa insieme.
Faranno grandi portenti e miracoli. No, disse. Ho pregato, digiunato, afflitto la carne. Quel che ho visto viene da Dio.
Il sole, entrato nelle tempie, aveva iniziato a martellare la testa come un prigioniero che voglia uscire.
Faranno grandi portenti e miracoli.
Non era pi abituato all'aria aperta. Prese la via del bosco. Negli occhi le strie luminose lo accecarono ancora per qualche passo.
Il riflesso dell'alba sulla pietra faceva sembrare il pavimento una lunga lastra di ghiaccio. Nel corridoio qualche frate trattenutosi dopo Mattutino fece finta di non vederlo. In cuor vostro state godendo, pens Wolfango mentre il corridoio lo inghiottiva.
Fa un p di impressione andare a controllare la trappola piazzata di notte. Se il topo non  riuscito a liberarsi sentir
i passi avvicinarsi, impazzir. Sa che morir, ma far di futili per sopravvivere. Di tutto.
Corridoio, scale, porta. Apr. Nella stanza del capitolo, ad aspettarlo, un uomo seduto di spalle.
Wolfango salut, si sedette di fronte all'uomo. Fu il fatto che non gli facesse domande a terrorizzarlo.
L'inquisitore lo fissava, aspettava.
Wolfango era finito nella sua stessa trappola.
Pens ai propri affari in citt. Aveva iniziato a prestare soldi a persone di corte. Pagava anche degli aiutanti, il mantenimento del servizio riscossione. Si era diffusa la voce che era un usuraio? Lo scherzo notturno avrebbe fatto uscire fuori tutto?
Rapidissime valutazioni: cosa mi pu succedere?
L'inquisitore continuava a guardarlo come se avesse fatto una domanda alla quale lui non sapesse rispondere. E se qualcuno mi avesse visto e avesse gi raccontato tutto?
Calma, la voce doveva essere ferma.
Forse avrebbe potuto iniziare lui con una domanda tipo: perch mi avete convocato? Nella stanza erano soli lui e l'inquisitore, il priore non c'era, e non avrebbe voluto esserci. Non avrebbe alzato un dito per aiutarlo.
Wolfango non resistette oltre, inizi il proprio racconto pur di rompere il silenzio: aveva sentito un urlo, era uscito dalla sua cella, era andato verso la cella di Milic e poi era corso a svegliare il priore.
Mentre parlava la voce gli tremava.
Era entrato nella stanza di frate Milic. Sul muro non c'era alcun numero. Aveva trovato Matthia e gli altri intenti a medicarlo. Aveva scambiato poche battute con Matthia.
Un numero? Qui non c' alcun numero.
Bastardo aveva gridato Matthia.
E che numero sarebbe?
Se non lo vedi non sei degno di conoscere questa rivelazione divina aveva spiegato Matthia.
Illuminami tu visto che sono cieco.
1368, c' scritto 1368. Senza spiegare cosa quel numero rappresentasse per loro. Questo mentre i curiosi entravano,
guardavano la parete e poi pregavano per i loro fratelli impazziti.
Gli occhi dell'inquisitore, neri e lucidi come quelli dei pettirossi nervosi, non perdevano un'espressione.
Wolfango continu: Matthia si  alzato e mi ha recitato il primo verso di Compieta senza segnarsi, come se fosse una minaccia. Poi  andato dal priore, e al suo ritorno ha parlato ai compagni in ceco per non farsi capire.
L'inquisitore non aiut Wolfango, non gli disse se dovesse continuare o tacere.
Wolfango toss per schiarirsi la voce: La stanchezza non mi  di grande aiuto, anche se esercito l'arte della memoria. In genere divido gli avvenimenti in riquadri, poi assegno a ogni riquadro un numero e una immagine e poi li metto in ordine. Anche con le musiche mi riesce, persino con certi suoni. Spero che il mio racconto possa aiutarvi a risolvere questo mistero.
La descrizione della tecnica mnemonica tradiva la necessit di far sapere che stava dicendo la verit, che la sua era la ricostruzione fedele degli avvenimenti della notte precedente.
Mi sta incastrando. Vuole sapere dei prestiti a usura.
Il richiamo dei pettirossi aveva il ritmo di un tic all'occhio. Wolfango fu tentato di tapparsi le orecchie. Copr quel suono continuando il racconto, Matthia non sembrava stupito della vostra convocazione, solo seccato disse. Prima di partire Milic si  ripreso per un momento. Estraneo a quello che gli avveniva intorno, mi ha chiesto cosa stesse accadendo. Nessuno lo aveva informato. Ho pensato che fosse l'ultimo nostro incontro, tanto era magro e malato. In ogni caso, sono stato io a svelare al povero frate Milic che era stato l'ignaro protagonista di una suggestione fuori dall'ordinario.
Che succede?
Un numero sul muro della tua cella. Dicono sia comparso un numero. Non so se sia vero per, perch io non l'ho veduto e non lo ha veduto neppure il priore.
E dove mi stanno portando ora?
Quando gliel'ho detto  scattato come una molla e si  afferrato con entrambe le mani a un appiglio. Non poteva scendere perch era stato legato sull'asino...
Wolfango affond le unghie nel saio all'altezza delle ginocchia. Guard l'inquisitore e dopo un momento di silenzio disse Be', insomma... a quel punto i frati lo hanno staccato dall'appiglio e sono partiti. Deve essere stato doloroso per Milic. In principio mi ha fatto rabbia. Poi sono rimasto in silenzio. Il mio compito era fallito. Infatti li avevo raggiunti all'ospedale solo per... ordinare a frate Matthia di presentarsi dal priore. Wolfango si morse la lingua. Sperava di metterlo nei guai, ma in realt aveva appena fatto sapere all'inquisitore che Matthia era partito nonostante avesse avuto l'occasione di non farlo.
Cos finirai per bucarlo disse l'inquisitore sorridendo.
Wolfango lo guard come se avesse sentito parole di una lingua straniera.
Il saio aggiunse l'inquisitore, se continui ad adunghiarlo finirai per bucarlo.
Wolfango moll la presa del saio, poggi le mani sulle ginocchia. Le unghie, bianche per la pressione, ripresero colore. Cercava di capire se fosse peggio tenere le mani in vista o farle scomparire sotto le gambe. Milic doveva aver predetto la comparsa di un numero per la notte di Natale disse Wolfango, siccome non compariva alcun numero, Matthia avr deciso di provvedere a modo suo. Ora hanno la loro profezia e potranno dire di essere i nuovi martiri di Cristo. Vi avranno raccontato di essere i perseguitati del convento, vero?
L'inquisitore non rispose. Le sue pupille seguivano le dita di Wolfango come un corvo a caccia di vermi.
Wolfango attese inutilmente di sentirsi dire qualcosa, qualunque cosa. Con il pollice istintivamente and a strofinare un alone scuro che macchiava l'indice.
L'inquisitore fiss la macchia, fiss Wolfango.
Sono io a portare l'inchiostro nello scriptorium quando il bibliotecario ne fa richiesta disse. Ho sempre le dita macchiate.
Non scrivi mai?
La domanda ebbe un effetto tranquillizzante qualche commento a passi che mi interessano, poco pi.
Per esempio?
Non saprei... sono passi cos, in generale...
Dall' Apocalisse?
No, l'Apocalisse no,  un libro confuso, Sant'Agostino invita a non prenderlo alla lettera, io mi limito a obbedire ad Agostino.
Fai la cosa giusta frate Wolfango, quei passi hanno fatto scivolare nel baratro dell'eresia anche teologi rispettabili. Sono passi che confondono, soprattutto quando parlano di numeri. Prima hai detto che 1368  un numero che poteva gi essere noto a Milic e al suo gruppo, secondo te  un calcolo ricavato dall' Apocalisse?
Milic commentava solo passi dell' Apocalisse e di Daniele, come ricorderete disse Wolfango riferendosi al colloquio dell'estate voluto da Milic solo per capire i passi di Daniele.
Secondo te quindi Matthia sapeva del 1368 e ha deciso di svelarlo a tutti raccontando di averlo visto sul muro.
Wolfango assent con capo.
Da quanto tempo vi conoscete? domand l'inquisitore con un leggero spostamento sulla sedia che fece scricchiolare il legno.
Da circa quindici anni. Io sono arrivato in convento prima di lui. Lui  arrivato in periodo di peste. Furono anni terribili. Non ci fu il tempo di stringere legami con gli altri frati. In realt quel tempo non  mai giunto. Dopo tutti questi anni sotto lo stesso tetto ci saremmo scambiati s e no due parole. Non perch ci sia astio. Solo che Matthia  un p bizzarro. Soprattutto da un anno a questa parte, da quando  arrivato Milic. L'unico luogo dove lo si incontra di frequente  lo scriptorium. Non ricopia libri, li legge e basta. Il calamo sempre vicino per scrivere. Ma non ha mai detto cosa scriva, n il priore ha mai voluto indagare. Quando non pu stare nello scriptorium usa leggere nei corridoi.
Cosa sai delle sue letture? lo incoraggi l'inquisitore.
Ricordo uno dei nostri rari incontri. Gli domandai cosa slesse studiando, e mi lesse il passo di Matteo ove Cristo offrire da bere ai discepoli. Mi domandai che bisogno ci fosse di leggerlo, lo conosciamo tutti a memoria: Bevetene tutti perch questo  il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berr pi di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berr di nuovo con voi nel regno del Padre mio. Io non commentai, e lui non aggiunse altro. Percorremmo un tratto del corridoio insieme senza dire una parola. Poi lui si allontan attraversando il chiostro.
Tutto qui?
Tutto qui. Avevo immaginato chiss cosa. Ma il bibliotecario conferm che si trattava solo del Vangelo. Ma mentre leggeva era cos cupo che era come se avesse in mano un libro scritto da Lucifero.
Quindi quella volta andasti dal bibliotecario per accertarti che Matthia avesse preso dallo scriptorium il Nuovo Testamento? domand ancora l'inquisitore.
In quell'occasione lo feci perch il suo atteggiamento era sospetto, ma non mi ricapit pi disse Wolfango, perplesso.
Dalle sue letture potremmo trarre qualche altra informazione per comprendere l'episodio di stanotte.
Mi piacerebbe aiutarvi, ma delle sue letture non so dire altro. Neppure il frate bibliotecario pu controllare tutti i libri consultati aggiunse Wolfango.
Ho paura che le cose stiano peggio di quanto dici disse calmo l'inquisitore.
Wolfango ebbe un brutto guizzo negli occhi. Mi ha scoperto.
Perch il priore ha voluto tenere Milic in convento fino a stanotte?
Il guizzo cambi colore. Wolfango si sent smarrito. Non mi ha scoperto. L'inquisitore sapeva qualcosa che a lui sfuggiva. Un perch che lui si era gi posto. Gli venne il dubbio di non aver creato una trappola, ma peggio: un labirinto.
Se non lo sai ti faccio un'altra domanda disse l'inquisitore. Perch secondo te Matthia stanotte doveva rimanere qui?
Per Wolfango fu come ingoiare un secchio di vetri rotti che galleggiavano nello stomaco.
L'inquisitore si adagi sullo schienale facendo scricchiolare ancora una volta il legno. Il suo volto era calmo, sicuro di aver colpito nel punto giusto. Quasi senza muovere le labbra domand: Chi era il quarto frate?
Quello rimasto qui dopo la partenza dei compagni si chiama Bastiano Wolfango lanci un'occhiata in giro.
L'inquisitore ci mise un p prima di domandare quanti frati di questo convento reggerebbero un interrogatorio come questo?
Wolfango non cap subito il senso della domanda.
Intendo dire, quanti testimonierebbero dall'inizio alla fine dell'interrogatorio di non aver visto nessun numero?
Il senso della domanda iniziava a essergli chiaro. Se l'inquisitore avesse strizzato i frati, molti di loro non avrebbero retto e avrebbero confessato la verit, cio che il numero c'era. Wolfango con la coda tra le gambe sent che in qualche modo l'inquisitore stava cercando la sua collaborazione. Abbass lo sguardo e non rispose.
Tu quanto reggerai ancora? l'inquisitore punt la penna d'oca sulle ginocchia di Wolfango, sulla polvere di scrostatura delle unghiate sul saio.
Wolfango non prov a giustificare le unghie sporche. I cocci di vetro nello stomaco iniziavano a far male, a stimolare conati di vomito. Fu terrorizzato dallo scoprirsi incapace di dire alcunch.
Proviamo a capire. Un urlo sveglia tutto il convento, quattro frati vedono un numero, tu informi il priore, io convoco Milic. Ma il numero in realt non c'. O meglio, non dovrebbe esserci disse l'inquisitore.
Come sarebbe non dovrebbe esserci? grid Wolfango che non riusciva a trattenere le lacrime dal nervosismo.
L'inquisitore lo guard soddisfatto.
Non hai ancora capito?
Cosa? Che cosa? Wolfango quasi scatt in piedi.
Erano tutti d'accordo disse l'inquisitore con aria protettiva ti hanno usato e tu non ti sei accorto di nulla. Volevano che io arrivassi qui in convento e che facessi esattamente quello che sto facendo con te adesso, cio accusarti.
Wolfango pens alle cronache che aveva letto sul conto di Roberto il Bulgaro. Un cataro che pentitosi era diventato inquisitore. Un colpevole che proprio per questo sapeva riconoscere i colpevoli. Eretici torturati, bruciati, sepolti vivi, Pi di duecento.
Allora? domand l'inquisitore e lo guard come se avesse offerto una via d'uscita a uno che si  perso.
Wolfango nascose le mani per non far vedere che tremavano. Le infil nelle tasche del saio. Non aveva pi saliva in bocca. Per Milic l'intero creato  come un foglio bianco sul quale Dio prima o poi scriver qualcosa per noi uomini. Si calm, come se quell'ultima frase avesse sortito su di lui un effetto balsamico. Non si cur di cosa avesse pensato l'inquisitore. Tir su col naso. Non sarebbe stato torturato per uno scherzo notturno. Una penitenza al massimo.
Bene frate Wolfango, sono sicuro che stiamo per trovare un accordo disse l'inquisitore ti ascolto.
Si guardarono. Silenzio.
Credo che Milic non potr pi fare ritorno in convento disse Wolfango.
Perch? domand l'inquisitore.
Il priore rispose Wolfango.
Il priore? l'inquisitore aggrott le sopracciglia. Che significa, il priore? domand attento.
Il priore non ama Milic, lo vuole fuori disse Wolfango come levandosi un peso dal petto.
E quindi? l'inquisitore si pieg in avanti, come a voler raggiungere Wolfango dall'altro capo del tavolo. Il priore non ama Milic e lo vuole fuori dal convento, e quindi? ripet l'inquisitore alzando la voce. Le mani parallele sul tavolo.
E quindi ha organizzato questa messa in scena per allontanarlo dal convento occhi bassi, voce lagnosa.
L'inquisitore lo guard con disgusto. Rimase in silenzio.
Che senso ha allora continuare con lo scherzo?
Di che state parlando?
L'inquisitore conferm quanto aveva sospettato. Qualcuno sta portando avanti il vostro scherzo.
Il numero? S.
Dove? Wolfango allarmato.
L'inquisitore indic il soffitto con l'indice.
Io non sono pi entrato in quella cella.
La porta era aperta, si poteva entrare a cancellare... o a scrivere ancora.
1368? domand Wolfango esterrefatto.
1368 conferm l'inquisitore. Poi con un gesto della mano indic la porta.
Wolfango usc.

10. Metatemporale.

Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo.
Milic cerc di capire da dove venisse la voce.
Qual  la parola del Padre?
In fondo alla grotta, dove la luce non arrivava, Milic diede le spalle al bosco che si stendeva fuori dal rifugio e rispose rivolto al buio: l'Antico Testamento.
Qual  la parola del Figlio?
Il Nuovo Testamento rispose Milic.
Dopo pochi attimi, dal buio, e qual  la parola della Spirito Santo?
Milic tacque. Rimase in ascolto, come se la domanda l'avesse fatta lui.
Qual  il popolo del Padre e quale il suo tempio?
Sono gli ebrei, pregano nelle Sinagoghe disse Milic a capo chino.
Cos' la Sinagoga? domand la voce.
La Sinagoga era un animale bello e forte. Ora  una capra. Ha le corna storte, le hanno spezzato le zampe, le hanno bendato gli occhi e da secoli cammina cieca verso il macello.
Chi le ha fatto questo?
 stato Cristo. Cristo ha spezzato le zampe alla capra. Perch l'Et del Padre era finita, era iniziata l'Et del Figlio.
Qual  il popolo di Cristo e quale il suo tempio?
Sono i cristiani e il loro tempio  la Chiesa, la Sposa di Cristo che possiede le chiavi rubate alla capra rispose Milic.
Chi spezzer le gambe alla Sposa?
La risposta era una bestemmia. Milic non la diede.
Milic, non hai risposto. Qual  la parola dello Spirito Santo?
Non chiamarmi Milic. Sono solo un contenitore, un vaso. Mettete in questo vaso quello che volete, ma aiutatemi a capire. Io andr dove le persone hanno fede e distrugger la loro fede. Riveler le cose in cui hanno creduto e nelle quali non dovranno pi credere perch le vedranno sotto i loro occhi. Ma prima devo capire il significato delle visioni.
Milic si volt. Gli alberi come spettatori in austero silenzio. La solitudine dei boschi di Boemia gli entr dentro. Uscire dal bosco e tornare ai mercati del mondo. Ma prima il bosco.
La voce parl ancora, sei nudo Milic. Vedo le tue nudit. Tu non hai mai stretto neppure la mano di una donna. Pensi di essere pronto?
Perch mi avete dato il segno del numero? E quell'immagine sacrilega dietro la porta? Perch mi consegnate queste profezie se pensate che non sia pronto? Milic domand nonostante sapesse che la voce non rispondeva. Mai.
Cosa farai? domand la voce.
La lingua far quello per cui Dio l'ha creata. Parler, predicher. Ma non sar la mia lingua, non sar la mia voce e neppure le parole saranno mie.
Gli occhi lucidi di Milic brillarono in quell'anfratto buio. L'angolo illuminato dal sole si riduceva sempre di pi. Milic ne segu la rotazione per rubare al cono di luce gli ultimi momenti di calore.
Predicher e mi nasconder, sar come un gatto che graffia e fugge, andr tra gli uomini a predicare in ogni piazza senza fermarmi in nessuna. La voce di Milic rimbomb nella grotta.
Nove mesi fa li hai visti. Sono molti pi di voi, rispetto a loro voi siete una piccola setta. Non riuscirai a fuggire a lungo. Ti troveranno.
Milic sfior con le dita la cicatrice sulla coscia, non dovranno cercarmi perch sar io ad andare da loro. Ma quando mi cercheranno non mi troveranno. Sapranno solo che
sar passato dalle loro piazze. Il popolo sapr smascherarli e non prester loro...
Obbedienza? Il popolo non prester loro obbedienza? C ome andr allora il mondo, quando il popolo non obbedir pi a chi detiene la legge?
Silenzio.
Non sar cos. I demoni di Gog e Magog non sono tutti re o vescovi. Il papa e l'imperatore non sono di Gog e Magog. Il papa e l'imperatore mi ascolteranno e capiranno che la mia parola viene da Dio. Allora lasceranno i propri ruoli e adotteranno un'unica legge: la Bibbia.
La Bibbia? domand la voce. Sei sicuro? Non mi hai ancora detto qual  la parola dello Spirito Santo.
I due testamenti sono come il martello con il chiodo, indispensabili l'uno all'altro. Senza martello il chiodo non si pu usare, senza chiodo il martello non serve disse Milic.
Hai detto che darai al papa e all'imperatore la Bibbia, vero? domand la voce.
Milic pens a una spada. Se ne avesse avuta una l'avrebbe conficcata in una di quelle grosse pietre per ottenerne una croce e pregare. Pregare chi?
S conferm Milic come se parlasse nel sonno.
Ma il papa e l'imperatore hanno gi la Bibbia. Perch secondo te non  ancora diventata legge?
Hanno perso la strada, le mie profezie li aiuteranno rispose Milic.
Hai detto che il chiodo e il martello sono incompleti l'uno senza l'altro, ma che insieme funzionano. Ma se trovi per strada un chiodo e un martello, pensi che possano fare molto l per terra? Non manca qualcosa? Non serve un terzo elemento? domand la voce. Ecco, io mander un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrer nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l'angelo dell'alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti.
La profezia di Malachia, il Dio degli eserciti, una spada da venerare, una croce per combattere.
Cosa manca al chiodo e al martello? domand la voce.
Manca la parola dello Spirito Santo rispose Milic rassegnato. La parola dello Spirito Santo  l'Ultimo Testamento, il terzo.
Cosa accadr alla Sposa quando verr lo Spirito Santo?
Lo Spirito Santo regner sugli uomini Milic inizi a camminare per la grotta, spazzer via la Chiesa, il papa e l'imperatore che non daranno pi ordini, perch le loro regole saranno inutili dinanzi all'Ultimo Testamento. Dal soffitto della grotta si stacc qualche granello di roccia. Lo Spirito Santo porr fine all'Et di Cristo, e il suo regno non avr fine.
Milic si blocc. Teneva l'indice puntato verso l'alto e l'altra mano tesa in avanti, le dita come unghie di rapace. Poggi le mani sulla roccia che ancora emanava un poco del calore accumulato, al chiodo e al martello occorre un braccio perch possano funzionare disse.
La roccia tiepida non rispose.
Il papa e l'imperatore mi aiuteranno, Gog e Magog non trionferanno.
E se non ti aiuteranno?
Lo faranno.
E se non lo faranno? Quanti demoni servono la Messa, quanti demoni sono re e capi tra i popoli?
Con me ci sono Matthia, Goffredo e Uberto, dar a loro le mie profezie. Le predicheranno per le piazze.
Sono i figli che ami afferm la voce.
I figli che ami. Milic ebbe un brutto presentimento.
S, sono i figli che amo. Loro scriveranno le profezie, le raccoglieranno in un grande libro e questo verr letto nelle piazze. Sar ogni giorno pi chiaro e semplice da leggere e da capire, perch ogni sapere sar superato dal sapere successivo, fino ad arrivare alla Verit.
No disse la voce io ti dar carta e inchiostro e sarai tu a scrivere.
Lo far
E farai anche altre cose che ti ordineremo.
S disse Milic.
Hai paura? S.
Obbedirai lo stesso?
Milic tacque. Obbedire a ordini giusti significa produrre azioni giuste disse e voi volete giustizia.
Sai distinguere un ordine giusto da un ordine ingiusto?
Perch continui a farmi queste domande? Obbedir e basta.
Satana potrebbe imitare la nostra voce, darti degli ordini.
, Perch scegliete sempre poveracci? Perch non fate queste domande al papa o all'imperatore. Sarebbe bello se un giorno un papa o un imperatore dicessero al mondo: ho sentilo una voce dall'alto, e mi ha rivelato un segno. Ecco cristiani il segno che ho ricevuto, fatene tesoro! Invece voi donate i segni di Dio solo a chi non ha voce, a chi deve essere bruciato per essere notato.
Un battito d'ali lo fece voltare.
Matthia mi aiuter disse Milic al buio lui sa distinguere.
Matthia crede che sia possibile un mondo senza legge. Si sbaglia. L'uomo avrebbe paura di un mondo senza alcuna legge disse la voce. Matthia sar sorpreso dalla scoperta del molteplice nascosto nell'uno.
Milic non cap, si limit ad ascoltare.
Se un uomo dovesse difendersi da un'accusa di omicidio, gli daresti una Bibbia o un avvocato?
Ma come fate a dire questo? Voi che parlate per bocca di Dio, dite che la Sua legge non  sufficiente.
Quando verr lo Spirito Santo non serviranno avvocati o tribunali, perch Dio avr fatto concludere al mondo la Settimana.
Ti trover quel giorno? si morse la mano appena ebbe concluso la domanda. Forse smetterai di guidarmi. Ma ti prego, torna per il Grande Sabato, quando le tribolazioni saranno troppo grandi anche per il pi grande degli uomini.
Non emetteva suoni. Non respirava, non sospirava, non tossiva. L'unico modo per sapere se c'era ancora, era aspettare. Le domande non piacevano alla voce. Dopo una domanda in genere smetteva di parlare. Milic lo aveva scoperto sin dalla prima manifestazione, la notte in cui lo avevano chiuso in convento nove mesi prima.
Merlino, Gioacchino, la Sibilla, san Francesco. Dio ha rivelato loro molte chiavi. Quando non ti parler pi dovrai andare a cercare Dio nelle parole di questi profeti. Gog e Magog li hanno condannati, hanno bruciato i loro libri, hanno bruciato i loro seguaci, ma le profezie sopravvivono al fuoco, le profezie bruceranno il vecchio mondo.
1368. Tra pochi anni. Sono pronto?
Nicodemo aveva portato le tenaglie per estrarre i chiodi dalle mani di Cristo. Aveva fatto finta di essere pagano pur di non essere condannato e di continuare a predicare la parola di Cristo. Far anche io cos?
Sette sono i millenni del mondo, come sette furono i giorni della creazione disse la voce. Il quinto millennio sta per chiudere il suo ciclo, presto sar Sabato.
Cristo stava per cedere la corona a un re pi grande.
Mille anni prima si erano svuotate le Sinagoghe dei patriarchi di Israele, nel 1368 si svuoteranno le Chiese dei papi di Avignone. E verr la Terza Era.
Il crepuscolo aveva oscurato il sole lanciandogli sopra una coperta. Nella grotta Milic non distingueva le proprie mani.
Obbedirai?
S rispose Milic.
Attese di sentire l'ordine, ma la voce se n'era andata.
Liberami Signore, liberami. Silenzio. Quello che lui chiedeva a Dio, Dio lo chiedeva a lui. Liberare i cristiani.
Guard il bosco.
Prendi il figlio che ami e ammazzalo per me sussurr qualcuno tra gli alberi.
Non era nessuno, Milic non si volt neppure a controllare. Capita quando si  soli al buio di sentire la voce di una persona nota. Era proprio quello che era appena successo. Una voce nota. Bastiano.

1363
Quando si erano svegliati era troppo tardi per recitare il
Mattutino. Il palazzo sembrava vuoto. La stanza degli interrogatori chiusa a chiave. Cercarono ovunque, le guardie li lasciavano andare avanti e indietro per il palazzo senza fermarli.
Io ero nella vostra stessa stanza strill Matthia. Goffredo e Uberto lo guardavano come se dovessero obbedire a un suo ordine. Forse oggi sta meglio e l'inquisitore ha deciso di continuare l'interrogatorio in convento, insieme al priore.
Lo chiederemo all'asino se per caso ha visto Milic disse Goffredo.
Forse vi capirete meglio disse Matthia con il tono di chi abbia sputato un morso di mela marcia.
Ho chiesto anche alla guardia gi al portone disse Uberto. Non sa nulla n di Milic n dell'inquisitore.
... Vestito di stelle... mani monche... ha detto altro? domand Goffredo come se quella profezia fosse una colpa da rinfacciare a Matthia.
Uberto guard il sole. Doveva essere la sesta ora. La Grande Messa era andata.
Sbrighiamoci disse Matthia senza dare corda a Goffredo, la nostra assenza non sar passata inosservata.
Avremmo dovuto svegliare Milic e parlargli subito insistette Goffredo.
Parlargli di cosa? lo interruppe Matthia.
Del numero accus Goffredo, prima che lo facesse Wolfango.
Dietro questa convocazione urgente c' lui. Doveva essere in giro, ha sentito l'urlo ed  corso dal priore.
Mentre uscivano guardarono le guardie, ferme come colonne di pietra. Nessuna si mosse o domand nulla. I frati si strinsero nelle spalle e uscirono.
Secondo te  stato Milic a scriverlo? domand Goffredo, sincero.
Era incatenato.
Goffredo guard Matthia come per dirgli a chi la vuoi raccontare? Le catene di Milic ogni notte si slegavano lasciandolo libero. Per evitare scandali avevano sparso la voce che
Milic non si facesse legare sul serio.
Comunque no, non lo ha scritto lui disse Matthia.
Se  in convento in questo momento potr contare solo su Bastiano,  stata quasi una fortuna... non concluse la frase.
Matthia immagin Bastiano solo, di notte, in mezzo al chiostro, con in mano le provviste per affrontare il viaggio. Sent la coscienza come una forchetta ingoiata che punge da dentro lo stomaco.
Non mi aspettavo che fosse cos disse Matthia.
Cosa?
Un processo per eresia.
Non c' nessun processo per eresia apostrof Goffredo.
Matthia non controbatt. Goffredo non insistette.
Un ex eretico, che viene assoldato per fare l'inquisitore e al quale affidano l'arcidiocesi della citt dell'imperatore.
Cosa vuoi dire?
Che  strano che uno cos possa fidarsi del priore rispose Matthia. Non  uno stupido, avr capito con chi ha a che fare.
Lo capir meglio quando conoscer Wolfango disse Goffredo.
Neanche Wolfango  uno stupido, anzi. In un interrogatorio come quello di stanotte riuscirebbe a cavarsela meglio del priore.
Ieri  riuscito a farci sentire colpevoli davanti a Milic.
Wolfango contro Matthia disse Matthia. I motivi di questa battaglia li conosce solo lui. Quando ha visto che un personaggio come Milic, di cui si parla in tutta Praga, ci coinvolgeva nelle sue riflessioni  stato come spegnere un incendio con l'olio.
Tu potresti essere il candidato perfetto per il priorato. Tutto qua. Inoltre Milic  un altro che non si compra col denaro. Questo per loro  incomprensibile, sono simoniaci abituati a comprare favori come cavoli al mercato. Sai qual  il vero problema? Se vai in giro a dire che rubi, stupri e sei un maiale non ti considerano un ladro ma un furbo, come piacerebbe a tutti. Se invece dici lascia tutto quello che hai e vai a vivere su un monte, non ti considerano un cristiano, ma un eretico disse Goffredo.
Ognuno di noi pensa che le proprie azioni siano giuste. Loro saranno convinti di fare la cosa giusta. Magari hanno ragione, forse in cielo  come in terra. Io, tu, Wolfango, il priore... tutti noi ci muoviamo ciechi come talpe. Scaviamo scaviamo, prima o poi spunteremo da qualche parte. Tu sai dove spunterai?
No.
Nessuno lo sapr prima della Fine dei tempi disse Matthia.
Prima del 1368? la voce di Uberto li fece voltare entrambi.
Tacquero. Avevano terminato il giro del palazzo. Di Milic neppure l'ombra.
Di cosa avete parlato tutta la notte con l'inquisitore? domand Uberto mentre si dirigeva verso la stalla per riprendere l'asino.
Se ti dicessi che non lo so con certezza mi crederesti?
Dopo quello che ci ha fatto fare, s disse Uberto.
Vi ha chiamati dentro solo per farvi vedere che mi stava schiacciando come un bacherozzolo disse Matthia. Non vi ha fatto domande e non credo ve ne far.
... Vestito di stelle... mani monche...
Matthia alz gli occhi al cielo. S sbuff  questa la profezia che Milic ha detto nel sonno. Ha delirato di una valle, di una grande assemblea dell'umanit, di un uomo vestito di stelle. La data potete immaginarla.
E l'inquisitore? domand Goffredo.
Algido, come se Milic fosse l solo di passaggio.
Dell'urlo che ha detto?
Non gliene ho parlato.
E tu che ne pensi?
Non so.
Pu aver visto chi ha scritto il numero?
Matthia non rispose.
Solo la visione di qualcosa di orrendo pu provocare un urlo simile. In convento l'inquisitore verr a sapere che siamo stati svegliati dall'urlo. Se ci far domande?
Raccontate come sono andate le cose ieri notte.
Se ci accusassero di averlo fatto fuggire?
Non staremmo tornando in convento disse Matthia.
Ho paura che sia in qualche piazza a predicare nel giorno di Natale, magari vicino al castello, dove l'imperatore star ascoltando la messa dall'arcivescovo. Sai che la prima eresia si perdona, ma la seconda  crimine di impenitenza.
Se l'inquisitore non lo ha trattenuto non  certo colpa nostra disse Matthia.
Milic non sa neppure come siano andate le cose. Se  con l'inquisitore in convento potrebbe confessare un minestrone di numeri, mani monche, uomini vestiti di stelle...
Calmati gli ordin Matthia se  in convento c' Bastiano con lui.
Uberto fu costretto a strattonare l'asino che non aveva voglia della neve.
Quando siamo entrati stavi urlando che Milic non  un eretico... riprese Goffredo.
L'inquisitore ha ricevuto dal priore diversi resoconti delle nostre discussioni rispose Matthia. Ho dovuto anche confessargli di aver letto Abelardo e altre opere proibite. Gli stavo dicendo che Milic non  responsabile delle nostre letture.
Come ha fatto ad arrivare ad Abelardo?
Usa la teologia come un'accetta disse Matthia fa domande che sembrano senza senso, e mentre rispondi pensando di essere di fronte a un amico scopri di aver scoperto il collo per agevolare la penetrazione della lama.
Continua.
Niente di particolare. Solo gli ho detto che ci sono cose pi gravi dei numeri sulle pareti.
Quali?
Ero molto stanco e agitato. Non ricordo tutta la conversazione. Gli ho spiegato che il priore non vede di buon occhio n Milic n noi. Non so perch a un certo punto della notte mi sono come fidato di lui. Non mi aspetto nulla, anzi, forse mi sono messo nei guai. Ma ora non voglio pensarci.
Non vuoi pensarci? lo rimbrott Goffredo. Ci siamo dentro tutti, Matthia. Dobbiamo pensarci ora, prima di trovarcelo di nuovo di fronte.
Hai paura?
 un ex eretico famoso per aver interrogato un inquisitore mentre era lui stesso sotto processo. Non  questione di dire la verit o no. Se la legge ha deciso che sei colpevole, tu sei colpevole. Non importa che sia vero o falso, te ne sarai accorto stanotte. Se lui e il priore decidono che noi siamo eretici, tu potrai essere cristiano quanto vuoi. La tua sorte  comunque decisa. L'inquisitore ha studiato nella stessa universit di Bernardino di Chiaravalle a Parigi, e l sono nominalisti. Noi siamo realisti. Mi spieghi come ci si pu fidare?
In estate Milic non  stato dichiarato eretico, l'unica misura  stata vietargli di leggere la Bibbia.
Comincio a pensare che l'inquisitore avesse un piano. Se avesse condannato Milic in estate, tu stanotte non saresti stato in quella stanza a parlargli di Abelardo. Un piano che fa comodo anche al priore, che sembra non aspettasse altro che un segno per sbarazzarsi di noi. In una notte ci  riuscito. Resta Bastiano, ma  solo.
Tra qualche ora saremo in convento.
Troveremo l'inquisitore che dir: che vi avevo detto, eccoli, sono fuggiti dal mio palazzo perch non si sentivano al sicuro, e se non si sentono al sicuro  perch nascondono qualcosa disse Goffredo imitando la voce dell'inquisitore.
L'inquisitore non crede che ci siano misteri dietro al numero.
Le profezie sono illegali, te ne sei dimenticato?  ovvio che l'inquisitore dice di non credere nel numero. Bisogna vedere se non l'abbia detto solo per ingannarti.
Non crede n in una profezia e neppure in un'apparizione demoniaca. Crede che si tratti di uno scherzo o di qualcosa di simile. Niente di pi.
Saremmo degli stupidi, insomma disse Goffredo. E allora perch ci ha fatto partire stanotte?
Se il numero arrivasse ad Avignone potrebbe diventare
un pretesto del papa per far abbassare la cresta all'imperatore. Sarebbe uno scandalo. A ruota, a pagarne le conseguenze pi pesanti, sarebbe il priore e quindi noi. Il priore pur di evitare lo scandalo insabbier tutto, magari ci caccer dal convento, ma non vorr troppo rumore su questa faccenda. Per questo non c' alcuna richiesta formale per un processo.
E l'inquisitore? Cosa ci guadagna a tenere tutto nascosto?
Milic gli era stato affidato, lui lo ha scagionato. Se Milic ora  un eretico lo  diventato sotto gli occhi di tutti, di lui in particolare.
Quindi secondo te la storia non uscir dal convento.
Se stamattina fossimo partiti tutti insieme, noi tre, Milic e l'inquisitore, la cosa non sarebbe passata inosservata. Cos invece nessuno ha badato a tre frati con un asino.
... e la convocazione  avvenuta di notte, quando Praga dormiva disse Goffredo.
Matthia annu.
Perch il priore ti voleva in convento?
Questo non lo so.
Tu sei l'unico di noi capace di scovare trabocchetti teologici dietro domande dall'aria ingenua. Se non fossi venuto tu sarebbe venuto Bastiano e l'interrogatorio sarebbe toccato a lui.
Non  questo disse Matthia. Vi siete accorti che il priore ha paura di Bastiano?
Non lo avevano mai esplicitato, ma lo pensavano tutti.
Ma se voleva tenere tutto nascosto perch ha coinvolto l'inquisitore? domand Goffredo.
Cos ha preso due piccioni con una fava e ora ha una buona ragione per cacciarci dal convento. Sa che l'inquisitore far di tutto per risolvere la faccenda in silenzio e in questo modo lui non  correo di eventuali eresie.
Ha mosso male la sua pedina. In convento tutti i frati sanno dell'accaduto. Soprattutto lo sa Wolfango.
Che baratter il silenzio con la successione al priorato.
Quello che non capisco  perch, se il priore voleva cacciare Milic, non lo ha fatto quando ha saputo delle prediche per strada. Perch ha aspettato stanotte? Milic si  prestato involontariamente a fare il suo gioco pi di una volta in questi mesi. Perch cacciarlo dal convento nel giro di una notte?
Spedendolo dall'inquisitore ha perso l'occasione di far sbizzarrire la fantasia dei frati che avrebbero certamente inventato qualche storia assurda. Invece cos, sotto gli occhi dell'inquisitore tutto rester razionale disse Matthia. Inoltre Milic sarebbe corso di persona a denunciarsi se avesse visto il numero. Questo l'inquisitore lo sa. Sarebbe bastato aspettare stamattina. Invece il priore ha fatto tutto con una fretta folle.
Dopo queste considerazioni possiamo davvero stare tranquilli provoc Goffredo.
Ascolta disse Matthia, se vogliono tenere tutto nascosto vorr dire che anche noi cercheremo di guadagnare qualcosa. O sbaglio? Niente processo, nessun condannato. Saremo pari.
Ascoltami tu disse Goffredo. Ti comporti come se l'inquisitore ti avesse detto che bravo cristiano che sei Matthia! Continua pure cos... ma le cose stanno diversamente. Noi dobbiamo evitare di contraddirci all'interrogatorio, per questo devi dirci cosa vi siete detti.
Sto solo cercando di farvi capire che siete al sicuro.
Cosa ci nascondi Matthia? Goffredo si era fermato. Anche Uberto.
Matthia li guard, la forchetta nello stomaco inizi a girare su se stessa: Sto cercando di tenervi fuori da una cosa che non vi riguarda. Datemi retta.
Non si mossero.
Non vi fidate?
E come intendi tenerci fuori da questa storia me lo spieghi? domand Goffredo. Andrai da Milic a dirgli che le profezie sono tutte finte? O metterai un pennello e dell'inchiostro accanto al numero, cos Wolfango verr a darci una pacca sulla spalla e il priore rider con noi dello scherzo?
Non  il momento di ironizzare.
Ah no? ribatt Goffredo con antipatia.
Hai visto ieri notte come li ho trattati? domand Matthia. Io non ho paura.
Matthia vogliamo dircelo? Quel numero  il segno che aspettavamo. Quando Milic ha iniziato il digiuno sapevamo che aveva fatto un voto. Ora abbiamo un segno. Dio, Satana? Non lo sappiamo. Quello che  certo  che noi siamo dentro questa storia. Qualunque storia sia. E ci siamo tutti insieme.
Appunto, quello che dico  che dobbiamo pensare a Milic.
Milic vive su un altro piano, negli occhi ha una briciola della forza di Dio. Ma tu non sei Milic. Tu non ti difendi con la fede, ma con la teologia. Il priore, l'inquisitore non possono fare nulla contro Milic, che cosa pu spaventare uno che si tortura da solo e che digiuna da mesi? Milic  fuori dal priorato, dal convento, dall'impero. Per lui sono tutti la stessa cosa: autorit da obbedire purch lo lascino in pace. Ma per noi non  cos. Forse l'unico in pericolo sei tu e pensi di fare la cosa giusta tenendoci fuori. Non  la beata ignoranza che ci salver.
Ma perch sei cos sicuro che le cose andranno male? disse Matthia. Sei riuscito a parlare con Milic? Ti ha detto del numero?
Ma che stai dicendo?
Il fratello far morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno recit Uberto. Non disse altro fino alla fine del viaggio.
Lo guardarono in cagnesco. Uberto si trascin l'asino e riprese a camminare.
Hai paura di restare senza la spiegazione del numero? Che sensazione si prova a sapere che qualcuno ti nasconde qualcosa? Dimmi Matthia cosa si prova?
Matthia segu Uberto a passi veloci.
Goffredo gli fu dietro e riprese lo vedi cosa riesce a insinuare un inquisitore? Lo vedi che bella invenzione questi romani? Ro-manus, manus-rodens. L'inquisizione  come una mano che rode, gettando sospetti e ombre. E tu ci sei
cascato. Hai confessato qualcosa di grave a un perfetto sconosciuto e la tieni nascosta a noi. Vuoi andare a raccontarla lino ad Avignone? Troverai paggi, concubine, giullari, nipotini del papa che giocano con pietre preziose. Confesserai lutto anche a loro? Da che parte stai Matthia?
Matthia acceler il passo nell'inutile tentativo di staccarsi da Goffredo.
Clemente, un nome che contiene tre cifre C, cento, L, cinquanta, M, mille. Andrete tu e Milic a parlare con papa Clemente? Tra una puttana e un suonatore a parlare della fede e dei destini della Chiesa? Papa Clemente  morto corresse Matthia. E allora? Stai parlando come Milic, ti stai fidando dell'autorit. Inquisitore, papa Urbano. Sono tutti la stessa cosa.
Uberto si volt a guardare Matthia che fece finta di nulla. Cosa sono serviti Marsilio da Padova e Guglielmo da Ockham se poi dobbiamo tornare a pensare al papato e all'impero come lo specchio di Dio in terra?
Poco fa ti lamentavi dei nominalisti e ora ti tocca difendere Marsilio da Padova e Guglielmo da Ockham.
Milic non sa neppure la differenza tra nominalisti e realisti, anzi, magari se ti fossi preso la briga di spiegargli cosa significa prendere una posizione contro il potere temporale del papa e contro il potere assoluto dell'imperatore forse oggi non ci saresti cascato anche tu. Che stai insinuando?
Non sto insinuando, sto dichiarando che tu stanotte hai imitato Milic andando a confessare un tuo segreto all'inquisitore. Questo  un passo indietro, non avresti dovuto.
Matthia decise di contare fino a dieci. Non arriv neppure a tre.
La corruzione inizia cos, con la perdita di fiducia negli amici e la fiducia nella violenza dell'autorit, con la menzogna che la corruzione sia una inspiegabile disposizione di Dio, che senza corruzione il mondo non funzioni. Allora smettiamola di parlare di profezie facendo finta di essere diversi, di essere eletti, di meritare le rivelazioni di Milic.
Siamo uguali agli altri, legati come l'asino che porta Uberto.
Milic non  il cane da guardia delle autorit disse Matthia. Spera solo di dare al mondo una legge che sia valida per tutti gli uomini. Una legge che venga da Dio.
Io non sar torturato per dare una legge al priore o all'inquisitore.
Ho paura che Milic stia pensando alla cima del monte, dove siedono le somme autorit. Forse stiamo parlando di un Milic che non esiste gi pi disse Matthia, pi a se stesso che agli amici.
Qua ti volevo. Hai pensato che il numero potrebbe essere legato alle carte di Cola di Rienzo? Noi crediamo che ci riguardi, che sia il segno che aspettavamo, ma se questo segno riguardasse solo Milic? Non ci ha mai voluto dire cosa contengano queste profezie di Cola di Rienzo, n dove siano nascoste. Per quel che ne sappiamo potrebbero non essere mai esistite. Anche io penso che il Milic che noi conosciamo non ci sia pi. Lui forse cercava un numero, che infine  arrivato e per questo  sparito. Ci hanno raccontato che ha abbandonato la cancelleria imperiale, e se non fosse vero? Se lo avessero cacciato e spedito da noi per dargli un tetto e tenerlo sotto controllo?
Ma come ti permetti di parlare in questo modo? Matthia a muso duro.
Mi permetto eccome. Milic non  Ges Cristo. Non devo credere a tutto quello che dice.
E perch ti viene in mente solo ora? Come mai non ti  venuto in mente qualche giorno fa? domand Matthia irritato. Forse la paura fa vedere cose che prima erano invisibili?
Forse. O forse semplicemente mi torna in mente il modo in cui  stato ammazzato Cola di Rienzo. Giustiziato non dai boia dell'imperatore o da quelli del papa, ma dalla gente comune, quella che si incontra per strada.
Cosa cambierebbe se il numero fosse collegato a Cola di Rienzo? domand Matthia.
Goffredo nicchi come un uccelletto che ha fretta di uscire dal nido ma, appena  fuori, scopre che avrebbe preferito restare dentro ancora un po'.
Matthia come una gazza pronta a devastare il nido.
Goffredo sospir. Avrei dovuto dirtelo prima disse ho scoperto che Cola di Rienzo era un parente dell'imperatore. Siamo sicuri che le profezie non fossero promesse di Karl IV al cugino italiano?
Ma se non sai neanche di cosa parlano?
Se si trattasse della promessa di un nuovo regno? Milic pu aver capito male e...
... e guarda caso, proprio adesso che c' il rischio di finire sotto l'inquisitore, scopri che Milic ha abbandonato tutto per alcune lettere tra cugini, e che le profezie sono solo promesse di favori disse Matthia infastidito. Immagino che se l'inquisitore ti interrogasse gli risponderesti che non ne sai nulla, perch Milic non ha mai svelato cosa ha trovato nell'archivio. O diresti che potrebbe essersi sbagliato? Vigliacco. Poco fa hai detto che in questa storia ci siamo tutti... ti sbagli. L'inquisitore non ricorda neppure come vi chiamate. Ecco perch potete stare tranquilli. Vuoi una profezia tutta per te, Goffredo? Eccoti accontentato: invecchierai in convento e morirai nella grazia di un priore. Se questa storia verr scritta il cronista non sentir il bisogno del tuo nome.
La storia riserva i posti migliori a persone come te, vero Matthia? A voi che avete segreti, che entrate nelle stanze delle autorit e strillate di notte replic Goffredo voi che un bel mattino di Natale lasciate gli amici nella tana del lupo. Noi invece restiamo fuori dalle stanze, noi ci... Goffredo si zitt. Scusa, ripeti cosa hai detto poco fa?
Matthia non cap.
Hai parlato dell'archivio...
Matthia cap. Aveva parlato troppo.
Hai detto all'inquisitore dell'archivio? Di Cola di Rienzo?
Tu lo hai visto? domand Matthia.
Goffredo con le mani nei capelli gli url: Cosa ho visto?
Il carrello sussurr Matthia, il carrello con gli strumenti. Io non l'ho visto continu Matthia, e non lo voglio vedere.
Ecco perch  in convento disse Goffredo,  l a cercare le profezie di Cola di Rienzo. Avr messo qualcuno alle calcagna di Milic per arrivare dritto alle carte. Ora si spiega perch lo ha lasciato libero.
Non sai se il priore sia in convento precis Matthia.
Le vedi queste impronte sulla neve? Vedi che portano al convento? Bene. Quanti asini conti? Uno solo Matthia. Un solo asino.
L'inquisitore non crede che Milic sia un eretico sussurr Matthia.
Goffredo smise di torturarsi i capelli: Cosa?
L'inquisitore crede che l'eretico sia io.
Ma che stai dicendo?
Ti ho gi detto che l'inquisitore sapeva gi molte cose del nostro gruppo.
Il priore, carogna, figlio di un prete. E l'inquisitore ovviamente si fida di lui. Quindi saresti tu l'eresiarca? disse Goffredo sorridendo ironico. E di che dottrina ti si accusa?
Non so tagli corto Matthia.
Ascolta disse Goffredo, ogni anno vengono denunciati centinaia di casi di eresia. L'inquisizione non apre un processo per ogni gallina che parla in latino. Vedrai che si risolver in un nulla di fatto.
Ma qui si  messo di mezzo il priore disse Matthia.
Wolfango gli avr parlato delle tue letture e lui sar corso a dirlo all'inquisitore.
L'inquisitore ha letto Abelardo come me e te.
Lui li legge per inquisire disse Goffredo.
Non  questo disse Matthia per l'inquisitore  come se i libri non fossero oggetti ma demoni capaci di parlare, di spiegare, di complicare gli animi. E credo che non condanni le mie letture, piuttosto il fatto che io spieghi a Milic chi sia Abelardo o Gioacchino.
Insomma, se Milic diventer un eretico  colpa tua concluse Goffredo. Ma allora perch  andato in convento anzich restare con te a inquisirti anche stamattina?
Matthia temporeggi prima di dire: Vuole i miei scritti, ecco perch  in convento.
Il sentiero sprofondava nell'oscurit sospesa del bosco, indifferente alla rotazione del giorno.
L'asino si blocc. I frati sentirono la neve fresca pressata il ai propri passi sempre pi lenti. Furono presi da una dolce stanchezza.
Nel bosco un fascio bellissimo, della luce del pi luminoso dei giorni. Dalla neve si lev una donna con vesti nere come becchi di nitticora, che stava seduta tra i fiori, sceglieva i pi belli e se ne ornava le vesti.
L'erba dietro di lei si mosse, un serpente nascosto si avvicin e la morse.
Matthia cerc di muoversi per andare a salvarla, ma i piedi pesavano come casse di legno massiccio.
La donna cadde di fianco e fu ingoiata dal manto bianco del bosco.
L'asino urt un ramo dal quale cadde un blocco di neve.
Uberto raggiunse l'asino. Matthia e Goffredo lo seguirono. Goffredo, senza essere visto, si volt. Alberi e neve. Nient'altro.
Fu quando intravidero il convento che Goffredo domand: Perch gli hai detto che scrivi?
Matthia si limit a tirare le mani fuori dallo scapolare e mettere in bella mostra le dita. Una cosa  certa disse non li legger. A costo di bruciare ogni cosa, quei manoscritti non li avr.
Non ti va ti fare un giro per Praga su un carretto mentre ti spogliano e ti incoronano da eretico tra pietre e uova?
Matthia sorrise. Era il rito del carretto riservato ai criminali.
Non li conservi nella tua cella, vero? domand Goffredo. Sar il primo posto che il priore avr fatto perquisire.
Si fermarono un momento. Sarebbero arrivati in ritardo persino per i vespri. Cercare Milic aveva preso pi tempo del previsto.
Tu dove li cercheresti?
Non nella tua cella. Penserei che li tieni sempre nello scapolare, ma li avremmo gi notati osserv Goffredo. Forse in un posto sotto gli occhi di tutti.
Vi sembrer assurdo, ma mi fido pi dell'inquisitore disse Matthia. Se deve leggerli qualcuno preferisco che sia lui e non il priore.
I piedi diguazzavano in una zuppa di fanghiglia e sudore tra la pianta e la suola dei calzari.
Ne hai mai discusso con noi, a nostra insaputa? domand Goffredo. Se li ha trovati potrebbe pensare che si tratti di opinioni di tutto il gruppo. Sollev il cappuccio. Matthia non rispondeva.
Dimmi solo se sono scritti in ceco o in latino.
Latino disse Matthia.
Almeno l'eresia non sar l'essere boemi.
L'inquisitore  francese, non gliene importa nulla di boemi e tedeschi.
Ma al priore s aggiunse Goffredo sottovoce.
Sussurri dal convento. I tre frati si fermarono.
Una piccola folla di popolani sfidava il freddo per commentare qualcosa fuori da una porta che tutti chiamavano porta dell'enigma.
Matthia resistette all'impulso di andare a domandare cosa fosse accaduto. Trattenne gli amici e si nascosero.
Frammenti di discorsi.
Non pu essere, non pu essere... misericordia.
Tra le mura del convento e nel giorno di Natale, Dio ci salvi.
Ma dove l'hanno trovato? la risposta si perse tra le voci. Rumori, poi tutto tacque.
Parlavano del numero? domand Goffredo. Il vapore del respiro caldo si confuse con la nebbia che si alzava dal bosco. Che si fa ora?
Ascoltate disse Matthia che sembrava avesse una cavalletta in gola, verr il tempo in cui vi dir tutto. Ma non ora. Spero di essermi sbagliato, ma se non  cos sono arrivato a qualcosa di terribile.
Non voglio saperlo disse Goffredo. Guard la porta dell'enigma, poi l'abside di quella struttura capovolta. Percorso il perimetro della chiesa all'angolo avrebbero raggiunto l'ingresso, siamo ancora in tempo per fuggire.
Non  fuggendo che realizzeremo le profezie disse Matthia.
Uberto prese l'asino ed entr nel portone.
Matthia e Goffredo rimasero indietro.
Un'ultima domanda disse Goffredo prima di varcare In soglia, mi spieghi perch l'inquisitore ti ha richiamato indietro per chiederti dell'arazzo?
Voleva darmi una prova della differenza tra volont e intenzione.
Goffredo lo guard perplesso: E sei stato cos cieco da non vedere cosa c'era intessuto nell'arazzo?
Non lo so ancora.
 la figura di una bella fanciulla inginocchiata su un prato, che con la mano sinistra impugna uno specchio rivolto verso...
Una mano lo afferr.
Matthia, alla vista di Uberto legato e imbavagliato, spinse qualcuno mentre altre braccia afferravano anche lui. Poi fu buio.
Una mano dietro la nuca gli fece strada.

11. Praga, 1363.

L'inquisitore sciolse lentamente il nastro che legava il fazzoletto rosso. Pose sul tavolo il plico di fogli. Non sollev gli occhi dai propri appunti.
Il priore, dall'altro lato del tavolo, gli fissava le dita che si allungavano sugli oggetti come rami nodosi di vite.
Dalle cucine veniva un buon odore di cibo. Il sole filtrava caldo dalle finestre strette.
Avete qualche ipotesi per un responsabile? domand il priore. Poi si perse dietro una considerazione: il rosso non pu macchiarsi di sangue.
L'inquisitore disponeva gli oggetti che si era fatto portare per preparare uno scrittoio.
Matthia e gli altri non si sono ancora visti, qualcosa li star trattenendo fuori prov a dire ancora il priore.
Inutilmente insistette: Frate Wolfango sar stato sconvolto quanto me dall'apprendere che il numero  riapparso sul muro.
Vi ho chiamato nuovamente perch ho bisogno del vostro aiuto disse l'inquisitore come se il priore non avesse mai parlato.
Per l'arcidiocesi? sul volto del priore un sorriso storto.
L'inquisitore intinse il pennino nell'inchiostro.
Il priore perse il mezzo sorriso.
L'inchiostro sul foglio trasformava i movimenti della mano in parole, frasi, considerazioni. Scrisse tre righe. Al priore parvero tre riferimenti biblici. L'inquisitore riguard i propri appunti. Con la penna ripercorse quanto aveva scritto. Cerchi la terza riga.
Ripet: Ho bisogno del vostro aiuto per smascherare il vero responsabile di questa stranezza.
Certo.
Voi credete che i frati fossero d'accordo con Milic per far finta di vedere il numero?
S.
Avete un nome?
Matthia disse il priore.
Senza dubbio?
Senza dubbio. L'unico ad avere le chiavi della cella. Quando stanotte ho raggiunto Milic, Matthia era gi dentro con gli altri, come se avessero un appuntamento. Sapevano come muoversi, cosa fare come se tutto fosse predisposto da tempo.
Perch lo avrebbero fatto?
Matthia e gli amici vogliono riformare la Chiesa e l'impero, e non staranno pensando certo di farlo in quattro o cinque. Quale modo migliore per uscire allo scoperto se non consegnarsi alla Fama? Un segno ricevuto da un consigliere dell'imperatore in penitenza in un convento. Non vi pare una notizia perfetta per diventare famosi? Non dimeni chiamo che Milic con le sue prediche  noto in tutta Praga. La Fama  una bestia lussuriosa. Una bestia che appaga subito la concupiscenza, ma che chiede in cambio la vita.
Fama vuol dire molte cose, anche alcuni santi ebbero fama. Di quale fama parlate, quella che ci rende graditi agli uomini, alle corti, agli angeli? domand l'inquisitore.
La mia posizione di priore mi impone prudenza. La Fama che temo  quella amorfa, che prende la forma che le danno le lingue degli uomini. Quella che salta di bocca in bocca per le sagrestie, le piazze, le bettole.
Immagino quante cose accadute qua dentro siano state coperte con la prudenza.
Cosa volete che accada che un uomo di mondo come voi non sappia? Qualche frate far sesso di nascosto, qualcun altro si ubriacher... Matthia non ha ancora visto il mondo vero, per lui questo  il pandemonio. Ma il male non  in questo convento... non ancora.
Apprezzo la franchezza. E in ogni caso, se ci fosse altro, la vostra prudenza avrebbe gi tagliato la testa alla Fama, il che pu essere un bene per la nostra santa Chiesa.
Il priore apr la bocca, riflett un momento, richiuse la bocca. Meglio tacere.
Anche io ho la mia Fama disse l'inquisitore. Suppongo la conosciate.
Il priore guard le tre righe sul foglio di carta. Non gli piacque la propria voce mentre si metteva agli ordini dell'inquisitore dicendo, non mi avete detto di che aiuto si tratta.
Io mi sono fatto un'altra idea dell'accaduto. Mi aiuterete a interrogare frate Bastiano e, dopo di lui, frate Wolfango.
Pensavo si trattasse di qualcosa di pi complesso disse il priore. Non  un grande aiuto.
Dovrete stare al mio fianco, ma senza dire una parola. Non una domanda, non un commento. Qualunque cosa esca dalle loro bocche voi rimarrete in silenzio.
Sar ancora pi facile. Ma perch vi occorre la mia presenza? Voi da solo sarete gi abbastanza incisivo.
Avete mai provato l'umiliazione di essere giudicato da due persone che sono d'accordo sul non ascoltarvi e sul farvi assumere una colpa non commessa?
Conosco la storia di un uomo finito in tribunale davanti a dieci persone di spalle che restano in silenzio disse il priore.
E...?
... e forse un giorno vi racconter il resto.
Ve ne sar grato disse un p deluso l'inquisitore. Allora mi aiuterete?
Non era una domanda, ma un ordine. Certo disse il priore. Poi domand, cosa si cerca negli occhi di un inquisito per verificare se le parole che dice sono vere?
Il peccato disse l'inquisitore.
L'urlo che ha scosso le mura del convento era la voce di chi ha visto quale forma ha il peccato.
Avr la forma che gli danno gli artisti negli affreschi delle nostre Chiese: Satana al centro dell'inferno intento a
mangiare uomini e a defecarli nel buco del mondo.
lo intendo una visione, non un disegno. All'inizio doveva essere uno scherzo, dovevano dire di vedere un numero, le chiacchiere avrebbero fatto il resto. Ma l'urlo ha sconvolto i piani. Una visione orrenda, qualcosa che ha sconvolto Milic, che lo ha fatto svenire.
Quindi nel piano iniziale Milic avrebbe dovuto fngere di vedere il numero con gli altri. Ma  svenuto disse l'inquisitore.
Devo confessare che secondo me non  la prima volta che Milic si trova di fronte a manifestazioni del genere. I frati mormorano di averlo sentito parlare spesso quando  in cella da solo.
Forse prega.
Questa  la risposta dettata dalla prudenza. Certo, prega. Ma secondo voi la Fama si  accontentata di rispondere prega? La Fama che gira in convento  che Milic parli con qualcuno: non monologhi, ma discorsi. Ho cercato di mettere a tacere queste voci. Temo di non esserci riuscito.
Questo atteggiamento protettivo del priore nei confronti di Milic era falso. La confessione dei dialoghi solitari era un'accusa mascherata. Mascherata goffamente.
Mi sarebbe piaciuto verificare di persona disse il priore. Ma non ho mai avuto le chiavi di quella cella.
L'inquisitore domand: Il fabbro del convento potrebbe aver riprodotto la chiave?
No. Senza il mio permesso non lo avrebbe mai fatto. Il frate cellario possiede tutte le chiavi, eccetto quella della cella di Milic. Consegnare le chiavi a Matthia  stata una grande fortuna, almeno sappiamo che il cerchio dei responsabili  composto da Matthia, Uberto, Goffredo, e frate Bastiano.
Il priore trascurava il dettaglio dell'inchiostro usato per riscrivere sul muro, che aveva avuto il tempo di asciugarsi. Doveva essere l dalla notte precedente. Chi aveva riscritto doveva aver agito dopo la cancellazione, cio dopo la partenza di Matthia.
Perch Bastiano non ha seguito i compagni stanotte? domand l'inquisitore.
Il priore fissava i fogli o forse il fazzoletto rosso.
Fratello, dove era Bastiano?
Occhi spenti, nella pupilla il rosso del fazzoletto.
Fratello?
Il rettangolino rosso fermo nella pupilla.
Il priore cambi accento, disse solo: Non lo so. Forse  lui che ha scritto il numero sul muro. L'unico rimasto di quel gruppo.
Raccontatemi di Milic quando stava nello scriptorium. Leggeva la Bibbia, poi?
Fino al vostro divieto ha letto solo la propria copia della Bibbia, nessuna lettura diversa. Ma c' anche dell'altro...
Gli scritti di Matthia nascosti, sper l'inquisitore.
Accadeva talvolta che si alzasse dalla sedia, spalancasse le braccia a croce e rovesciasse la testa all'indietro. Rimaneva cos fin quando un frate non lo metteva a sedere e allora lui riprendeva la sua lettura.
Perch non me lo avete riferito? Ditemi, ha mai parlato durante questi momenti?
Perch non l'ho mai visto di persona. Ma direi che non parlasse, Wolfango me lo avrebbe riferito con dovizia di particolari.
Wolfango va spesso nello scriptorium?
 spesso insieme al frate bibliotecario, tuttavia so poco delle sue letture. In ogni caso, nello scriptorium possediamo un registro dei libri. Se vorrete consultarlo, troverete le letture di tutti, anche di Wolfango. Ma non credo che ami lo studio, non legge cose curiose.
L'inquisitore osservava il priore come un allevatore di cavalli guarda le bestie da selezionare per l'accoppiamento e quelle da usare per i campi. Davvero non sospetta che Wolfango lo abbia appena accusato?
Ho sbagliato a non far sorvegliare la cella di Milic dopo la partenza di Matthia. Ora avrei meno dubbi disse il priore e si perse tra il rosso, gli appunti e un punto imprecisato del tavolo. 1368, mancano pochi anni.
A cosa? domand l'inquisitore. Pensate sia una data?
Il priore sorrise, di un riso amaro. Alz lentamente gli occhi sull'inquisitore. Cos'altro dovrebbe essere? domand Il priore.
E il grido? Quello non fa parte del piano di Matthia.  una visione connessa alla data?
Cosa si cerca negli occhi di un inquisito per verificare se le parole che dice sono vere? mentre lo diceva si chin in avanti sulla scrivania.
L'inquisitore fu investito da una folata calda al sapore di birra e grasso fuso. Vide nello sguardo del priore un guizzo che non gli piacque. Per questo non gli disse di aver gi risposto a quella domanda.
Anche voi avete guardato Milic negli occhi. Sarebbe bello se le pupille fossero specchi capaci di riflettere e trattenere le immagini che vediamo.
L'inquisitore indietreggi sullo schienale.
Non vedete una specie di delirio santo nei suoi occhi? Non  solo l'aspetto da folle... nei suoi occhi c' qualcosa...
Cosa? domand l'inquisitore. Sotto il tavolo la penna d'oca urtava silenziosamente contro il legno.
Non tutti gli angeli furono cacciati per la ribellione di Lucifero. Alcuni non peccarono di superbia, ma di lussuria. Voi lo sapete bene, gli angeli fecero sesso con le figlie degli uomini. Per questo non fu loro permesso di tornare in Paradiso, ma neppure furono buttati nell'Inferno. Sono prigionieri sulla terra, tra noi mortali.
Non era un racconto biblico, n un apocrifo. L'inquisitore non ricordava di aver mai udito una storia del genere. La caduta di Lucifero era un'invenzione dei padri nella Chiesa, l'interpretazione di una profezia, nulla che fosse presente nella Bibbia. Ma era pur sempre un racconto famoso. Il priore non sembrava rendersi conto di quanto fosse blasfema la leggenda che stava raccontando. Era peggiore del numero, dell'urlo e di ogni altra cosa capitata fino a quel momento.
Gli angeli caduti sulla terra violentarono le figlie degli uomini. Queste partorirono degli esseri mostruosi. Voi sapete che sono mostri, e sapete come smascherarli. Conoscete l'abisso che nascondono i loro occhi.
Perch dovrei sapere queste cose? Fu questo a inquietare l'inquisitore.
A Praga qualche anno fa era apparso il figlio dell'Anticristo. Cola di Rienzo pretendeva l'impero. Le sue parole erano fiamme sui suoi eserciti il priore si tapp gli occhi, come per non vedere le cose che raccontava: Sarebbe riuscito a conquistare Avignone, a uccidere il papa.  stato l'arcivescovo a fermarlo. E lo ha consegnato agli inquisitori che lo hanno aiutato a tornare buon cristiano guard l'inquisitore con aria cattiva. Anche Milic  stato fermato e consegnato a un inquisitore. Milic non  un figlio dell'Anticristo, ma parla anche lui con i demoni.
L'inquisitore smise di scrivere. Il priore guardava il tavolo come se il legno fosse trasparente e si vedesse l'inchiostro fresco degli appunti.
I vostri appunti non vi salveranno. Cola di Rienzo, Milic e questi figli del demonio sanno dove dormirete, conoscono il nome di vostro padre e di vostra madre, sanno cosa desiderate.
Io non posso inquisire una persona solo perch ha urlato nel sonno o perch parla da solo spieg l'inquisitore.
Gli esseri nati da accoppiamenti immondi possono ricevere profezie.  uno sfasamento del tempo. Un angelo  eterno, una donna  mortale, dai due nasce una creatura mortale ma che vede l'eterno, quindi anche il futuro. Merlino era nato da un ventre fecondato dal Demonio. Per questo riceveva visioni profetiche. Milic  come Merlino. Voi dovete trascrivere ogni profezia che vi rivela. Lui  attratto da suo padre. Il demone gli parla, gli rivela le cose future. Milic  morto. Il suo corpo  posseduto da forze che lo muovono lo fanno parlare. Voi dovete scacciare i demoni da Milic. Il demone sa che lo cercate, dovete ordinargli di annegarsi come fecero i duemila porci posseduti da Legione nel Vangelo.
L'inquisitore fu colto dal dubbio che quello che avesse davanti fosse un gemello del vero priore. Ogni volta che in quei mesi lo aveva incontrato aveva avuto la sensazione di parlare con un mastino sazio e sonnecchiante. Sentirlo
sproloquiare in quel modo fu come spezzare una pagnotta calda e trovarla ripiena di scarafaggi. Avete mai sentito pronunciare a Milic qualche profezia? domand.
Prima ditemi perch siete venuto in convento.
Ho l'impressione che lo sappiate gi azzard l'inquisitore, una scommessa fatta prima di sapere quale fosse il gioco. Far sentire l'interrogato complice di un'intesa era una regola che gli aveva fatto scoprire qualche malinconico mascherato da eretico, salvandolo cos dal rogo.
Una notte l'ho sentito. Parlava. Sembrava si lamentasse. Accostai l'orecchio alla sua porta per ascoltare meglio. Dio mi perdoni il priore abbass la voce, per quello che ho Mentito.
Perch non mi avete mai detto niente?
Lo sapete benissimo perch ribatt il priore.
L'inquisitore accus il colpo. Il priore non pensava alle profezie come a un elemento dell'indagine inquisitoria. Per cos'altro dovrebbero interessarmi?
Siete ancora in tempo. Dovete stare attento disse il priore.
Cosa avete sentito? domand l'inquisitore, alzando un p troppo la voce.
Sussurrava cose incomprensibili, sembrava recitare dei canti. Distinsi appena che si trattava di numeri.
Non c'era nulla di sconvolgente in quel racconto. L'inquisitore lo fiss con severit.
Ne recit una breve serie, quindi smise. Tutto tacque per qualche attimo il priore sbirci da un lato e dall'altro dello scrittoio. Poi udii un suono, ascoltai bene per non avere dubbi. Il suono si ripet. Era il latrato gutturale e sordo di un cane.
L'inquisitore intinse il pennino nell'inchiostro.
Il priore rest a guardare la mano dell'inquisitore come un cane incerto di poter avere un boccone che ha visto e che brama.
Voi non avete niente da dirmi sull'interrogatorio di stanotte?
Aspettiamo di interrogare Bastiano e Wolfango disse l'inquisitore senza smettere di scrivere.
Potremmo non fare in tempo.
Stanotte ho fatto qualche domanda a Matthia disse l'inquisitore forse anche lui parla con gli animali.
Quando l'inquisitore vide il priore guardare fuori dalla finestra e sorridere, si pent di aver giocato d'azzardo anche con Matthia.
Sul davanzale un pettirosso si contraeva con violenti movimenti involontari. Pochi, prima di cedere al ghiaccio.
Il topo si muove a scatti. Rapidissimo. Quando  braccato,  capace di infilarsi in pertugi che gli uomini non vedono. Se il topo deve infilarsi in un buco, valuta che sia ampio abbastanza per la testa, se passa la testa passa anche il resto del corpo.
Il topo aveva trovato un buco. Poteva ancora mettersi in salvo. Ma era un buco senza uscita: aveva accusato il suo protettore al suo cacciatore. Era il solo buco che aveva trovato. La testa era passata. Ora doveva far passare il resto del corpo.
Per un numero. Aveva accusato il priore. Non sarebbe stato pi semplice ammettere di aver fatto uno scherzo? Ma voltare la clessidra non significava ricominciare daccapo, bens aggiungere sabbia alla sabbia gi scorsa.
1368 si trovava annotato per la prima volta nella Bibbia di Milic a margine del passo dell' Apocalisse: ma far in modo che i miei due testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni.
I due testimoni erano Mos ed Elia. A Milic interessava Elia, il non morto che sarebbe dovuto tornare nell'anno 1260. Ma come tutte le profezie, anche quella di Elia non si era avverata.
Ripensando alla lista di numeri appuntati da Milic, Wolfango dovette ammettere a se stesso che le profezie avevano un grande vantaggio rispetto ad altri aspetti della Bibbia. Aveva iniziato a studiarle solo per capire di cosa parlasse Milic con Matthia. Non si era trovato dinanzi a complicate questioni teologiche, ma davanti a immagini: candelabri di fuoco, cadaveri che camminano, l'acqua che diventa 
sangue. Una serie sterminata di figure. Un grande vantaggio, vedere cosa far Dio. Non importava capire le immagini, era come incontrare un pazzo e restare ad ascoltarlo. Il profeta  un pazzo, Dio gli entra dentro e lui parla, parole che sono delirio per le orecchie degli uomini.
Wolfango pens alla lista dei numeri.

Draghi, citt che crollano, squilli di tromba, nubi che oscurano il cielo.  facile immaginare queste cose, come i bambini che ascoltano la storia dell'orco, ma che in fondo sanno che  solo una storia. Ma se la mamma dice, domani verr l'orco, scatta l'attesa. Lo stesso effetto dei numeri accanto alle immagini profetiche.
E se fosse tutto vero? Il topo aveva trovato un numero profetico, lo aveva usato. Se davvero Milic sapesse leggere nel futuro? La data o la causa della propria morte, chi vincer una guerra, chi sar il prossimo papa, chi diventer ricco e come. Un uomo che conosce queste cose  il vero imperatore del mondo.
Aveva gi perso troppo tempo dietro profezie e calcoli, e il risultato era stato lo sgretolamento che stava subendo.
L'inquisitore e il priore erano chiusi in una stanza a parlare. Cosa fare, cosa dire quando apriranno la porta? Cerc di non pensare all'elenco di date trovate sulla Bibbia di Milic.
1200
1230
1260
Elia profeta
1368 XPS
Era accanto all'acronimo XPS, Cristo, che il topo aveva trovato appuntato per la prima volta 1368.
Si trattava di un elenco di date che a partire dal 1200 aumentavano ogni volta di trenta. Dopo il 1260 compariva il nome del profeta Elia che doveva essere legato all'anno 1290, numero della profezia di Daniele.
Daniele aveva ricevuto la chiamata dal Signore, che gli aveva rivelato i tempi della Grande Tribolazione:
Signore mio, quale sar la fine di queste cose? ed Egli gli aveva risposto Va', Daniele, queste parole sono nascoste e sigillate sino al tempo della fine. Molti saranno purificati, resi candidi, integri, ma gli empi agiranno empiamente: nessuno degli empi intender queste cose, ma i saggi le intenderanno. Ora, dal tempo in cui sar abolito il sacrifcio quotidiano e sar eretto l'abominio devastante, passeranno milleduecentonovanta giorni. Beato chi aspetter con pazienza e giunger a milletrecentotrentacinque giorni. Tu va' pure alla tua fine e riposa: ti alzerai per la tua sorte alla fine dei giorni.
Immagini, numeri.
Il problema non era capire cosa fosse l'abominio devastante che sarebbe entrato in una chiesa.
Il calendario fiorentino stabiliva il passaggio di anno nel giorno 15 marzo. Nel 1290, mentre moriva la Beatrice di Dante e un cronista francese registrava che un'onda di duecento metri aveva ucciso una grande quantit di pesci, masse di persone guidate da profeti si suicidavano per paura della fine del mondo. Altre masse con altri profeti - andavamo in giro a uccidere tutti i ricchi che incontravano per godersi l'ultimo anno del mondo tra vino e puttane.
Non diversamente era accaduto nel 1335, e ancor prima nel 1260, nella Grande Paura dell'anno Mille. Tutte date lecite ai numeri delle profezie.
1368. Wolfango cerc di pensare ad altro, alla stanza dove l'inquisitore stava parlando con il priore, a come uscire da... 1368. Si moriva per guerre, peste, fame, ma morire per una profezia faceva della morte una mala capace di non far sentire dolore.
Wolfango scosse la testa. Concentrarsi, pensare a cosa dire al priore quando sarebbe uscito da quella stanza.
L368. Chi muore per una profezia  convinto che con lui muoia il mondo intero. Per questo re, papi, imperatori avevano cercato di vietare le profezie. Chi  convinto di non aver pi nulla da perdere non conosce limiti. Uccide, stupra, prega, appicca fuoco, condanna a morte senza distinzione.
Se si sapesse con certezza che il mondo entro un anno finir, non avrebbe senso obbedire agli ordini, pagare le tasse, lavorare. Che senso ha la differenza tra un re e un contadino se entro un anno dell'uno e dell'altro non rester neppure il ricordo? Andare a dormire nell'incertezza che al risveglio il sole potrebbe non essere pi al suo posto, che un contadino potrebbe essere diventato re e il duca stalliere. Credere nelle profezie significa sperare che un giorno un topo sar re.
Il profeta regala un sogno. Chi regala un sogno deve fare i conti con il risveglio.
Regalare sofferenza invece appaga. Il torturato ama il boia che gli ficca lo spillo nell'occhio. Il boia riceve preghiere, suppliche, come Dio. Quando il boia estrae lo spillo, riceve amore. Il popolo ama i propri papi e i propri re, e non vuole al governo uno che regala sogni. Preferisce chi possiede gli spilli, ma non li usa.
Basta, 1368, basta.
Come uscire da quella situazione? Fuggire. No, non in inverno e non a Praga. Inoltre avrebbe dovuto rinunciare a tutti i soldi prestati. Se gli fosse bastato sopravvivere sarebbe rimasto con i genitori a raccogliere legna. No. Scusarsi? No, era troppo tardi. Il priore doveva aver gi saputo di essere stato accusato. Forse accettare la pena? Ma significava perdere tutto, come dire la verit.
Il topo non si limita ad aggirare le trappole che gli vengono tese. Le usa contro il suo cacciatore.
Wolfango non poteva contare su nessuno. In convento avrebbero gioito nel vederlo cadere nel fango. Fuori dal convento in molti avrebbero azzerato i debiti. Si sent come al centro di una piazza deserta mentre una pioggia indemoniata entra dappertutto, persino sotto i vestiti.
Ma c'era dell'altro. Chi aveva riscritto il numero? E come aveva fatto? Un nemico in convento lo aveva scoperto, ma non lo aveva accusato. Un nemico che aveva agito immediatamente dopo la cancellazione ed era sparito, che ora taceva, nascosto, in attesa della prossima mossa del topo.
Wolfango si sentiva spiato dagli stipiti, dalle pietre. Si sentiva un topo all'ombra di un rapace, un rapace invisibile che forse era a conoscenza del 1368. Un predatore notturno capace di spiegare il numero a Milic e farglielo scrivere sulle pagine della Bibbia.
Wolfango non poteva sapere cosa si stessero dicendo il priore e l'inquisitore. Potevano condannarlo, assolverlo, ricattarlo, spedirlo in qualche convento sperduto tra i monti boemi, mandarlo a predicare tra i turchi che impalavano i cristiani dall'ano alla bocca. Avrebbero potuto accusarlo di esercitare arti magiche e di assegnare a quel numero il valore di una cifra da tracciare per evocare qualche demone.
Tuttavia, quell'attesa stava provocando un effetto imprevisto, un perverso piacere per il male appena fatto, e per quello ancora da fare. Da l a poco il suo nome sarebbe stato sulla bocca di tutti. Eppure, mentre aspettava, era come cullato da un macabro presentimento, un dubbio che non riusciva ancora a formulare.
Agire da solo. Gli altri sono solo nemici pronti a fare del male. Wolfango si sentiva come un uomo senza gambe che deve chiedere aiuto per muoversi e ringrazia con la faccia, ma che dentro odia chi pu ancora camminare.
Agire con le proprie gambe, senza ringraziare. Poteva mandare in citt qualcuno dei famigli del convento con del denaro per corrompere qualche poveraccio e fargli assuntele la responsabilit dell'accaduto. Ma l'ingresso principale del convento era controllato e la porta dell'enigma protetta ila una serratura dal meccanismo misterioso. No. Doveva trovare una soluzione pi semplice.
- Fu tentato di pregare per chiedere aiuto a Dio. Sorrise, non lo fece.
Prov a immaginare la faccia del priore mentre l'inquisitore gli diceva dell'accusa. Non sentiva alcuna piet, nonostante il priore lo considerasse una specie di discepolo. La vita del topo non sarebbe pi stata la stessa, nutrita dal perverso piacere di aver sconvolto anche quelle di altri.
Improvvisamente il macabro presentimento divenne una domanda: se tutto andasse bene, cosa dovrei pensare di Dio? Cristo non sarebbe stato crocifisso senza Giuda, senza tradimento la redenzione dell'umanit non si sarebbe mai compiuta. Dio usa uomini come Giuda per compiere il bene. Perch dunque dovrebbe riservargli l'inferno, se Giuda non ha fatto altro che obbedire a un destino gi scritto?
Il topo rimase seduto di fronte alla porta che lo separava il al suo destino. Le mura erano troppo spesse per origliare cosa stesse succedendo nella sala. Non gli andava di farsi trovare seduto ad aspettare, sarebbe salito a vedere il numero. Ma il rapace gli volava sulla testa e forse era meglio evitare. Dubbi, macabri presentimenti, piacere di essere il colpevole, tutte queste sensazioni si mescolavano per un minestrone di lardo e fragole. Gli odori che venivano dalle cucine erano come un imbuto in gola. Il silenzio dietro la porta suonava come un atto di condanna. La propria.
1368. Uno solo del gruppo di Milic era rimasto in convento, l'unico con un qualche interesse a riscrivere il numero. Wolfango non capiva perch non lo cercassero, non lo inquisissero.
Dalla cucina profumo di carni arrostite col miele. Gli torn in mente la storia di re Attila, che aveva fatto cuocere col miele i suoi due figli per poi banchettare con le loro carni
al sangue. Sangue rosso, come il fazzoletto per gli appunti dell'inquisitore.
Il topo usa la trappola contro il cacciatore.
La ruota della fortuna compiva una rotazione funesta e l'inquisitore, arrivato a Praga da Parigi, ne teneva in mano un perno della ruota. Ma un topo cosa pu fare per fermare un inquisitore? Ciascuno ha una ruota della fortuna, anche i re e i papi, che hanno mani enormi per reggere la ruota della fortuna del mondo. Un topo con le sue zampine cosa pu fare appeso a una ruota se non girare con essa?
Silenzio.
Sorpreso da se stesso, il topo inizi a ridere: aveva appena trovato la soluzione. Si alz, percorse un tratto di colonnato, torn indietro.
Come lo avrebbe fatto?
Aveva gi avuto successo con i propri genitori e Dio lo aveva premiato aprendogli la porta del convento, ma con un inquisitore cosa avrebbe ottenuto?
D'un tratto gli torn l'appetito ma senza motivo. Infatti non sapeva ancora come l'avrebbe fatto, n se tutto sarebbe andato liscio. Ma era una soluzione.
Si guard intorno come se vedesse quel convento per la prima volta. Le volte a crociera, le scene bibliche affrescate sulle pareti, meno belle di quelle di certe cattedrali. Decorazioni floreali sui capitelli delle colonne. Le volte si intrecciavano come fili di ragnatele. Lo sguardo cadde su una decorazione che raffigurava un ramoscello di sambuco. Antiche superstizioni attribuivano al sambuco il potere di allontanare i demoni. Nell'Erbario di Dioscoride ne erano descritte le vere virt. Per quel che lo riguardava, il sambuco serviva solo a dare un buon sapore al vino spunto.
Sotto il decoro del sambuco vide una cosa che lo colp: un disegno molto approssimato di un papa seduto su una strana sedia, sotto la sedia un piccolo essere. Non vi era alcuna didascalia, si trattava certo di uno scherzo irriverente.
Wolfango si alz a guardare da vicino il disegno. Quel che vide gli fece rizzare i capelli.
Un papa con il volto da donna. L'aspetto di un rospo uni il ventre gonfio. Gli occhi languidi e persi nel vuoto. Le braccia abbandonate sull'enorme addome. Reggeva un libro debolmente, come se gli stesse per scivolare di mano. Nell'altra mano il pastorale poggiato in mezzo alle gambe allargate.
Wolfango si sollev in punta di piedi per riuscire a osserva re meglio quei dettagli blasfemi. Da sotto la mitra vide biondi boccoli che cadevano sulle spalle del papa e all'altezza del petto, appena accennati ma perfettamente visibili, due seni femminili. Si trattava certamente di una donna. Qualcuno si era divertito a disegnare la scandalosa papessa Giovanna, una donna che con l'inganno era riuscita a entrare in un convento maschile. La sua sfrenatezza sessuale l'aveva portata a fornicare con molti monaci. Wolfango si commosse come dinanzi all'immagine della Vergine. Ammirazione e timore per la sfrontata prostituta arrivata a diventare papa della Chiesa di Dio.
Continu a osservare.
La papessa era seduta sulla famosa sedia stercoraria. La sedia con il buco per defecare senza muoversi dal trono.
Sotto la sedia giaceva in fasce il frutto del suo peccato. Mentre andava a farsi eleggere papa, Giovanna aveva avuto le doglie ed era stata costretta a partorire. La sedia stercoraria aveva assolto allora a una nuova funzione. Giovanna partor da seduta, mentre veniva portata in San Pietro. Il disegnatore aveva colorato quella creatura neonata di rosso, con le corna e le ali da pipistrello. L'Anticristo, nato nel momento di massima profanazione della Chiesa, quando una prostituta era riuscita a diventare rappresentante di Dio sulla terra. Dio, che pu tutto, aveva voluto una prostituta a capo della Sua Chiesa.
Nella stanza accanto, il priore e l'inquisitore sembravano comunicare a gesti tanto era il silenzio. La papessa di fianco al sambuco depotenziava ogni virt apotropaica della pianta. Al sambuco non restava che l'aroma per camuffare i vini cattivi.
Vino cattivo. Bacche di sambuco secche.
Wolfango ripens alla cosa.
Vino cattivo. Bacche di sambuco secche. Ripens alla cosa, con un sorriso.
La porta d'improvviso si apr. Wolfango si volt di scatto. L'inquisitore procedeva dinanzi al priore. Nessuno dei due lo degn di un'occhiata. Il priore seguiva l'inquisitore annuendo a qualunque sua frase. Disse di s, anche quando gli chiese dove fossero i bagni. Lo lasciarono solo.
D'istinto Wolfango si precipit nella stanza dove l'inquisitore aveva fatto preparare lo scrittoio.

 fogli bianchi erano ancora sul tavolo, caldi delle mani che vi avevano lavorato sopra. Wolfango si procur in fretta un pezzo di carboncino. Con delicatezza strofin la prima pagina della pila di fogli bianchi e lentamente vide emergere gli appunti dell'inquisitore:
Ciascuno dei sospetti Ha parlato di quanto avvenuto la notte della vigilia di Natale. Ho ordinato a ciascuno che seguitasse a tenersi libero per ulteriori questioni che avevo da porre. Con questo ho voluto apparecchiare le cose affinch ciascuno accusasse l'altro e qualcuno si tradisse. E cos  stato. Ciascuno dei tre sospetti ha accusato l'aftro. Frate Wolfango  il solo ad aver accusato due persone.
La ruota della fortuna aveva girato nuovamente dalla sua parte.
Accanto al calamo trov il raschietto. Lo prese. Dal carboncino emergevano tre sospetti: Milic, Matthia e lui. Ma il suo nome era l'unico cerchiato.

 l raschietto avrebbe fatto il suo dovere, ma gli servivano gli appunti originali conservati nel fazzoletto rosso. Mentre leggeva gli mont in petto una rabbia incontenibile. Scopr infatti che l'inquisitore lo riteneva responsabile non solo della prima scritta sul muro, ma anche della seconda.
Guard gli angoli del soffitto come se Bastiano potesse camminare sui muri come un ragno. Lesse il resto degli appunti in fretta, la campana del refettorio stava per suonare.
Sul priore non nutro sospetti. Non  dotato di alcuna nobilt d'animo.
Per costui sarebbe pi conveniente un pi vite mestiere, e non una carica cos alta. Se non avessi conosciuto gi altre volte la natura di quest'uomo, dovrei procedere a chiedere la sua sospensione. Come uno sciocco, mi ha raccontato una storia da vagheggiatore. Di angeli rimasti in terra a fornicare con donne mortali e dei figli di queste donne. Questa genia, generata da angeli, avrebbe facolt profetiche. Il priore certamente crede affa verit di quella profezia. Devo trovare un modo per indurlo a parlare maggiormente di questo argomento. Lui ritiene che il 1368 comparso sul muro sia una data. Ho la ferma convinzione che mi nasconda qualcosa, come se quel numero gli fosse gi noto. Mi rimangono da verificare tre cose: scoprire dove Matthia nasconde i suoi scritti; esaminare la copia della Bibbia che leggeva Milic; capire dove il priore ha appreso quelle assurdit e il loro nesso con quel numero. Quanto a frate Bastiano, sar interrogato dopo pranzo e dopo di lui mi dedicher ancora a frate Wolfango. Non incontrer con piacere quest'ultimo. C' qualcosa di bestiale nel suo aspetto. Lo interrogher dal lato pi distante del tavolo.

12. Praga, 1363.

Dal castello Karl poteva vedere la meravigliosa casa in stile romanico del fratello Giovanni Enrico, una delle poche risparmiate dalla Vltava. Il fiume scorreva lento e pesante, non si indragava mai prima di straripare. Qualche anno prima lo avevano visto inghiottirsi cavalli, carretti, barili, uomini, che mescolati nell'acqua sembravano ingredienti vivi che cercavano di saltare fuori da una zuppa. Alcuni erano rimasti in casa, tanto la Vltava era lenta, pesante. Poi avevano iniziato a saltare dai balconi per aggiungersi al minestrone. I tetti delle case romaniche erano stati l'ultima speranza dei proprietari. Qualcuno si era salvato. Il giorno dopo Karl aveva disposto che l'acqua straripata venisse fatta confluire nei mulini cittadini. Per le case romaniche non aveva potuto fare nulla. Divennero cantine. Praga gli fu comunque grata.
Guardava Praga, e Praga guardava lui. Quel castello era il simbolo del potere imperiale. Peter Parler aveva speso tutte le sue competenze architettoniche per quel capolavoro. Il primo architetto, Matyas di Arras, era stato strappato alla corte papale di Avignone perch progettasse la cattedrale di san Vito. Era morto durante i lavori, e Karl aveva voluto Peter perch lo sostituisse.
Se un giorno qualcuno volesse far costruire un castello su una nuvola, dovrebbe copiare quello di Praga.
Peter termin la cattedrale, progett il ponte, e tutta la citt nuova stava nascendo dai suoi disegni. Il castello, in alto, sospeso sulla citt, simbolo del potere di Praga sopra il mondo cristiano. Ma non era tanto in alto da stare sopra la Germania o sopra l'Italia.
Romolo Augustolo mezzo millennio dopo la morte di Cristo, era stato costretto a consegnare le insegne imperiali a Odoacre, il barbaro ostrogoto che aveva invaso Roma, l'ultimo imperatore di Roma spogliato da un barbaro. Odoacre aveva preso le insegne per poi andare a morire ingurgitando veleno durante un banchetto.
Romolo Augustolo doveva aver provato la stessa sua umiliazione a Roma. Karl era stato per la prima volta in Italia con il padre per correre in aiuto alla citt di Brescia, assediata da Mastino della Scala. Aveva iniziato a capire qualcosa dell'Italia durante quel periodo. Mastino, impaurito dal re di Boemia, aveva lasciato Brescia. I bresciani avevano consegnato la loro citt a re Jan e cos anche Bergamo, Crema, Modena, Novara, Vercelli e Parma. Jan era tornato in Boemia lasciando Karl a Parma perch mantenesse la calma nelle citt, ma era durata poco. Mantova Ferrara e Napoli avevano stretto una lega contro di lui. Karl aveva resistito. Re Jan era stato costretto a tornare, poco dopo erano stati cacciati dall'Italia entrambi.
Karl in quella circostanza aveva compreso che non aveva senso occuparsi dell'Italia, si sarebbero scannati tra loro e per consegnarsi a un potente qualsiasi. Per poi ribellarsi ancora e consegnarsi a un altro potente e ribellarsi ancora... cos fino alla fine dei tempi. La rigidit morta della lama giocava un armonico contrasto con le fertili coste mediterranee, abbondanti di vino e nemici. La terra perfetta per Lancillotto o Galvano.
Re Jan di Boemia, aveva trascorso pi tempo a Parigi che a Praga. Per Praga il re aveva poche idee e tutte bizzarre, come quella di costruire una Tavola Rotonda in onore di re Art di Bretagna. A Praga mancavano ponti, canali per l'acqua. Karl era riuscito a dissuadere il padre dal progetto della Tavola Rotonda, ma aveva dovuto cedere a un'altra follia. Jan aveva svuotato le casse reali per organizzare un torneo al quale aveva invitato i cavalieri di tutta Europa. Preparare gli usberghi, in metallo dal collo alla cintola, la cotta in stoffa preziosa per coprirli, gli speroni lucidi, le cinture. Per non elencare le spade e gli scudi. Il costo di un solo equipaggiamento era pari a un allevamento di buoi che avrebbe sfamato dieci famiglie. Tutti i soldi di Praga erano finiti in quei preparativi.
Chiss cosa aveva pensato Jan quando tutto armato si era presentato sul campo di battaglia vuoto. Nessun cavaliere aveva accettato l'invito. Una mortificazione per Praga e per il prestigio della corona boema.
Karl era divenuto presto Margravio del regno e aveva risollevato le casse, ma era durato poco. In seguito a un litigio, il padre lo aveva cacciato dal regno. Lui e Praga si sarebbero rivisti solo molti anni dopo.
Jan divenne cieco da tutti e due gli occhi. Dio lo puniva per le colpe contro la terra sulla quale regnava. Se la terra soffre, il suo re deve soffrire.
Karl era rimasto sottomesso al padre fino al giorno della sua incoronazione a re di Boemia. Era il 12 luglio del 1346, il giorno dopo, Edoardo III con il Principe Nero portavano le truppe inglesi in direzione delle porte di Parigi. Jan non avrebbe mai permesso il loro ingresso a Parigi.
Prefer morire piuttosto che immaginare Parigi in mano agli inglesi. Al grido di Praha si lanci contro i cavalieri che non poteva vedere. Rincorse lo sguainare delle spade. Cinquecento cavalieri boemi udirono il loro re cieco giurare sopra la terra e sotto il cielo Voglia Iddio che mai un re di Boemia fugga dal campo di battaglia.
Si lanci contro il Principe Nero con l'impeto di una cascata. In cinquecento lo seguirono.
Forse la vide ad aspettarlo e la riconobbe, nera da millenni.
Il suo corpo agonizzante fu raccolto dai guerrieri di Edoardo III. Mor per le ferite nella tenda del re d'Inghilterra. Alla sua morte Edoardo e il Principe Nero piansero. Era morto l'ultimo cavaliere della terra. L'ultima corona della cavalleria.
Karl aveva ottenuto il cadavere del padre solo il giorno dopo.
Lui era sopravvissuto da vigliacco. I cavalieri sapevano che Karl amava Praga e avevano deciso che non avrebbero perso il nuovo re in battaglia. Due cavalieri l'avevano aiutalo a fuggire da morte certa, scortato in un monastero perch curasse le ferite. Lui si era lasciato portare via.
Ora era imperatore. L'uomo pi potente del mondo crisi iano. Le casse di Praga erano in ordine, l'impero lacerato da guerre, il papa prigioniero del re di Francia.
Karl contemplava Praga dal suo castello enorme e semideserto. Era il giorno di Natale, avrebbe dovuto fare festa, ma non trovava nessuna buona ragione per essere felice. Lui era il suo impero, un impero triste. Sua moglie avrebbe condotto l'impero meglio di lui probabilmente. Suo figlio era un incapace, avrebbe ereditato la corona e ne avrebbe segnato l'inarrestabile declino. N la moglie n il figlio lo avrebbero aiutato a prendere una decisione.
Romolo Augustolo non aveva mai visto l'inverno di Praga.
La voce del cameriere che annunciava una visita lo restitu bruscamente alla stanza. Come il giorno precedente, all'ora del tramonto, gli si veniva a domandare delle sue decisioni. Fece accomodare il suo ospite.
No, non interverr contro il re di Francia disse ad Arnost prima che questi accennasse a parlare. Scender in Italia e riporter il papa a Roma... prima o poi.
Arnost salut rispettosamente. Usc dalla stanza in silenzio.
Milic si incammin verso il convento. Porse il dorso della mano al leone perch la bestia lo seguisse.
Prese da terra un lungo bastone, lo ripul dai rametti e lo us per camminare. Era cos che ritraevano san Girolamo di ritorno dal deserto dove aveva tradotto la Bibbia per consegnarla agli uomini, e dove aveva tolto la spina dalla zampa di un leone. Mancava solo la Bibbia a completare il ritratto incarnato da Milic.
Milic si avvicin al convento come a un luogo leggendario, di cui si  sentito parlare ma che forse non esiste, e se esiste  meglio starvi lontano.
1368. Occorreva gridarlo per i fienili, nelle fogne, dai campanili. Andare dal papa perch tutti sapessero che Dio aveva parlato. La parola ha il potere di cambiare le cose, come era stato per san Girolamo. Se la Bibbia fosse rimasta in ebraico non sarebbe diventata il libro pi letto al mondo. Una traduzione aveva cambiato il corso della storia. Lui avrebbe tradotto il numero 1368 in una profezia e avrebbe salvato la cristianit.
Milic smise di sognare. Gli era stato chiesto di sacrificare il figlio che amava, ma era solo una prova. S, era solo una prova.
Nove mesi prima, durante la sua prima notte in convento non aveva avuto scelta. Si era dovuto fidare. Le profezie facevano male, non aveva avuto altra scelta. Aiutami, trova un posto dove nascondere tutto. Milic aveva ragionato in fretta, se scoprono che le ho prese mi uccideranno, si era dovuto fidare di un frate mai visto prima, sperando che Dio avesse piazzato quel perfetto sconosciuto, in quella notte, in quel convento perch fosse lui a ricevere il segreto. Altrimenti tutto sarebbe finito con lui, tutto quello che aveva visto e sentito nell'archivio, il miele e il veleno. Era stato come in certi giochi a due, dove bisogna lasciarsi cadere all'indietro nella speranza che l'altro ti regga.
Ma ora sapeva. L'Anticristo non era un'entit come il male, non era un'azione come l'omicidio. L'Anticristo era un uomo. Non sarebbe stato necessario credere nell'Anticristo, i suoi discepoli avrebbero potuto vederlo, toccargli le vesti, baciargli i sandali. Ora sapeva che l'Anticristo sarebbe potuto essere un frate che serve la Messa, avrebbe potuto giocare a scacchi o a dama come qualsiasi altro uomo.
Il luogo leggendario esisteva. Con le unghie si attacc al muro che cingeva il convento.
Guard tra gli alberi. Ombre che prendevano forma. Raffiche di bruscoli ghiacciati negli occhi impedivano di distinguere alberi da uomini. Pens che fosse meglio non vedere. La tentazione di entrare in convento e consegnarsi fu forte, nessuno lo inseguiva, erano solo alberi mossi dal vento. Accarezz il leone, cerc nella fiera il coraggio che sentiva vacillare.
Percorse il perimetro delle mura in direzione opposta all'ingresso. C'era una sola possibilit di entrare senza essere scoperto: la porta dell'enigma. Al priore non poteva essere venuto in mente di sorvegliare quel passaggio. Era protetto dalle quarantatr lettere che lo circondavano come un'aureola oscura. Milic non aveva altra scelta. L'apertura consisteva nel risolvere un enigma. La serie di quarantatr lettere disposte lungo il perimetro della porta. Ogni tanto qualche frate provava a sfidare la porta, ma la porta non perdeva mai, i frati sorpresi a giocare venivano quasi marchiati in fronte dalla sconfitta. Era come se fossero andati a stuzzicare una creatura che viveva sotto un masso da secoli.
Il tempo impiegato a giocare poteva essere usato per pregare, ogni cosa che distrae da Dio  male. La brevit della vita non consente giochi.
La porta era puro gioco. Conduceva fuori dal convento e chiudeva un ex carcere. Forse era stata costruita per angosciare i detenuti. Un varco che poteva essere aperto in qualsiasi momento, ma con un enigma irrisolvibile. Un invito a giocare, anche se la porta non perdeva mai. Non era come l'antico enigma di sator-rotas che si trovava in molti luoghi sacri.
La porta oltre alle quarantatr lettere possedeva una mensola con dodici chiavi tutte a ingegno a croce o a u, ma nessuna serratura nella quale inserirle.
Matthia e Bastiano, per disobbedire o infastidire il priore, passavano ore a sfidare la porta. Wolfango aveva denunciato il fatto al priore, con il risultato di riaccendere in tutto il convento interesse per la porta dell'enigma.
Il vento della notte copriva la pressione dei passi sulla neve fresca, perfetta per lasciare impronte.
Quando il nevischio si depositava, gli occhi potevano distinguere le cose, e la disillusione aveva lo stesso colore freddo della luna. Il leone lo guardava come a domandargli davvero speravi che ti portassero la Bibbia?
Le unghie nelle pietre come quelle di un gatto che raspa il legno, produssero un suono acuto che gli penetr nelle ossa delle dita. L'unghia dell'indice si spacc a met squarciata da una pietruzza troppo aguzza. Il freddo congelava anche il dolore che si manifest nella punta del dito come la pulsazione di un cuore gonfio. Non fece in tempo a pensarci.
Pochi passi dopo, ai piedi delle mura, dalla neve spuntava un oggetto. Non era un legno e neppure un sasso. Era un manufatto. Lo raggiunse, fu sorpreso dall'estrarre un corno meravigliosamente lavorato e foggiato. Era il pi bel corno che mai avesse visto. Lo svuot della neve e lo ripul come pot.
Non pens, ag senza volont, obbed a un istinto oscuro, primitivo. Port il corno alle labbra, i polmoni si svuotarono nello strumento.
Cupo, vigoroso, prolungato, il suono del corno squarci il silenzio della notte.
Il ritmo di alcuni cuori, regolare come la rotazione della luna, perse un colpo, o ne fece uno di troppo. L'eco di quel richiamo di caccia non sarebbe scomparso mai pi dalle mura del convento.
Cosa ho fatto? Milic lev il bocchino dalle labbra e port il corno lentamente al suo fianco. La paura lo atterr. Era iniziata la caccia ai vivi.
Il vento colp la neve dei rami che si dissolse in polvere bianca. Negli occhi, nei polmoni.
Subito dopo dall'interno del convento, un rumore confuso, grida, pianti, lamenti scavalcarono le mura e si smarrirono nel bosco boemo. Milic li sent. Herlaking era entrato in convento.
Le raffiche insatanassavano la neve che pareva volesse coprire il mondo, ammantarne i peccati per farlo sembrare candido. Fu la luna indebolita dalle nubi a ingrigire quel candore nivale. Lontano e sinistro il flusso indifferente della Vltava carica di acqua. Le lastre ghiacciate si infrangevano contro gli argini o i piedi dei ponti, andando a corromperne la solidit. La collina del Petrin sembrava un enorme mostro addormentato come un cane da guardia e Praga la preda da trattenere tra le zampe e da finire con calma, dopo il riposo.
Milic corse verso la porta dell'enigma. Poi si ferm, cambi direzione, si precipit verso l'ingresso principale. Scatti senza scopo, corse senza meta, come un piccione impazzito al quale  stato rovesciato il nido con le uova.
Cerc il leone. La fiera era andata via senza lasciare impronte sulla neve.
Milic riprese la strada della porta con le quarantatr lettere. Cammin a testa bassa, in fretta. Unghie e pietre. L'indice pulsava, l'unghia si era quasi staccata. Non faceva male, una pietra capace di accogliere un segno di Dio non pu far male, e il 1368 aveva scelto quelle pietre per apparire agli uomini.
Non si ferm.
Con il suo comando fa cadere la neve e fa guizzare i fulmini secondo il suo giudizio, per esso si aprono i tesori celesti e le nubi volano via come uccelli. Con la sua potenza egli condensa le nuvole e si sminuzzano i chicchi di grandine, e al suo apparire sussultano i monti.
Recit Siracide per coprire il vento che sembrava fischiare ossessivamente il richiamo del corno.
D'improvviso sul convento pareva passato uno di quegli angeli che paralizzano le mani prima del peccato. Rumori, pianti e grida si erano spenti d'un tratto. Una nuova epidemia di peste sembrava avesse ucciso ogni cosa viva a dispetto del Natale: l'Anticristo.
Milic prese a correre. Inciamp, si raccolse in ginocchio a pregare. Il vento gli gonfi il saio facendolo rotolare. A fatica si sollev sulle gambe aggrappandosi a una pietra levigata, cubica, che sporgeva dal muro e diede sollievo al tatto. Sollev lo sguardo.
...
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...
13. Praga, 1363.
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Il priore guardava la porta del bagno come se l dietro si realizzassero sogni. Le natiche, a rischio di ustione da ghiaccio sulla panca in pietra, reclamavano il legno, caldo e flessibile come tutte le cose vive.
Forse anche lui parla con gli animali, ripet muovendo le Libbra senza emettere alcun suono.
Il convento era entrato nel cono d'ombra del 1368. Nessun frate gli aveva rivolto un saluto, o era andato a chiamarlo per il pranzo. Erano tutti a pregare.
Gli stucchi della chiesa non erano soliti reggere l'eco di tutte quelle preghiere, e facevano piovere polvere e frammenti. Un frate aveva annunciato che avrebbe contato tutti i mattoni della chiesa per verificare che non fossero 1368. Quando il conteggio super il numero dello scandalo il rombo delle preghiere riprese, vibr tra le volte e usc nel chiostro.
Vogliamo continuare? domand l'inquisitore.
E il pranzo? domand il priore. Potrebbe essere l'occasione per fare qualche domanda anche a Bastiano. Forse la birra aiuter a sciogliergli la lingua.
Interrogherei anche gli altri precis l'inquisitore.
Saranno tutti con le orecchie tese. Potremmo dire loro che Milic  indemoniato cos nessuno si domander cosa siete venuto a fare.
Secondo voi cosa sono venuto a fare?
So cosa cercate.
Cerco di fermare le pazzie che possono essere commesse a causa di uno stupido scherzo.
Va bene disse il priore con aria complice diremo questo.
L'inquisitore non aveva ribattuto, aveva preferito fargli credere che fossero davvero complici. Il guizzo negli occhi del priore non lo aveva persuaso a prendere quel gioco sul serio, non pi della voglia di capire cosa nascondesse. Vorrei che Bastiano e Wolfango prendessero due posti distanti ma di fronte ai nostri disse.
Sar fatto.
Intanto parlatemi di Bastiano.
L'inquisitore colse qualcosa nel silenzio che segu a quella domanda.
Bastiano ripet secco l'inquisitore.
Anzitutto il priore spieg  in convento da diversi anni, sette o sei forse. Di lui so che ha viaggiato molto, non so che origini abbia, parla poco e conosce molte lingue. In convento  famoso perch  capace di sparire per ore senza farsi trovare. Non che abbia nulla da nascondere,  solo nella sua indole, vi sarete accorto che non si  visto in giro, ma nessuno se n' stupito.
Non che abbia nulla da nascondere, l'inquisitore, come un piccione viaggiatore che sorvola un tragitto noto, cercava quella linea invisibile che porta alla meta. Era presente al Mattutino?
No, ma stamattina non era il solo rispose il priore  sempre presente a tutte le funzioni, oggi  un giorno difficile per tutti. In ogni caso, questo suo riserbo e questa sorprendente capacit di nascondersi hanno acceso fantasie su di lui. Immaginate dopo l'arrivo di Milic disse il priore che si aspettava dall'inquisitore un ovviamente. Ma subito aggiunse gira voce che pratichi la magia e che sia un tempestarlo.
Perch un tempestarlo? domand l'inquisitore.
Qualche sciocco lo avr trovato a scrutare il cielo o a leggere in certi segni degli animali le condizioni del tempo, da qui  nata la voce che Bastiano sia capace di provocare tempeste.
E' davvero capace di vedere la pioggia e la tempesta nel cielo sereno?
Ha molte abilit, inclusa questa.
Anche quella di introdursi di notte nelle celle a scrivere numeri?
Il priore sembr stupito da quella domanda, e lo stupore divenne sospetto.
L'inquisitore cap di aver mosso male. Il gioco doveva essere molto pi complesso di quanto avesse immaginato.
Alle volte senza neppure scambiare una parola con i compagni indovina cosa stanno per fare. Mi direte che passare molto tempo con qualcuno aiuta a prevedere i comportamenti quotidiani. Ma a volte riesce a farlo anche con me. Se passeggio con lui e ho intenzione di voltarmi per cambiare direzione, lui si volta e la cambia prima di me. Matthia, Uberto e Goffredo si fidano molto di lui.
 strano che siano partiti lasciandolo qui il piccione viaggiatore stava seguendo la rotta sbagliata. A dirglielo fu solo l'istinto.
Bastiano possiede molte altre qualit manuali. Dalla mia descrizione non sospettereste che  persino capace di far ridere.
Cio?
Una volta per divertirsi prese un breve manoscritto destinato al fuoco perch ormai illeggibile e con le pagine inutilizzabili per nuovi scritti. Si dimostr un esperto amanuense, ricav da quelle pagine spazio per interpolazioni scherzose e alla fine, dalle poche parole comprensibili del manoscritto originale, aveva tratto una storia che aveva fatto ridere a crepapelle tutto il convento.
Di cosa parlava?
Non ricordo bene, ma erano episodi di vita di convento. Quello che colp tutti fu il fatto che Bastiano non avesse mai copiato o miniato un volume e soprattutto che non avesse mai partecipato a scherzi o gherminelle.
L'inquisitore infil la mano nello scapolare e tir fuori il fazzoletto rosso. Non aveva da scrivere, quindi pratic con l'unghia del mignolo una leggera incisione su un foglio per ricordarsi le cose da riportare.
Si avviarono verso il refettorio. L'inquisitore non fece altre domande n sui libri di Adamo ed Eva, n sui figli degli angeli. Per restare in gioco e recuperare la fiducia del priore occorreva cambiare strategia.
Il siniscalco aveva atteso l'ordine del priore per aprire il refettorio. I frati erano gi tutti davanti alla sala in attesa di sedersi. Da buon vecchio maestro delle cucine appena vide il priore colse un segno e apr.
I frati guardavano l'inquisitore come se si trattasse di una statua animata. Non scelsero i posti a caso, fu il priore ad assegnarli. In fondo al tavolo un posto rimase vuoto. Nonostante lo avessero cercato, Bastiano non si trovava. Il priore stava per ordinare a Wolfango di sedersi di fronte a lui. L'inquisitore lo ferm con un cenno. Davanti a tutti i commensali. A Wolfango si gel il sangue nelle vene, ne avranno parlato pens prendendo posto all'estremit del tavolo.
Fratelli disse inaspettatamente il priore. Non era mai avvenuto che il nostro convento fosse oggetto di sospetti da parte dell'Inquisizione. Ma le cose non sono pi al loro posto, l'ordine  stato sconvolto. Se ho sbagliato in qualche cosa, Dio mi giudicher. Quello che  avvenuto questa notte non  un miracolo, ma un segno di confusione. Confusione introdotta tra queste mura da pochi frati in odore di eresia.
I frati fissarono il priore.
Gli stessi che osano disertare la mensa nel giorno di Natale. Che ciascuno di voi tragga le proprie conclusioni congiunse le mani in preghiera. Tutti lo imitarono. Aveva ottenuto esattamente quello che voleva. Nessuno alzava gli occhi dal proprio piatto, nessuno avrebbe confessato di aver visto il numero di pochi frati in odore di eresia.
Pregarono, si sedettero.
L'inquisitore rimase in piedi per il tempo necessario a capire quello che era successo in quel momento. Il priore aveva appena incendiato il terreno sul quale lui doveva seminare. Contempl il desolante spettacolo, si domand se non avesse messo lui stesso l'acciarino in mano al priore. Infine si sedette. Il campo era bruciato, ma non i semi.
Un frate inizi a leggere un passo della Bibbia ad alta voce, perch il piacere del cibo non distraesse i frati dal pensiero di Dio. A turno si sarebbero alternati a mangiare e a leggere.
brano tutti inorecchiti sull'inquisitore.
Dove si trova lo scriptorium?
Il priore si era appena riempito la bocca di birra, sput, toss e ridendo domand lo scriptorium?
S rispose l'inquisitore infastidito da quella reazione che lo faceva apparire una scimmietta agghindata di campanellini.
Non c' nulla che non abbiate gi letto. In ogni caso verrete condotto nello scriptorium immediatamente dopo pranzo. Il nostro fratello bibliotecario avr piacere di mostrarvi i nostri manoscritti. Il convento conserva stupendi l'odici miniati, e alcune copie della Bibbia tra le pi belle della Boemia. Talvolta lo stesso arcivescovo manda a prelevare i libri da qui. Certo non possediamo tutti gli scrittori pagani che si trovano tra gli scaffali del monastero di Strahov, ma avrete modo di scoprire voi stesso altri tesori non meno pregiati.
Qual  il tuo libro preferito? domand l'inquisitore a un frate a caso.
Fu il priore a rispondere: Alcuni frati non si curano affatto di curiosare tra i libri, altri curiosano troppo. La verit  che i libri non sono mai innocenti. Persino leggendo la Bibbia  possibile cadere in peccato. Lo abbiamo visto.
Il priore gettava sale sul terreno incendiato.
Satana si avvale di ogni strumento per confondere gli nomini aggiunse l'inquisitore lo studio  una strada privilegiata per mettere dubbi e corrompere gli animi.
Il priore rimase spiazzato da quella valutazione accomodante.
Fratello disse l'inquisitore rivolto allo stesso frate di prima che passo della Bibbia stiamo ascoltando?
Alcuni frati smisero di masticare. Il priore ingoi un impasto di saliva, birra e focaccia non masticata.
Studiare pu essere un peccato sorrise l'inquisitore ma anche non farlo continu a sorridere solo con le labbra. Negli occhi le scintille di un nuovo incendio.
Sono tutti moderati nella lettura e ferventi nella preghiera. Cura dell'orto e preghiere, questa la loro vita. Se sono distratti dai cibi  colpa mia. Ma non lo capirete fin quando non avrete assaggiato la nostra piverada. La ricetta  italiana: pane abbrustolito, pepe bianco, zafferano, fegatini e grasso di lepre. Il tutto tritato e cotto in brodo con un poco di aceto o di vino quando c' e prese un cosciotto di lepre e lo intinse nella piverada.
L'inquisitore non lo imit.
Non avete assaggiato ancora nulla, forse stiamo parlando troppo. Voglio per aggiungere un'ultima cosa, spendere poche parole sulla bont della nostra birra. Il nostro orzo viene fatto germinare con acqua pulita. Il malto che ricaviamo lo mettiamo a fermentare in botti di legno che non hanno pi di dieci anni, per questo la birra non  troppo amara. Per noi  sacra, la usiamo anche per la Messa.
Potrei avere del vino? domand l'inquisitore allontanando da s il vassoio della piverada con l'indice.
Me lo avete gi chiesto stamattina rispose il priore non - c' - vino disse battendo tre volte la mano sul tavolo.
Chiedevo per accertarmene, in fondo sono qui per qualcosa che voi pensavate che non ci fosse e che invece...
So io dove recuperare una bottiglia di vino lo interruppe il frate erborista. Proprio poco fa ne ho trovato un fiaschetto che non sapevo ci fosse.
Vallo a prendere ordin il priore, spiazzato dalla soddisfazione di poter accontentare l'inquisitore e dal fastidio di dargli ragione.
...e che invece c' concluse l'inquisitore.
Non garantisco sulle cose che compaiono dal nulla.
Infatti dovete lasciarle a me disse l'inquisitore. La mano estraeva qualcosa dallo scapolare.
Il rosso non pu macchiarsi di vino, pens il priore vedendo il fazzoletto.
Il frate che leggeva la Bibbia tacque.
L'inquisitore mim il gesto dello scrivere, il priore mand un frate a prendere una penna e un calamaio. Tintinnio di piatti e brocche spostati per far spazio agli appunti. Il priore lasci cadere nel piatto l'intingolo di lepre, zitto come chi riceve uno schiaffo improvviso senza capirne il perch.
L'inquisitore prese i fogli e intinse la penna con solennit. Lo stavano guardando, lo sapeva, e sapeva pure che gli appunti erano l'unica prova della visita in convento per un presunto caso di eresia. Quando aveva lasciato il palazzo non aveva detto dove fosse diretto, nessuno sapeva che si trovasse in quel convento.
Il suono del vetro sul legno spezz il silenzio in cui era piombato il refettorio. Il tappo del fiasco venne via con molta facilit tra le dita dell'inquisitore. Nulla di strano. Il frate erborista doveva aver stappato il fiasco per annusare il vino prima di portarlo a tavola. Rumore del gorgoglio rosso del vino che riempiva il calice. Gli occhi di tutti seguirono quei movimenti come se fossero gesti di un nuovo rito, di una nuova Ultima Cena. L'inquisitore si volse verso Wolfango, quasi volesse farlo partecipare a quella nuova Comunione.
Wolfango inspir profondamente per mutare un nervoso conato di vomito in un sorriso sudaticcio e falso. Osservava l'inquisitore come avrebbe osservato la miniatura di un codice. Quell'uomo stava per essere nulla. Come il raschietto lascia il vuoto dove prima c'era una scritta, cos quel vino avrebbe raschiato via una vita. L'inquisitore era solo uno strumento, come il raschietto, i libri, il vino. Tutti strumenti nelle mani di Dio. Lo stesso Dio che salva i topi dal bosco, dalla peste, e che mette tra le zampette di una piccola creatura il perno della ruota di un inquisitore.
L'inquisitore prese il calice. Non fece in tempo a sorseggiare.
Non vorrete farci credere che state davvero descrivendo le virt di questo vino? disse il priore sperando di recuperare autorit agli occhi dei suoi. Nel mezzo di una indagine cos seria sarebbe quantomeno curioso.
L'inquisitore poggi il calice: Ascoltate, allora disse e lesse quanto aveva appena scritto nel giorno di Natale dell'anno sessantatreesimo del secolo decimo quarto di Nostro Signore, il priore del convento di Praga mi onora di un invito alla rinomata mensa del suo convento e mi omaggia di un vino prezioso, l'unico fiasco rimasto.
Pausa. Nessuno fiatava.
Sembrava non vi fosse alcuna bottiglia di vino in convento. Ho domandato per due volte, alla seconda mi  stato risposto di s, la bottiglia c'era. Chi diceva il contrario mentiva. Alz impercettibilmente la voce pronunciando la parola mentiva. Posto che una bottiglia  un oggetto, e come ogni oggetto non ha anima o ragione, mi domando se sia pi facile dire il vero su un oggetto o su un uomo. L'oggetto  sempre identico a se stesso nel suo essere cosa, l'uomo mai. Una bottiglia  sempre una bottiglia, non sa muoversi, non pu volere nulla. Se non riusciamo a dire la verit neppure su una bottiglia, possiamo formulare ipotesi credibili sui nostri simili? Riusciamo a sbagliare su una bottiglia in una cantina, sfido chiunque a non sbagliare nel giudicare l'animo umano.
L'inquisitore lesse sorridendo, come se stesse recitando un dialogo scherzoso. Wolfango non alz lo sguardo. Ripens all'inchiostro che aveva rubato, alla chiave che aveva riprodotto, alla cella che aveva violato e alla propria mano paralizzata dal freddo mentre scriveva il numero.
Il fazzoletto rosso fu ingoiato dallo scapolare dell'inquisitore.
Primo sorso di vino.
Il sacerdote che decreta giudizi sugli uomini deve portare un paramento sacro, sul quale Dio ha ordinato di attaccare due oggetti che si chiamano doctrina e veritas.

 frati si sporsero a guardare l'estremit della tavola.
La voce nasale riprese: Solo se il sacerdote indossa doctrina e veritas pu ottenere il giudizio di Dio e svelarlo agli uomini. Ma se un sacerdote non sa cosa siano? Cosa dovremmo fare, attendere che doctrina e veritas scendano dall'alto e nel frattempo sospendere ogni giudizio sull'uomo?
 Il topo che parla di doctrina e veritas, pens il priore divertito.
L'inquisitore non rispose. Il fazzoletto rosso torn sulla
tavola, sciolto con lentezza.
Secondo sorso.
Che distratto, ho detto che avrei descritto le qualit del vino e mi  passato di mente di farlo disse l'inquisitore con calma.
Terzo sorso.
Urm e Tummm. Questo  il nome ebraico delle due pietre che Aronne deve indossare per invocare Dio. Un ebreo di Roma che commerciava pietre preziose mi ha mostrato quale poteva essere la forma di questi due oggetti che forse erano due pietre. Urm e Tummm in latino doctrina e veritas due strumenti per conoscere il volere di Dio. .. Come le profezie aggiunse Wolfango strumenti per conoscere il volere di Dio.
Il priore si sent scavalcato, ma gio in cuor suo nel vedere l'inquisitore finalmente in difficolt.
Trova il passo del quale discutiamo ordin l'inquisitore al frate che stava in piedi davanti alla Bibbia aperta e che non aveva pi ripreso a leggere. Quello inizi a sfogliare: Samuele libro primo, si confuse, torn indietro, no, non  Samuele, prese il volume, lo stropicco delle pagine imbarazz anche i frati che guardavano seduti, Giudici, scorse, neppure Giudici.
Esodo sugger l'inquisitore sono citati anche nell'Esodo.
Il frate fece scivolare le pagine rapidamente sotto le dita, trov la pagina. Gli occhi scorsero rapidamente il testo. Trov il passo. Con voce tremante lesse: Pones autem in ralionali iudicii doctrinam et veritatem quae erunt in pectore Aaron quando ingreditur coram Domino etgestabit iudicium filiorum Israhel in pectore suo in conspectu Domini semper; unirai al pettorale del giudizio gli Urm e i Tummm. Saranno cos sopra il cuore di Aronne quando entrer alla presenza del Signore: Aronne porter il giudizio degli Israeliti sopra il suo cuore alla presenza del Signore, per sempre.
Si interruppe.
Scorrere di vino. Il calice contenne per la seconda volta un lago rosso.
Un altro sorso.
Vedete fratello disse l'inquisitore rivolto al priore, che tra i presenti qualcuno  mosso da curiositas.
Secondo voi, funziona davvero cos domand Wolfango indifferente alla battuta. Bastano due pietre sulla veste di un sacerdote per fare di un uomo un giudice?
Servono le leggi disse rapidamente l'inquisitore. La fronte aveva assunto un colore giallino lucido. Un lieve torpore inizi a serpeggiare tra piedi e polpacci.
E Susanna? domand Wolfango i due che la accusavano erano uomini di legge.
Il maestro di tavola e i famigli aspettavano per portare il resto del pranzo natalizio che non era neppure iniziato. In altre occasioni il priore sarebbe montato su tutte le furie se la tavola non fosse stata colma di pani e birra a volont. Ma quell'ospite magro, malinconico usava il banchetto per scrivere. Nel piatto del priore il cosciotto di lepre doveva essere freddo e la piverada era diventata un appiccicume marroncino.
Se due uomini di legge sono anche stupratori e accusatori, come fa Susanna a difendersi? Wolfango guard l'inquisitore dritto negli occhi.
C' freddo in questa sala disse l'inquisitore, potremmo avere dell'altra legna? Anzi, non importa, stiamo per trasferirci nello scriptorium. Non fu la domanda terribile di Wolfango a spaventarlo, n la risposta che il topo voleva sentirsi dare. A spaventarlo fu l'impertinenza. Gli si era rivolto come se avesse la sicurezza che non avrebbe pagato nessuna pena per il numero. Come se in quel tribunale antico avessero vinto i due stupratori, non Susanna.
Il vino, intanto, mutava lentamente il ragionamento in un garbuglio.
...
FINE Parte 1.